L’interessante conferenza di Miguel Gotor al liceo Gargallo di Siracusa come un thriller di misteri e spionaggio. Celate al grande pubblico, le trattative con le BR per salvare lo statista ci furono
Miguel Gotor presso il Liceo “Gargallo” cerca di dipanare il capitolo più oscuro della nostra storia repubblicana: il sequestro Moro. Il Memoriale della Repubblica come filo d’Arianna per uscire dal labirinto in cui democrazia e giustizia confliggono e convivono con poteri occulti e ragion di stato.
Interessante conversazione quella tenuta presso il Liceo Gargallo da Miguel Gotor su «La memoria e la repubblica». Hanno introdotto i lavori Mariarita Sgarlata ed Elio Cappuccio. Era previsto anche un intervento programmato di Franco Oddo, direttore di questo giornale, che però, considerati i tempi rimasti e l’opportunità di concedere spazi per le domande che molti volevano porre al relatore, ha preferito limitarsi a rivolgere anche lui una sola domanda. Altri invece non hanno resistito alla tentazione di effettuare interventi non necessari.
L’incontro è stato promosso dall’ Avis, dal Centro studi politici “Santi Nicita” e dall’associazione “Democratici per la città” in occasione del 37° anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani: infatti proprio il 9 maggio del lontano 1978 il corpo del presidente del Consiglio nazionale della DC, fu fatto ritrovare, dopo 55 giorni dal suo sequestro, nel baule di una utilitaria R4 Renault, in Via Caetani, tra piazza del Gesù, sede del suo partito, e Via delle Botteghe Oscure, dove si trovava la sede del PCI.
Quella morte intendeva probabilmente spegnere il progetto politico di Moro, che era quello di propiziare una nuova fase della politica italiana, in cui trovasse attuazione un accostamento collaborativo tra il riformismo cattolico e quello di matrice marxista. Moro era già stato, con Fanfani, uno dei professorini che avevano avviato l’esperienza politica del centro-sinistra: la seconda fase nei rapporti politici tra cattolici e socialisti. La terza fase poteva dare fastidio ai partner politici internazionali dell’Italia, poiché si era ancora in clima di guerra fredda; ma poteva risultare indigesta anche in Italia ai cattolici più conservatori e alla sinistra più estrema; e poteva essere contraria agli interessi ed agli orientamenti di poteri forti ed occulti: massoneria, P2, Gladio… Gotor non ha mostrato predilezione per alcuna di tali ipotesi, ma non ha tralasciato di accennarle tutte. Ha soprattutto riflettuto, con intendimenti di ricerca storica, sui brandelli di verità che ci sono stati lasciati, offerti, riproposti dalle BR e sulle strane sparizioni dei documenti originali, non più presenti tra le carte giudiziarie del caso Moro.
Molte le domande che lo studioso si pone: innanzitutto quella sulla sparizione misteriosa degli originali. Del cosiddetto memoriale, che riproduce gli autografi degli interrogatori a cui il prigioniero fu sottoposto e alcune riflessioni di lui durante il sequestro, ci restano 245 fotocopie. Rimangono ancora senza risposta la domanda circa la sorte degli originali e l’altra relativa al grado di completezza dei materiali sin qui ritrovati e attualmente disponibili. Sull’ambiguità degli scenari campeggia un’unica certezza: quella della consapevolezza relativa al fatto che l’affare Moro abbia rappresentato un punto nodale, ancora enigmatico, ed una cesura della nostra storia repubblicana. Forse lo scioglimento dei mille dubbi che ancora si annodano in quell’episodio potrà avere effetti notevoli e sorprendenti sulle coscienze dei cittadini.
Lo storico ha rivelato un particolare calore umano ed una partecipazione anche emotiva, percettibile nello sconvolgimento con cui ha riferito la vicenda umana (senza lasciarsi andare ad incensamenti agiografici) e, contemporaneamente, una ammirevole obiettività storica, particolarmente evidente nel severo (e condivisibile) giudizio sul tentativo umanitario di un pontefice amico dello statista sequestrato, che fu ad un passo dal far avere alle BR una grossa somma in denaro: si trattò di una pericolosa intrusione nella politica di uno stato straniero.
