LocalMente, nuova rubrica sulla Civetta dell’ex assessore regionale ai Beni Culturali. Combattere un metodo mafioso, che si è innervato ovunque, è una svolta culturale ma anche politica per riprendere insieme la strada della vera antimafia, abbandonando quella di facciata
Inizio con questo numero la mia collaborazione con “La Civetta di Minerva” e ringrazio Franco Oddo e Marina De Michele per avermelo chiesto. Trovare un titolo per una rubrica non è semplice: c’è sempre qualcuno che ti ha rubato l’idea, anche se tu l’hai avuta dopo! E così, a furia di fare mente locale, concentrandomi sulla scelta del titolo, sono arrivata dritta dritta a LocalMente che ha due vantaggi: in primo luogo, è in linea con la siracusanità della Civetta, quindi ci consente di mettere la nostra mente al servizio del luogo, della nostra città; il secondo motivo, invece, è più filologico perché fare mente locale non ti inchioda necessariamente ad un luogo ma più verosimilmente a un fatto, un argomento, che può essere regionale, nazionale e internazionale. E così non perdi di vista il resto, quello che c’è oltre Siracusa.
C’è un filo che lega le due iniziative di cui voglio parlarvi, avvenute in due città diverse e distanti 48 ore l’una dall’altra. In entrambe, le scuole hanno avuto un ruolo importante, com’è giusto che sia se vogliamo veramente cambiare il corso della nostra storia. A Siracusa, sabato 9 maggio, giorno del 37° anniversario della morte di Aldo Moro, nell’aula magna del Liceo Classico Tommaso Gargallo gli studenti hanno incontrato Miguel Gotor, autore di due illuminanti saggi sul caso Moro, portati avanti ricostruendo la fitta rete di indizi e restituendoli con la trama di un giallo, magari di quelli che tanto piacevano tanto a Giulio Andreotti.
Gotor ha parlato della morte di Moro e della fine della Democrazia Cristiana. Le due immagini, io credo, si possono associare, anzi sovrapporre: quella di Moro, come falena tragicamente consapevole che gira vorticosa e batte le ali sempre più prossima a quella fonte di luce che tanto l’attrae e che finirà per ucciderla; e quella della Democrazia Cristiana come una stella fissa destinata a esplodere perché ha esaurito le sue energie e il suo ciclo di vita.
Sì, è vero, le immagini, le metafore, per quanto a volte anche banali, raccontano la storia meglio di descrizioni puntuali e documentate. Lasciano il segno, come lo ha lasciato a Messina, lunedì 11 maggio, la visione della grande mobilitazione civile – con un massiccio, entusiasmante concorso di studenti – che ha accompagnato la cerimonia della consegna della cittadinanza onoraria ad Antonino Di Matteo, presidente dell’associazione nazionale magistrati di Palermo, pm nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia e per questo, non occorre precisare, condannato ad una vita blindata.
Al ritorno dalla città dello Stretto, tante parole si affollavano nella mia mente, quelle che avevo ascoltato e quelle che fanno comunque parte di mie considerazioni abituali. Si mescolavano le riflessioni del sindaco Renato Accorinti, del giornalista Pino Maniaci e di altri. Dare la cittadinanza onoraria di Messina al magistrato Antonino Di Matteo significa dargli le chiavi della Sicilia. È simbolico ma è vero e la storia della nostra isola ce lo insegna.
Quando, agli inizi del V sec. d. C., l’imperatrice cristiana Galla Placidia ordinò di abbattere la statua pagana di Zeus Peloros che campeggiava sullo stretto a difesa della Sicilia, Olimpiodoro di Tebe profetizzò che da allora l’isola sarebbe diventata terra di conquista per i Barbari. E così avvenne. Un magistrato non ha un ruolo di potere ma di servizio per la comunità con l’obiettivo di recidere i legami tra mafia, politica, istituzioni e mondo delle professioni. Combattere un metodo mafioso, che si è innervato ovunque. Una svolta culturale, come diciamo sempre tutti, ma anche politica per riprendere insieme la strada della vera antimafia, abbandonando quella di facciata che ha avuto il compito di confonderci le idee e garantire la sopravvivenza di un sistema di potere immutabile e corrotto. Un’immagine, quella di Di Matteo su un palco che si fonde con il mare dello Stretto in una giornata di sole, che appare forte, simbolica, evocativa della statua che difendeva i Siciliani e, al tempo stesso, premonitrice di una storia di vero cambiamento per la Sicilia.

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