Misurare, modulare, controllare: ecco la governance dell’Invalsi

Dal 2009 il quiz miete vittime all’esame di terza media (e lo si vorrebbe introdurre nell’esame di maturità) ed è usato per testare impropriamente i singoli alunni, con nomi e cognomi

In occasione del 12 maggio, l’ultima data di “somministrazione” nelle scuole secondarie delle prove Invalsi (ribattezzate argutamente “quiz inulsi”), nel registrare il successo del boicottaggio delle stesse che ha visto insieme docenti, famiglie e studenti, tutti uniti in un rifiuto corale che è stato anche l’ulteriore espressione di una opposizione dura e determinata alla riforma ‘renzianissima’, è utile fare una riflessione su un fatto emerso con molta chiarezza: la centralità dell’Invalsi nell’armatura del disegno di legge di riforma della scuola fortemente voluto dal governo Renzi – progetto di riforma che lo storico sciopero generale del 5 maggio del personale della scuola ha con ragione ribattezzato la “Bieca scuola”. Perché è stato furbescamente bieco il colpo di mano per scavalcare lo sciopero generale, lo spostamento delle date della “somministrazione” dal 5-6 maggio al 6-7 maggio, perpetrato dall’Invalsi.

L’Invalsi si è rivelato così per quello che realmente è, mano paramilitare del MIUR. Lamentando lo strapotere dei sindacati, il MIUR non ha esitato a fare carta straccia, tramite l’Invalsi, di fondamentali diritti dei lavoratori pur di raggiungere i suoi obiettivi propagandati facilmente come “riforme” assolutamente necessarie. Ma riforme di che tipo?

Purtroppo fu il nostro illustre linguista Tullio De Mauro che, da ministro della pubblica istruzione, individuò la scorciatoia per risolvere il guazzabuglio di problemi della scuola senza spendere troppi soldi: misurare i livelli di apprendimento in uscita. “Riflettendo sulla riforma della scuola, mi sono fatto l’opinione che i programmi scolastici è quasi inutile scriverli. Occorre invece capire bene come devono essere fatte le prove al termine dei cicli e quindi come strutturare delle prove: saranno poi queste a retroagire su tutto l’insegnamento” (De Mauro, L’uso della parola, in La scuola nella società della conoscenza, Bruno Mondadori, 1999). Da quest’idea nasce la scelta politica della scuola-azienda, della misurazione delle performance, del merito. Il trionfo della misurazione, degli indicatori, delle percentuali, delle statistiche. La scelta di una non-riforma, di non dare ossigeno alla scuola, di non valorizzare veramente le professionalità e soprattutto di ignorare quella cosa particolarissima e delicata che è il dialogo educativo.

Ma, parlando di oggettività dei metodi scientifici, gli stessi statistici, se messi alle strette, ammettono che il loro strumento “test Invalsi” potrebbe andar bene per testare il sistema scuola, ma non va bene per testare i singoli elementi del sistema (alunni, scuole, dirigenti, docenti). Lo sostengono con forza anche ex fautori dell’Invalsi, come lo storico della scienza ed epistemologo Giorgio Israel. Invece, proprio mentre in altri Paesi – USA in testa –  emerge il disastro della scuola dei test, in Italia la destra e la sinistra hanno scelto l’Invalsi, con una forzatura politica ai danni della vera scuola, in nome della governance. Dal 2009 il quiz Invalsi miete vittime all’esame di terza media (e lo si vorrebbe introdurre nell’esame di maturità) ed è usato per testare impropriamente i singoli alunni, con nomi e cognomi. Come da anni denunciano i Cobas, con i dati discutibili tratti dai test si testerebbero le classi, le scuole, i docenti, i dirigenti scolastici ecc. Un castello di carte fondato sull’uso sbagliato dello strumento statistico.

Togliere la valutazione dalle mani di chi è in stretto e quotidiano contatto con gli alunni (cioè i docenti) e dare un enorme potere al Sistema Nazionale di Valutazione dell’Invalsi: ecco un motivo in più per opporsi a una brutta riforma che, come ripete il filologo e storico Luciano Canfora su “Il Fatto Quotidiano” (12-5-2015), è viziata di autoritarismo.

 

 

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