Modello Tod’s o Packard? Le ragioni di una scelta “filantropica”

In Sicilia è difficile focalizzare una raccolta di fondi su una sola opera. Quanti sceglierebbero di aiutare l’Assessorato regionale ai Beni Culturali a restaurare una chiesa, una tela, una statua o una scultura in legno che non hanno un grande impatto mediatico? 

 

Siamo solo al secondo appuntamento con LocalMente e già non resisto alla tentazione di parlare di patrimonio culturale, soprattutto dopo le due tappe siciliane di Tomaso Montanari, prima a Catania con gli studenti dell’Università e poi a Siracusa con il mondo delle associazioni.

Dalla legge Ronchey del 1992, che ha consentito la gestione dei musei ai privati attraverso l’istituto della concessione, in Italia, si sono consolidati due modelli, l’uno prevalente sul secondo: il modello Tod’s e il modello Packard. Rispecchiano due modi diversi, direi antitetici, di intendere il mecenatismo. Se indossi il modello Tod’s abbracci l’idea che lo Stato debba abdicare al suo ruolo, garantito dalla Costituzione: è il caso – eponimo – di Diego Della Valle che, mettendo su un piatto della bilancia 25 milioni per il restauro del Colosseo, si aspetta che l’altro piatto venga riequilibrato con un’acquisizione di diritti, compreso quello di usare il brand del monumento più identitario del nostro Paese; aspirazione certo legittima per un imprenditore che tuttavia si traduce, di fatto, nella privatizzazione bella e buona di un bene pubblico. Se ti adegui al modello Packard, restituisci il mecenatismo alla sue origini, quelle filantropiche e non legate ossessivamente agli utili. Dal 2001 la fondazione David Packard ha impegnato 14 anni di attività e 18 milioni per salvare gli scavi di Ercolano e tutto questo senza sponsorizzazioni, senza effetti mediatici ma nello stile del “fare senza apparire”. Insomma filantropia allo stato puro!

E veniamo alla Sicilia e alla pagina, non ancora scritta, di un patto sano tra pubblico e privato.  Perché di insano abbiamo conosciuto il caso del presidente di Novamusa, Gaetano Mercadante, un privato che ha gestito i servizi aggiuntivi di 5 siti siciliani e si è portato a casa 19 milioni di euro, complice un’amministrazione regionale che non l’ha controllato per anni. Di chi è la colpa? Del privato, lasciato libero di agire indisturbato, o dei burocrati regionali che, con l’avallo della politica, non lo hanno controllato? Io direi che la colpa è dell’amministrazione e della politica.

Bisogna ammettere che le resistenze sono tante: la Sicilia, rispetto ad altre regioni ha molte meno aziende, istituti bancari, fondazioni o privati disposti a mettersi in gioco nella convinzione che sponsorizzare un restauro, un nuovo allestimento o un evento culturale sia un efficace strumento di autopromozione. È pur vero che la mentalità sta lentamente cambiando, ma è inutile negare che esistono difficoltà oggettive, legate anche alla natura del tessuto economico della nostra isola. Qualche tempo fa la scelta del Louvre di chiedere pubblicamente una libera sottoscrizione per il restauro della Nike di Samotracia ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Negli ultimi quattro anni il museo francese ha sperimentato più volte, e sempre con grande successo, questa formula, e con il progetto “Tutti mecenati” ha raccolto un milione di euro in poco tempo, mentre altri tre milioni di euro sono arrivati da sponsor.

È importante sottolineare però che questo tipo di mecenatismo “collettivo” funziona con opere dall’alto impatto mediatico; non a caso il Louvre ha lanciato questa iniziativa per una delle sue opere più importanti e rappresentative, la Nike. In Sicilia, così come nel resto d’Italia, c’è una capillare diffusione del patrimonio artistico e quindi è difficile focalizzare una raccolta di fondi su una sola opera. Quanti sceglierebbero di aiutare l’Assessorato regionale ai Beni Culturali a restaurare una chiesa, una tela, una statua o una scultura in legno che non hanno lo stesso impatto mediatico?

Anche in Sicilia, durante il mio mandato da assessore, ho avuto modo di confrontarmi con il modello Tod’s e con il modello Packard; si trattava in entrambi i casi di  piccole sponsorizzazioni (entrambe da 25 mila euro), destinate a potenziare il valore attrattivo di due punte di diamante del nostro patrimonio culturale, l’anfiteatro di Catania e l’auriga di Mozia. Nel primo caso  il progetto è abortito perché l’intervento di una nuova illuminazione per l’anfiteatro, proposto da un editore catanese, si è configurato fin da subito come un espediente per assicurarsi un enorme cartellone pubblicitario, permanente, in piazza Stesicoro a costo zero, o meglio al costo dei 25 mila euro della sponsorizzazione. L’altro invece, finanziato da Banca Nuova, è andato in porto e ha assicurato un nuovo spazio espositivo per l’auriga, di ritorno da Cleveland, all’interno della villa Whitaker a Mozia. Solo una targa per un esempio di sponsorizzazione pura, che ha mantenuto all’interno delle competenze dell’Assessorato la progettazione e la realizzazione dell’intervento.

Piccole somme, è vero, come quelle destinate da alcune case vinicole, incluse nel progetto “Amo l’arte, amo l’Italia. Le cantine restaurano un monumento”, presentato al Vinitaly nel 2014, ma tappe importanti per sentire i nostri monumenti come parte di noi e non merce di altri.

 

 

 

 

 

 

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