Nel caso Moro, accaduto quando egli aveva solo 7 anni, Gotor individua uno dei punti sensibili della nostra storia. In esso risultano coinvolti alcuni tra i protagonisti della storia repubblicana: molti di coloro che vi presero parte attiva occupavano già o sono poi assurti a ruoli di grande importanza. Tanti sono i soggetti coinvolti: dal generale Dalla Chiesa ad Andreotti, da Gladio alla P2, dai servizi segreti alla banda della Magliana, dal giornalista Mino Pecorelli al pontefice del tempo: Paolo sesto.
Quel groviglio di interessi e di misteri è ancora da dipanare. Su quella pagina oscura e reticente della nostra storia repubblicana va fatta piena luce. Lo stesso memoriale è incompleto, lacerato, avvolto dal mistero: perché le BR non lo resero mai pubblico come invece avevano promesso? I dattiloscritti rinvenuti nel covo brigatista di via Monte Nevoso nel 1978 furono censurati. Da chi? E perché dovettero passare dodici anni prima che, nel medesimo covo, fosse scoperto un nascondiglio da cui emersero numerose fotocopie degli autografi di Moro? Oggi abbiamo a disposizione 245 fotocopie del cosiddetto memoriale, che riproducono gli autografi degli interrogatori a cui il prigioniero fu sottoposto e alcune riflessioni di lui durante il sequestro. Ma dove è finito il manoscritto originale?
E a proposito di originali… Il 10 aprile i sequestratori recapitarono ai familiari dello statista sequestrato un allegato al comunicato n. 5: un manoscritto originale di Moro su Taviani. E in effetti nel diario di Andreotti si parla di “forte attacco autografo di Aldo a Taviani”. Oggi non si sa dove sia finito l’originale.
La parte meno convincente della relazione di Gotor sui 55 giorni di Aldo Moro è stata quella iniziale, in cui il relatore ha (inopportumente) evidenziato l’estraneità accademica dell’argomento (in quanto di storia contemporanea) rispetto al suo specifico campo di ricerca (storia moderna) ed ha abbozzato una sorta di somiglianza tra la fine di Moro e quella dei martiri, che muoiono di morte violenta dopo essere risultati disturbanti e conflittuali anche rispetto al loro entourage e non solo nei confronti dei loro diretti aguzzini. Appena un cenno al processo di canonizzazione di Moro e poi la precisazione di un interesse civile per la collocazione della vicenda nella storia della repubblica e per la motivazione della rievocazione in un liceo pubblico. L’analogia tra la vicenda Moro e la fine dei martiri è stata individuata anche nel tema della censura: gli scritti di Moro furono sottoposti alla censura dei suoi carcerieri e anche a quella dei destinatari e degli interpreti; la mancata pubblicazione di tutto ciò che sarebbe stato rivelato dall’ostaggio (pur promessa dai carcerieri) e la sparizione degli originali dagli atti giudiziari rappresentano atti perpetrati da opposte censure.
Interessante l’inquadramento storico della vicenda: gli anni settanta, presentati come il decennio più lungo del secolo breve (con il Paese sfibrato da speranze irrealizzate, modernizzazione accelerata, intensa partecipazione civile, crisi economica, terrorismo…); il 78 come l’anno più tormentato di tale decennio (dimissioni di Leone, caso Moro, morte di Paolo sesto e di Albino Luciani e successiva elevazione al soglio pontificale di Karol Wojtyla; e i 55 giorni come il periodo più travagliato della repubblica. Proprio lo stesso giorno del ritrovamento dello statista “acciambellato in una sconcia stiva” fu compiuto l’omicidio di Peppino Impastato, vittima civile della lotta del Paese contro la malavita violenta. [Lotta palese non disgiunta, forse, da una trattativa occulta].
