Nelle Supplici un Eschilo che danza parla e canta ai nostri cuori

Indubbi la forza, l’energia, il colore, il movimento di questa messinscena e l’idea che la sottende. Moni Ovadia: “Questo è l’unico testo teatrale classico in cui venga scritta la parola ‘democrazia’, valore cui si ispira il re Pelasgo”

 

“Le Supplici” di Eschilo è forse lo spettacolo che ha più diviso il pubblico e la critica più legati ad un’interpretazione “tradizionale” delle tragedie classiche. Consensi e perplessità di fronte a un “tradimento” da intendere nel senso etimologico del termine: tradurre è “tradere”, consegnare, “trans-ducere”, con i rischi che la sfida comporta.

Indubbi però la forza, l’energia, il colore, il movimento di questa messinscena e l’idea che la sottende. Straordinario il coro, “capeggiato” da Donatella Finocchiaro e in cui spicca l’intensità di Rita Abela, di Alessandra Salamida, Elena Polic Greco e Sara Aprile, supplici che danzano e cantano il dolore, la speranza, la femminilità umiliata e offesa, consapevole della propria dignità.

Dario La Ferla ed Elisa Savi hanno ideato gli spettacolari movimenti coreografici e gli splendidi costumi, mentre le scene di Carluccio hanno evocato portali e antiche divinità mediterranee. Mario Incudine, Pippo Kaballà e Moni Ovadia hanno “tradotto” Eschilo in greco moderno e siciliano, trasformando “Le Supplici” in una sorta di opera totale che entrerà nel repertorio teatrale europeo.

Lo spettatore si trova coinvolto nella vicenda delle figlie di Danao che domandano aiuto “ppi non spusari l’omu parenti” e partono “emigranti ppi n’autru statu”. Sì, emigranti. Come lo sono gli spettatori speciali cui è stato riservato un settore del teatro grazie a un’idea di Enzo Campailla e che il regista Moni Ovadia, in scena anche in veste di interprete – il re Pelasgo che dopo aver consultato democraticamente il proprio popolo accoglie le Danaidi – ha incontrato dopo lo spettacolo, ascoltando le loro storie e sottolineando che “la ripulsa contro i migranti è follia. Milioni di Italiani sono stati migranti e molti di loro erano clandestini. Sfruttati come i minatori della tragedia di Marcinelle, venduti perché l’Italia aveva bisogno di carbone”.

È anche adombrata la condizione femminile persistente in alcuni paesi: piena di pathos la scena in cui Marco Guerzoni, araldo degli Egizi, reclama la “restituzione” delle Danaidi incontrando la ferma opposizione del re Pelasgo (per inciso, un richiamo alla femminilità sacrificata secondo rituali tristemente contemporanei abbiamo pensato di ravvisarla anche in “Ifigenia in Aulide”: Lucia Lavia, attorniata dal coro in arancio, offre il collo a un boia incappucciato).

La Civetta di Minerva ha incontrato per voi Moni Ovadia, Angelo Tosto e Mario Incudine, raccogliendo anche le impressioni di un pubblico eterogeneo: è innegabile l’effetto di trascinante coinvolgimento dato dalle sonorità folk e maghrebine – la voce egizia di FaisalTaher, i musicisti in scena che parodiano ora la banda di paese ora le atmosfere da cantastorie per un cuntista-cantore Mario Incudine –, dalle danze delle Danaidi, dal “recitar cantando” in varie lingue che tenta di restituire un’atmosfera mediterranea: si passa dai commenti colti degli aficionados di teatro al “Bello, mi è piaciuto” del piccolo Gabriele Aglianò (chissà che modalità inusuali di rappresentazione non aprano gli spettacoli classici a un pubblico più ampio); il dopoteatro offre gli entusiasmi delle scolaresche – e Moni Ovadia, incoraggiando dei ragazzi che fanno teatro, ha lodato i loro insegnanti definendoli “custodi del futuro” –, interviste della Rai, la gioia e la fatica quotidiana dei tecnici, delle sarte che come Anna Maria Calderone, ci raccontano di lavaggi e rammendi, prove e soddisfazione.

Angelo Tosto torna al Teatro greco dopo trentatré anni. Presta il volto e la voce, ben noti a chi frequenta il Teatro Stabile di Catania, al padre delle Danaidi. Si schermisce, Angelo Tosto: “La mia è una parte di servizio, direi di raccordo”. Eppure rende con umanità e calore questa figura di padre. Gli chiediamo come abbia affrontato il ruolo, che è comunque anche cantato. “Cantare per me è naturale. Vengo dall’esperienza del musical, anni di spettacoli e carriera alle spalle. Ma per questo ruolo mi sono affidato al mio essere padre. Di un figlio solo, maschio. Avrei voluto una figlia femmina e adesso me ne ritrovo cinquanta”. È ironico e gentile, Angelo Tosto. “Ho trovato una compagnia di bravi professionisti e soprattutto di belle persone. Mi dispiacerà separarmene a fine stagione”.

Mario Incudine ci parla di dialetto siciliano, dell’ottava – il metro dei cantàri – popolare e colta insieme –, della gioia e delle difficoltà nell’adattare Eschilo, Eschilo cui Incudine presta la voce nel finale: “Scusati la me lingua…Eschilo mi chiamu, sugnusicilianu e chista è la me genti”.

Generoso Moni Ovadia, che ci regala aneddoti mentre stringe mani, si presta al rito delle foto e dei selfie, passando dal francese al neogreco con una disinvoltura invidiabile (comprendiamo che per questo artista poliglotta il nostro dialetto non ha rappresentato un problema): “Per me il siciliano non è estraneo. Da piccolo ho giocato con un bambino messinese che aveva una nonna che ci rimproverava nel suo dialetto meraviglioso… e poi a Milano, quando abitavo in una casa di ringhiera, il mio dirimpettaio, che è diventato un mio grandissimo amico, era di Butera e parlava solo in siciliano”.

Ovadia ribadisce l’importanza dell’accoglienza, si commuove e si accalora ricordando che profugo lo è stato anche lui, che “Le Supplici” sono un dramma universale e che il tentativo è stato quello di “farlo risuonare” in un codice e in una modalità differenti.

Ricorda che questo è l’unico testo teatrale classico in cui venga scritta la parola “democrazia”, valore cui si ispira il re Pelasgo: “Sugnu cu sugnuma cu decidi è lu me populu…”Un Eschilo, dunque, che a distanza di secoli danza parla e canta ancora ai nostri cuori e alle nostre menti. E a quell’anima colorata e poliglotta che si nasconde in ognuno di noi.

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