“Li paroli ppi sempri su prisenza!”. La cultura di Turi Rovella

Una poesia viva, “esistente”, una poesia che respira sia per lo stile sia per rinsanguare l’anima di bellezza e di conoscenza del lettore. La parola trae dal nulla le cose e le illumina dell’essere. Poesia, dunque, quale “poiesis”.

Nei “Testi delle pirami­di” si legge che Atum, nomi­nando le cose, dava ad esse la vita, la nascita, il loro sorge­re – o passare – dalla reale dimensione della pura im­pronta, del puro immaginifi­co alla realtà della concretez­za, del materico. Cosi è per tutte le mitologie, per ogni religiosità: la parola trae dal nulla le cose e le illumina dell’essere. Poesia, dunque, quale “poiesis” (produzione, preparazione), quale nome d’azione di “poièo” (faccio), quale creazione per mezzo di parole, è la forma più nobile e sacra del fare, è atto di genesi.

Stupisce e incanta il pro­cesso creativo nella poesia di Turi Rovella: rivela tutta la religiosa sacralizzazione del nome, la luminosa suggestio­ne del “generare” organismi di parole dalla possente vi­talità sia nell’intrinseca so­stanza sia nella esteriore mes­sa in forma della creatura poetica. Attorno ad ogni nome si posa il suo istante meditativo, la sua passionale lucidità, traendo la parola dalla confusione dei linguag­gi quotidiani per ricondurla alla sua aurorale significa­zione, a quella radice pronominale, puramente sonora, da cui viene tratta all’esistere. In questa meditazione (che è processo, volontà assoluta del riconoscersi nel tempo con­giunto del riconoscere) fon­danti risultano le profonde conoscenze delle matrici lin­guistiche greca e latina che rendono possibile il loro ri­trovamento “archeologico” nel vivente tessuto della dia-lettalità siracusana. Da e in questo contesto nasce il ver­so rovelliano in dialettale.

Lontano dai consueti canoni del cantare popolaresco proprio del vernacolo: Ro­vella si fa cantore “aristocra­tico” del mito divenuto con­creta realtà del vissuto, lui che è studioso della omerica Siracusa, lui che inossa su un ordito di classica grecità la trama travagliata, le arroven­tate consapevolezze, le do­lenti solitudini dell’esistenzialità odierna. Una poesia viva, “esistente”, una poesia che respira sia nel versante dello stile, che viene suscita­to dall’intimo della cosa detta con immagini e metafore di forte pregnanza, sia per quel “permanere” nell’inti­mo del lettore a rinsanguare la sua anima di bellezza e di conoscenza.

Per la compattezza del tessuto poetico non si potreb­bero o dovrebbero stralciare versi: pure, ecco soltanto una piccola gemma del gran lu­minare: “Unu sulamenti è lu ciumi ca ti lassa bburdiggiari infinu a lu lavinaru, ca for­ma lu to cori ppi riddu pigghia ca ti cunnuçi rittu a lu significatu. Nenti à-ccangiatu pirchì lu tempu/nun can­gia mai, cangia lu cori ppi gghiocu gniocu ri vita gniocu ri morti”. (“Uno soltan­to è il fiume che ti lascia navigare fino alla cascata che forma il tuo cuore e per esso vai che ti conduce diritto al significato. Niente è cambia­to perché il tempo non cam­bia mai. Cambia il cuore per giuoco, un giuoco di vita, un giuoco di morte”).

L’orientamento del­l’esperienza esistenziale non ha tentennamenti e non è frut­to del caso: è indicativo, in­vero, d’una lunga e maturata analisi introspettiva, d’un ricco humus in cui la vegetazio­ne vitale e immaginifica tro­va possibilità di radicare e al contempo sicurezza di nutri­mento e di crescenza.

Il tragitto poetico di Turi Rovella si fa, cosi, segnala­tore d’una sacralità umana che combacia intimamente col divino, si fa legamento dell’individuo col Tutto ri­portando il tempio del miste­ro nel cuore umano e svelan­dolo.

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