“Normali nuclei familiari, anche single, hanno aperto le porte delle loro case ai giovani migranti. Finora, salvo rare eccezioni, i servizi sociali non sono stati presenti”
Che la Sicilia, nonostante la sua povertà economica, sia una terra di cuore non è certo una novità e l’essere stata luogo di incontro tra culture e civiltà diverse nei secoli ha consentito un’apertura mentale non sempre riscontrabile, come insegnano alcuni avvenimenti attuali, in altre parti della penisola. Parliamo di un fenomeno che ci riguarda proprio da vicino: quello dei minori stranieri non accompagnati.
“La questione dei minori non accompagnati – ci spiega Rita Gentile, referente per la parte sociale dell’associazione “AccoglieRete“– investe il nostro territorio dal 2013 e ha creato un movimento di grande sensibilità e attenzione da parte della società civile e delle realtà ecclesiali che si sono mobilitati in spontanea sinergia nel cercare di dare risposte che le istituzioni, impreparate a far fronte ad un fenomeno tanto consistente, tardavano a organizzare”. Nell’estate del 2013 i minori stranieri, dopo lo sbarco, venivano ‘posteggiati’ in realtà improvvisate, senza alcuna interlocuzione individualizzata (v. istituto Umberto I a Siracusa) e ciò causava, come unica risposta ai loro bisogni, l’allontanamento volontario, la fuga dal territorio con un evidente rischio di trovarsi coinvolti in circuiti di tratta e di devianza. Come è noto, si affronta un viaggio che dura in media da uno a due anni nel corso del quale le tappe più pericolose e difficili sono rappresentate dall’attraversamento del deserto del Sahara, dalla permanenza in Libia, segnata nella generalità dei casi da una dura carcerazione, e infine dalla difficile e pericolosa traversata in mare.
Al loro sbarco, alcuni hanno chiaro un progetto migratorio, ad esempio i Siriani e i Somali che tendono ad allontanarsi nel tentativo di raggiungere le comunità di appartenenza quasi sempre collocate nel nord Europa. Altri, come i ragazzi della fascia sub sahariana e gli Egiziani, arrivano smarriti alla ricerca, come bisogno primario, di una regolarizzazione, nel timore di un possibile rimpatrio.
“In questo quadro si è pensato – continua la Gentile – già nell’estate del 2013, che la figura del tutore poteva rappresentare lo strumento giuridico utile a far uscire questi ragazzi da una condizione di anonimato, a essere riconosciuti con un nome, con una storia, con un proprio progetto migratorio e, ove possibile, a essere aiutati a ricongiungersi con familiari già presenti sul territorio italiano. Nel periodo trascorso dall’avvio dell’esperienza abbiamo verificato la bontà di tale intuizione in quanto la presenza del tutore ha permesso concretamente l’avvio delle procedure per la regolarizzazione dei ragazzi sul territorio italiano, ha attenzionato il minore rispetto ad eventuali patologie che all’interno di un controllo sanitario di massa non erano facilmente rilevabili, e infine ha permesso un’interlocuzione con i servizi finalizzata al loro trasferimento dai centri di prima accoglienza alle comunità ove poter avviare un progetto educativo individualizzato.
“Accanto alla presenza dei tutori sono nate in maniera del tutto imprevedibile e spontanea una molteplicità di esperienze di accoglienza, che hanno visto dei normali nuclei familiari, così pure dei single, aprire le porte delle proprie case. Nuclei familiari che attraverso l’incontro con questi ragazzi si sono sentiti investiti personalmente tanto da decidere di accoglierli per accompagnarli verso un percorso di autonomia e integrazione. Parliamo di persone comuni, coppie con figli e altre senza figli, single che sino a quel momento non avevano pensato di vivere una tale esperienza ma che si sono lasciati interrogare e coinvolgere dalle storie di Lamin, Kalim e tanti altri. Sono ragazzi di 16 – 17 anni con una loro identità familiare chiara e con un grande desiderio di conoscere e sperimentarsi nella nuova realtà territoriale e culturale ove sono giunti dopo tanta sofferenza”.
Insieme a queste esperienze è nata, con la medesima spontaneità, l’accoglienza sperimentata da due comunità parrocchiali. “La parrocchia Santa Lucia in Augusta – conclude la referente per la parte sociale di AccoglieRete – ha fatto da apri pista e poi è seguita la parrocchia di Priolo Santa Chiara; in entrambe le realtà, le comunità parrocchiali si sono fatti carico rispettivamente di tre ragazzi curando non solo il loro mantenimento ma soprattutto seguendo un progetto individualizzato d’integrazione.Complessivamente, attraverso il giudice tutelare, abbiamo seguito circa 35 collocamenti di cui 26 ad Augusta. A oggi, salvo rare eccezioni, i servizi sociali non sono presenti e noi continuiamo con forza a batterci affinché questi affidi fruiscano degli stessi diritti che regolano l’accoglienza dei minori italiani. Constatiamo con amarezza che, a fronte di varie enunciazioni o vari appelli all’accoglienza da parte delle istituzioni, nei fatti registriamo una grande latitanza da parte di chi dovrebbe essere preposto a promuovere, a sostenere e a valorizzare queste incredibili disponibilità”.

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