La vicenda di Moro è stata quindi collocata dal relatore nel contesto evolutivo della politica, di cui lo statista era protagonista, avendo contribuito all’avvento del centrosinistra negli anni sessanta ed essendo poi il promotore di una «terza fase» nei rapporti tra il riformismo cattolico e quello di matrice marxista. Proprio il giorno del suo sequestro Moro si stava recando in Parlamento per votare il primo esecutivo che vedeva il PC disposto a sostenere la maggioranza senza avere dei ministri. Il relatore ha quindi offerto un breve resoconto sulla variegata gamma di reazioni al sequestro e alla uccisione dell’ostaggio: scene di giubilo in qualche aula universitaria; operai indifferenti; operai favorevoli al rapimento; manifestazioni sindacali di condanna con inusitata compresenza di bandiere rosse e bianche… esaltazione, paura, sgomento, attesa, incertezza… e la prima formulazione di una equidistanza ad opera di Lotta Continua: “Respingiamo il ricatto. Né con lo Stato né con le BR”.
Segue l’analisi (accurata e condita da acute osservazioni) degli scritti di Moro, del loro recapito, del loro rinvenimento e della loro sparizione. Le BR negavano ogni intenzione di trattativa ma, di fatto, la ingaggiarono con il canale di contatto stabilito mediante la portineria di Rana, luogo di recapito per missive da introdurre all’interno della prigione. Il ricatto riguardava i segreti di stato, che Moro già temeva di essere costretto a rivelare sin da quando si disse ridotto sotto un dominio assoluto. E i brigatisti si riserbarono la possibilità di sfruttare l’ostaggio, usandone le dichiarazioni come una clava per colpire le istituzioni e i partiti. E, strumentalizzando la naturale predisposizione alla trattativa da parte dei parenti e degli amici più fervidi, scavarono un baratro tra Moro e la sua famiglia da una parte e il governo e le istituzioni dall’altra.
Si crearono le condizioni politiche per un dibattito estenuante tra fronte della fermezza e fronte della trattativa, come tra sostenitori della autenticità e della inautenticità del pensiero di Moro leggibile negli scritti che venivano divulgati dai carcerieri. Solitamente quanti erano per la fermezza ritenevano i testi non autentici o inattendibili. Ma in realtà i due schieramenti (fermezza vs trattativa) furono più mobili di quanto non potesse capire l’opinione pubblica: molti vedevano Moro come un disturbatore e ne auspicavano l’eliminazione. Scegliendo di non scegliere o limitandosi a compiere mere operazioni di parata, avrebbero propiziato quell’esito e si sarebbero liberati di una presenza fastidiosa.
Altri, soffiando sul fuoco di un negoziato palese, offrivano da un lato una comoda sponda alle BR, alimentando parimenti un irrigidimento del fronte opposto, che avrebbe contribuito a propiziare l’esito della eliminazione. Ma, tutto sommato, le BR ebbero un successo solo parziale: trovarono un argine nei partiti. Nessuno si espresse a favore di uno scambio tra prigionieri, richiesto sin dal 30 aprile. Socialisti compresi. Il socialisti solo dal 21 si mostrarono favorevoli ad un dialogo che portasse ad un atto di clemenza unilaterale da parte del governo.
Ma la vera partita si giocava attraverso trattative segrete. Signorile ebbe una decina di incontri con un ex brigatista o con un personaggio di confine con quel mondo (oggi dedito all’attività giornalistica e molto distante dalle posizioni di allora), miranti a verificare se fosse sufficiente concedere la grazia ad un terrorista ammalato in carcere. E dall’analisi degli scritti si evince che l’ostaggio sia riuscito ad avere contezza dell’offerta di liberazione del detenuto malato. Ma non si trattava di un rapimento a scopo di estorsione: l’azione aveva carattere spionistico con finalità di acquisizione di informazioni sensibili e segrete, sia sul piano della politica interna come su quello della sicurezza atlantica.
