“Grazie alla mobilitazione di molte associazioni e centri sprar, hanno assistito alla rappresentazione più di 500 migranti richiedenti asilo e rifugiati provenienti da 18 nazionalità diverse e di diverse età (da minori piccolissimi a famiglie intere). Per tutti un’emozione fortissima”
Rappresentazioni classiche, a pochi giorni dal termine è già tempo di bilanci. Quest’anno il ciclo si è arricchito della presenza, tra il pubblico, di numerosi migranti e rifugiati. Una presenza “attiva”, non solo spettatrice, e con un ruolo ben preciso. La novità ci è stata offerta nelle Supplici di Eschilo: per saperne di più ne abbiamo parlato con Simona Cascio, presidente dell’Arci di Siracusa, associazione molto impegnata nel campo dell’accoglienza.
Perché queste presenze e come è nata l’iniziativa?
L’idea è nata da Moni Ovadia, regista e attore de Le Supplici ed è stata realizzata grazie al contributo di Enzo Campailla, Elvio Amaniera e Vanessa Mascitelli per l’INDA e la stretta collaborazione dell’ARCI di Siracusa.
Agli inizi di maggio Ovadia mi ha chiesto di poter incontrare un gruppo di migranti, e così, con una piccola delegazione di soci Arci, abbiamo realizzato l’incontro. Erano presenti Alieu, un giovane del Gambia ancora piccolissimo, Vivian che da 20 anni ha lasciato la Nigeria e vive a Siracusa, Ahmed che fa il mediatore culturale tunisino e Ibou che viene dal Senegal. A loro il regista ha illustrato il suo progetto, che era anche un sogno che coltivava da tempo: attualizzare una tragedia greca – Le Supplici di Eschilo – che parla di fuga e di richiesta di asilo e ricollegarla ai tempi nostri. Insieme a lui si è parlato, quindi, di accoglienza, di libertà, di pace. Ricordo che gli occhi dei ragazzi presenti brillavano a sentire le sue parole.
La proposta, in sintesi era di garantire la presenza di una delegazione di rifugiati ad ogni replica della tragedia. Scopo dell’iniziativa sensibilizzare il numeroso pubblico del Teatro Greco attraverso una partecipazione e una testimonianza di protagonisti di tragedie simili e ancora attuali.
Come hai trovato le disponibilità? Chi ha partecipato?
Da quell’incontro è’ iniziato un tam tam con cui ho coinvolto i migranti, i centri di prima accoglienza, i centri SPRAR della città e della provincia e non solo: a tutti ho spiegato la straordinarietà dell’evento e l’importanza che implicava. All’iniziativa, promossa dall’ARCI Siracusa, hanno aderito: l’Associazione AccoglieRete con una presenza massiccia di minori non accompagnati; l’Associazione Cataniainsieme; l’Associazione Isolaquassud di Catania; tutti i progetti SPRAR gestiti dall’ARCI in Sicilia (lo SPRAR minori Pachino, lo Sprar minori di Rosolini, lo SPRAR i Girasoli di Mazzarino, Sutera, Milena, Caltanissetta e Barcellona Pozzo di Gotto, lo SPRAR OBIOMA di Floridia e di Canicattini, lo SPRAR Stella Maris di Pachino e altri progetti SPRAR di Ramacca, Scordia e Francofonte); l’ARCI di Catania; le comunità per minori La Pineta di Canicattini; la Comunità Eden; la Comunità San Francesco; Mater Dei di Melilli; il Centro di prima accoglienza per minori Papa Francesco e le diverse comunità di migranti presenti nel territorio.
E gli spettatori-testimoni quanti sono stati? Quale la loro provenienza?
Questa iniziativa ha dato la possibilità di assistere alla rappresentazione a più di 500 migranti richiedenti asilo e rifugiati provenienti da 18 nazionalità diverse (Nigeria, Ghana, Somalia, Eritrea, Costa D’avorio, Gambia, Senegal, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Egitto, Tunisia, Marocco, Sri Lanka, Niger, Guinea, Burkina Faso ecc.) di diverse età (da minori piccolissimi a famiglie intere), provenienti da centri di prima accoglienza, da centri di seconda accoglienza o integrati da anni nel territorio.
Qual è stata la loro sensazione?
Le emozioni e le sensazioni dei migranti sono state sorprendenti. Nonostante lo spettacolo non era comprensibile per la lingua, tutti ne hanno capito il senso; i costumi, i colori e le musiche sono stati apprezzati moltissimo e non sono mancate le lacrime alle parole “democrazia” e ” libertà”. Molti dei rifugiati hanno rivissuto attimi di sofferenza nel loro cammino verso la pace. I piccoli egiziani erano entusiasti della scenografia del Re d’Egitto. Alla fine non sono mancati i sorrisi, le lacrime, le foto con il regista, e la gioia di aver partecipato a un momento così importante. Nessuno mi ha detto che non è piaciuto. Un esito positivo corale direi. Per un paio di ore si sono sentiti veramente protagonisti e al centro di un progetto molto più grande di loro. Una emozione fortissima e indescrivibile.
Mohamed, un ragazzino egiziano arrivato con il barcone lo scorso agosto, mi ha chiesto di poter studiare tutte le tragedie greche. Courage, una giovane nigeriana, ha chiesto e ottenuto di poter essere presente a ogni replica e in ognuna di esse lo sguardo, il sorriso l’emozione erano come la prima volta al teatro.
E il pubblico?
Una grandissima sensibilità. Ogni qual volta, sul finire della rappresentazione, Mario Incudine/Eschilo esclamava “Scusati la me lingua, Eschilo mi chiamu, sugnu sicilianu e chista è la me genti…”, indicando e rivolgendosi ai nostri ospiti/spettatori/migranti che si alzavano in piedi, partiva una ola di applausi scroscianti che ha emozionato moltissimo. Spesso ho intravisto occhi commossi e la voglia alla fine dello spettacolo di stringere loro la mano in segno di accoglienza.
Che bilancio trai da questa esperienza? Cosa rimane?
Tantissimo, in un momento come questo in cui l’attualissimo tema dell’immigrazione riguarda solo “mafia capitale” per lo scandalo del business dei centri di accoglienza o l’attenzione sui numeri di persone che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste. Quando al centro del dibattito ci sono le frontiere, i respingimenti, le quote di spartizione, gli atteggiamenti egoistici di chiusura di Zaia e Maroni, le fredde statistiche degli arrivi o dei soldi spesi, sono proprio orgogliosa di aver contribuito a poter mettere al centro del tema immigrazione il tema dell’accoglienza, della democrazia, della libertà. Una esperienza faticosa nell’organizzazione ma che ha dato grande soddisfazione.
Penso di poter dire che l’obiettivo è stato raggiunto. Questo spettacolo ci ha un po’ tutti riappacificati. Un grazie va sicuramente a Moni Ovadia che con la sua enorme umanità e sensibilità e la sua intuizione è riuscito a trasformare una tragedia in un momento di grande partecipazione corale e promozione di diritti e di accoglienza. Non da meno tutto lo staff che lo ha coadiuvato e l’impegno dell’Inda.
Come ha sempre ripetuto Moni, ad ogni replica, a tutti i rifugiati che puntualmente andava a salutare e ringraziare: “Non c’è Pace senza accoglienza”.

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