Condanna per gli insulti a Carmen Castelluccio. La gogna mediatica avvelena il clima politico ma costringe forze politiche e consiglieri a una riflessione.
Se anche non fosse vero che la segretaria provinciale del PD Carmen Castelluccio, consigliere comunale, è stata oltraggiata con uno sputo (sono invece documentate le urla, i fischi, lo stringerla come per minaccia), in ogni caso, a nostro avviso, resterebbe condivisibile la generale riprovazione che in un attimo si è diffusa sui social network mettendo insieme la stima per la persona e lo sdegno per un gesto riprovevole, senza alcun distinguo. E l’episodio resta così, pur se solo presunto, emblematico di un clima inaccettabile che si è diffuso, paradossalmente, non dopo l’inchiesta dei ragazzi del Movimento 5 Stelle (loro e non di altri il lavoro che tanti padri ha ricevuto nei media anche nazionali: per Canale 5 un colpaccio di Striscia la notizia) ma solo, ed esclusivamente, dopo l’eco mediatica.
Non si può fare a meno di notare infatti come le reazioni di alcuni dei consiglieri siano radicalmente mutate dal prima al dopo. Finché la denuncia dei 5 stelle è sembrata dover rimanere confinata nello stretto perimetro cittadino (addirittura nessun commento all’ articolo di Massimo Leotta uscito su La Sicilia in anticipo di una settimana), è stata una corsa a chi per primo, con esclusivo diritto di primogenitura, minacciava querele contro gli autori dell’inchiesta, colpevoli per aver detto che “era 25 e non 26 il numero minimo per ottenere il massimo dell’indennità” in gettoni, o che lamentava l’errore di qualche decina di euro nel fare i conti totali, o che semplicemente ferocemente lamentava di essere stato tirato in ballo nonostante l’impegno, la dedizione, l’onestà.
Per qualche ora, prima che arrivasse Stefania Petix con il bassotto e poi il rapace Giletti – la cui qualità comunicativa (evitiamo il termine ‘giornalistica’ per non offendere una nobile, e difficile, professione) nonché umana e morale è già tutta nel nome della sua trasmissione -, la gara dei nostri consiglieri (di alcuni) ha ripercorso la strada che a Siracusa è ormai un uso invalso: la minaccia di rivolgersi alla magistratura, ‘a tutela della propria offesa dignità’, e di ritorsioni di ogni genere.
Non un aperto, e semmai duro, confronto nel merito, sui dati, sull’opportunità di mantenere in vita privilegi che ormai risultano intollerabili, ma la dichiarata volontà di fare della giustizia un’arma a propria difesa, uno strumento per mettere a tacere, per incutere timore in chi non accetta di essere complice del sistema con il proprio silenzio, con la propria indifferenza, con la non confessata connivenza.
Il becero, inscusabile tentativo di gettare fango sul deputato Stefano Zito, da parte del consigliere Alberto Palestro, aizzato ‘come in un ‘arena’ da qualche altro, non è stato che un’appendice, non nuova, alle precedenti minacce di ‘farla pagare’ a chi ha osato, semplicemente, dire la verità, a chi ha, finalmente, scelto di fare politica mostrando vergogne per lo più tenute nascoste. E ciò da parte di chi, il M5S, prende nei fatti, realmente, distanza dai comportamenti criticati decurtando i propri incassi (le eccezioni fanno parte delle regole, come ciascuno sa).
Ma va detto che così come sul terreno specifico dello scontro/confronto politico, troviamo meschine, incivili, vili, le minacciate querele degli uni, speriamo che anche l’onorevole Zito non voglia ingolfare i già appesantiti meccanismi della macchina giudiziaria con contro denunce. Ci sembra che il consigliere Palestro già abbia, nel giudizio dei più, la propria sufficiente severa condanna.
Quindi era necessario che apparissero sulla scena la donna con l’impermeabile giallo e l’ ‘anchorman’ Giletti per raddrizzare il verso di una vicenda che rischiava di finire come 3 anni fa (o ancor prima, perché dello scandalo dei costi della politica si parla ciclicamente) quando la stessa identica situazione (non pochi hanno commentato “è sempre la stessa storia, cosa c’è di nuovo?”) ha prodotto sì l’intervento della Guardia di Finanza ma nessuna reazione là dove avrebbe dovuto esserci: a Palazzo Vermexio nell’aula delle decisioni comuni, così come, preventivamente, nelle sedi dei partiti che i consiglieri comunali esprimono, e quindi, si presume,che decidono anche la propria condotta, la propria linea politica, cioè come rappresentare al meglio la volontà degli elettori che a loro danno il proprio consenso, il proprio sostegno attraverso il voto. Il voto che si concede alla persona che ‘si stima’, ‘in cui si crede’, al netto eventualmente della sua ignoranza, incompetenza, e perché no grettezza. Il voto che è l’unica forma di espressione democratica di fronte a cui recriminazioni, distinguo, proteste, lasciano il tempo che trovano, soprattutto se non sono accompagnati a monte da tentativi concreti di offrire un’alternativa credibile, una proposta più convincente rispetto a quella di altri.
A meno di non pensare che sia la rappresentanza politica che la base popolare, che eletti come elettori, non abbiano tutti la stessa concezione del fare politica: non il bene comune ma l’interesse di pochi, non una migliore qualità di vita per tutti ma solo per se stessi, assicurandosi vantaggi protezioni favori.

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