I brigatisti infatti pubblicarono uno scritto di Moro che faceva riferimento a Taviani, che si era ritirato dalla politica attiva. Taviani era stato il referente segreto di Gladio. Lo scritto assumeva quindi un secondo livello di lettura ben più minaccioso di quanto non si capisse apertamente. Solo una ventina di persone sapevano di quel ruolo di Taviani. Molti esegeti, inconsapevoli di ciò, immaginavano che Moro si rivolgesse a Taviani forse per fare intendere che si trovasse prigioniero a Genova. Il prigioniero stava invece evidenziando che la partita della sua vita riguardava il campo dei segreti atlantici e non solo la sicurezza nazionale.
Egli faceva riferimento a precedenti sconosciuti all’opinione pubblica: come la liberazione segreta, in nome della ragion di stato, di guerriglieri palestinesi arrestati in Italia. Il cosiddetto Lodo Moro (allora segreto), era un accordo informale con cui il politico si era impegnato a garantire l’impunità a coloro che portavano armi in Palestina in cambio della garanzia che essi non avrebbero più compiuto alcuna strage Italia. Il compromesso riguardava il transito segreto di armi e la contropartita ella nostra sicurezza da attentati. Nel 73 c’era stata la strage di Fiumicino con 17 morti. Il Lodo Moro costituiva il patto segreto per evitare che ciò si ripetesse.
Ma per salvare Moro furono stabiliti contatti anche con la banda della Magliana, con la mafia e con la camorra. Tali tentativi, che rappresentavano (agli occhi di chi li poneva in essere) atti di coraggio di personaggi disposti a sporcarsi con rapporti compromettenti e a presentarsi, inermi e indifesi, agli appuntamenti con interlocutori senza scrupoli (da cui avrebbero potuto essere a loro volta sequestrati o uccisi), certamente producevano successivamente esiti contrastanti, contribuendo a creare un’atmosfera di opacità attorno al fatto. Complessivamente ne risultava rafforzata la reticenza e la segretezza, che avrebbero trovato un sigillo con la morte di Moro.
I brigatisti negavano apertamente una trattativa che invece volevano praticare e che fu tentata in vari modi e da varie persone. Anche dal papa. Paolo sesto aveva raccolto quasi dieci miliardi da far consegnare ai rapitori di Moro. Sarebbe stato un fatto gravido di conseguenze, poiché tale somma avrebbe potuto elevare la potenza operativa dell’organizzazione terroristica e rendere più agevole e più sicura la vita in latitanza. Ma avrebbe rappresentato una indebita ingerenza nella sicurezza di uno stato straniero rispetto al Vaticano.
Quei dieci miliardi avrebbero potuto cambiare la storia d’Italia. Forse ci sarebbe stata una spirale o una escalation. Ma, per acquisirli, la parte ricevente doveva assicurarsi la condizione della segretezza. I pagamenti in denaro sono una realtà ma non sono destinati a non essere pubblicizzati; non esiste liberazione di un ostaggio che non passi attraverso il denaro. Per consegnarlo occorreva però anche avere la certezza che finisse nelle mani di chi deteneva l’ostaggio. E probabilmente furono tali condizioni di segretezza e di opposta certezza che impedirono la transazione. [Osservazione di chi scrive: non sarà per caso da leggere in queste argomentazioni del relatore una implicita ammissione della trattativa tra stato ed antistato di cui molto si discute oggi? Solo in occasione del caso Moro politici, uomini delle istituzioni e soggetti vari (sia pur mossi da intenzioni non disprezzabili) osarono avviare trattative? La sicurezza viene perseguita con diplomazie ed accordi segreti, diametralmente opposti alle strategie palesi ed alle lotte al crimine, enfatizzate ma depotenziate? La ragion di stato confligge con la democrazia, con la giustizia e con la lealtà? ]
Omettiamo per motivi di spazio il seguito della relazione e il riferimento degli interventi. Certamente (a parte le osservazioni iniziali) i contenuti sono risultati interessanti e tali da stimolare la curiosità per la lettura del libro di Gotor, Il memoriale della Repubblica, edito da Einaudi. Segnaliamo volentieri l’opera ai lettori.

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