“Sull’affido non c’è raccordo tra istituzioni, territorio ed esperienze associative”

Rita Gentile, Famiglie affidatarie e adottive: “Farraginosità e lentezza delle procedure portano il bambino ad arrivare ormai troppo grande a un eventuale stato di adottabilità”. Invece che 18 affidi e 80 bambini in comunità il rapporto potrebbe e dovrebbe essere ribaltato

L’affidamento familiare è previsto e regolamentato dalla legge 184/’83 (Disciplina delle adozioni e dell’affidamento dei minori) modificata dalla Legge 149/2001 (Diritto del minore ad una famiglia), che in Sicilia è stata recepita e applicata attraverso l’emanazione di direttive interassessoriali e di protocolli d’intesa. Tra i tanti documenti regionali ci preme ricordare il D.A. n.2175 del 15.10.2014 Istituzione Commissione per l’adozione e l’affidamento familiare che all’articolo 1 promuove iniziative volte a favorire la stipula di protocolli d’intesa, accordi di programma e protocolli operativi fra istituzioni e/o Associazioni del privato sociale coinvolti dall’affido familiare; sostegno delle azioni di promozione della cultura dell’accoglienza; promozione di iniziative di formazione e aggiornamento degli operatori; promozione di iniziative volte a favorire la possibilità di avvalersi di risorse familiari esterne all’ambito comunale per l’affidamento dei minori.

Spetta dunque agli enti locali dar vita a momenti formativi e informativi, avviare rapporti di collaborazione e concertazione con le associazioni presenti sul territorio al fine di creare sinergie utili per lo sviluppo complessivo del minore. Prima di incontrare (speriamo senza ulteriori slittamenti) i referenti delle politiche sociali di Siracusa per entrare nel vivo di come l’amministrazione comunale si muova realmente e concretamente nel territorio sul tema dell’affido, abbiamo voluto incontrare Rita Gentile, referente dell’associazione che nella nostra città ha seguito per circa 10 anni l’ufficio affido: Associazione famiglie affidatarie e adottive.

Da sempre impegnata nel sociale, osserva: “La cultura dell’accoglienza trova linfa quando il servizio sociale del territorio lavora a stretto contatto con le realtà associative sensibili alle problematiche dei minori e insieme elaborano una politica che vada verso il reperimento di risorse familiari disponibili a sperimentare l’accoglienza. Per far ciò è necessaria una forte integrazione tra il pubblico e il privato, tra il mondo dei servizi e dell’associazionismo. Sino a quando non si comprenderà che l’uno ha bisogno dell’altro e che solo insieme si può arrivare a definire un percorso di crescita nella comunità sociale territoriale, non avremo di certo contribuito a far emergere la cultura dell’accoglienza”. L’affido dovrebbe in verità essere una misura straordinaria perché il compito degli enti locali e delle politiche sociali sarebbe quello di intervenire da subito attraverso il sostegno della genitorialità.

“In Italia non abbiamo numerosi casi di abbandono – continua Rita Gentile – ma sono maggiormente presenti situazioni di famiglie inadeguate e in difficoltà, sulle quali è compito dei servizi sociali intervenire, salvaguardando la genitorialità e valutando se la stessa abbia dei margini per poter essere esercitata nel rispetto del minore o se questo esercizio possa creargli un danno. Purtroppo i tempi dei servizi non sono quelle dei bambini e la farraginosità e lentezza delle procedure portano il bambino ad arrivare ormai troppo grande a un eventuale stato di adottabilità”.

Alcuni casi nella nostra città confermano le preoccupazioni: minori dimenticati con intervalli temporali lunghissimi tra l’istituto dell’affido e il completamento della pratica di adozione o rientro nel nucleo familiare di origine. Di ciò le famiglie affidatarie si lamentano perché i progetti durano anni a discapito del minore che crea con le famiglie dell’accoglienza temporanea dei legami forti che dovrà però rivisitare all’interno del suo definitivo e futuro nucleo familiare. Sull’altro versante, le famiglie si sentono sole, abbandonate dalle amministrazioni che dovrebbero supportarle durante le fasi di ingresso e uscita dall’accoglienza temporanea. E qui di certo l’apporto maggiore potrebbero realizzarlo le associazioni di volontariato come stabilito dalla regione Sicilia attraverso la stipula di protocolli d’intesa, accordi di programma e protocolli operativi fra istituzioni e/o Associazioni del privato sociale coinvolti nell’affido familiare.

Dunque, nella nostra realtà, ci aspetteremmo un legame forte tra associazionismo e amministrazione tutto finalizzato alla sana crescita e sviluppo dei bambini e che il Comune abbia firmato una convenzione operativa con ruoli ben definiti sull’affido. “Dal 2007 l’ufficio è gestito dall’amministrazione comunale – aggiunge la Gentile – e si sono riscontrate difficoltà quasi da subito perché le diverse associazioni operanti sul territorio hanno tentato invano di avere un’interlocuzione con l’ente preposto, anche approntando una bozza di protocollo che però non è stato recepito. Eppure, il protocollo d’intesa avrebbe consentito di collaborare all’interno dei progetti con ruoli specifici e ben delineati. Ancora oggi manca la volontà chiara delle amministrazioni che si sono succedute nel concordare linee comuni di interventi”.

Per dirla tutta, a nostro avviso, le associazioni storiche sono state allontanate e i momenti di confronto sono sempre più rari in relazione all’informazione, formazione e sensibilizzazione del territorio. Il punto è come possono le famiglie siracusane essere aperte all’ufficio dell’affido se non lo conoscono.

“Le associazioni – commenta Rita Gentile – hanno quasi timore nel segnalare all’amministrazione famiglie disponibili perché sovente, nelle esperienze avviate, hanno riscontrato l’attuazione di progetti con tempi non definiti e con ruoli poco chiari, e ciò determina una grande solitudine e la sensazione che i servizi siano sostanzialmente assenti nello svolgere un ruolo di sostegno e accompagnamento. In breve non vi è raccordo tra le istituzioni, il territorio e le esperienze associative. Il contributo delle associazioni è quello di fare da rete, sostenere le famiglie affidatarie ed essere degli interlocutori attivi all’interno dell’attuazione del progetto. Tutto ciò manca”.

Un errore grossolano, perché la storia e l’esperienza insegnano che ogni buon affido richiama buoni affidi: le famiglie affidatarie coinvolgono altre famiglie e si moltiplicano le esperienze. Invece che 18 affidi e 80 bambini in comunità il rapporto potrebbe e dovrebbe essere ribaltato, con buona pace dei piccoli e… delle casse comunali. 

 

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