Francesco Blancato, ingegnere informatico che affianca alla propria attività professionale da collaboratore del CNR una intensa attività di volontariato svolta anche all’interno di Ingegneria senza frontiere: “Isis era alle porte e la striscia di Gaza bombardata da poco”
In un medio oriente dove si combattono guerre di conquista e di resistenza, ma anche battaglie di civiltà, sono diverse le associazioni capaci di dare un contributo per alleviare gli stenti di popolazioni che vedono i periodi di pace solo come momenti eccezionali. Tra queste, una delle più attive negli ultimi anni è stata “Ingegneria senza frontiere” un’associazione italiana che unisce tecnici impegnati nella risoluzione di problemi concreti, ma anche in attività di formazione ed educazione, al fine di favorire “la piena realizzazione di tutti gli individui e comunità umane”, come si apprende dalla carta dei valori dell’associazione.
Tra i giovani ingeneri impegnati in questo progetto di assistenza e formazione vi è anche un augustano, Francesco Blancato, ingegnere informatico che affianca alla propria attività professionale da collaboratore del CNR una intensa attività di volontariato svolta anche all’interno di “Ingegneria senza frontiere”.
“La nostra – spiega Blancato – è un’associazione di volontari impegnata in progetti sensibili e talvolta rischiosi. L’attività che svolgiamo non è solo finalizzata a mettere in pratica le tecniche imparate con lo studio, ma punta anche a valorizzare aspetti umani e relazionali, e a migliorarsi sia sul piano professionale che nei rapporti umani all’interno dell’associazione e con i partner.”
Quale approccio seguite nella predisposizione di un progetto?
“Conta molto il dialogo con i partner, il nostro lavoro parte proprio dalle loro esigenze. Non ci limitiamo a creare piani o progetti preconfezionati, al contrario facciamo in modo di conoscere al meglio i destinatari del progetto, dialoghiamo con loro e cerchiamo di comprenderne le esigenze in modo da dar loro un supporto che permetta di migliorare le loro vite, in uno spirito di cooperazione reciproca.”
Alcuni mesi fa avete avuto l’opportunità di recarvi in Libano per la realizzazione di un vostro progetto di grande rilievo. Com’è andata?
“Sono stato in Libano nella seconda metà dello scorso agosto, in occasione del quinto viaggio effettuato da ISF a Shatila, un campo profughi palestinese a Beirut, una serie di palazzi mal costruiti, oggi più che fatiscenti, sorta nel 1949. L’attività rientra nel progetto “Yalla – Rise up in the Palestinian refugee camps” messo a punto dalle nostre sedi di Ancona, Modena e Roma, in partnership con Assopace e con l’associazione libanese CYC. In occasione di quest’ultimo viaggio abbiamo installato dei pannelli solari per garantire una fornitura di energia elettrica a servizio di un centro per i bambini del campo. Questo centro aiuta i ragazzi in orario post scolastico, favorendo l’aggregazione e l’attività formativa, per consentire loro di trovare un po’ di normalità in mezzo alla situazione di oppressione che soffrono da anni.
Per portare avanti il nostro progetto, oltre alle competenze tecniche, sono necessarie anche doti di natura relazionale e una buona conoscenza della loro cultura, è necessario, infatti, stabilire un contatto profondo da un punto di vista umano. Ci siamo confrontati con i profughi, abbiamo compreso i loro problemi e li abbiamo raffrontati con i nostri, stabilendo un dialogo alla pari. La realizzazione del nostro progetto ha dato, per il momento, energia al piano uffici della struttura, ma presto interverremo con una seconda installazione per aumentare la potenza dell’impianto e produrre più energia. Contiamo di completare il progetto entro il prossimo agosto e poi punteremo sulla formazione delle persone, con la speranza che possa diventare un’opportunità di lavoro.”
Da un punto di vista personale ed emotivo, quanto è stata probante l’esperienza nel campo profughi?
“Quando sono stato in Libano, la situazione sembrava piuttosto rischiosa, Isis era alle porte e l’ennesimo bombardamento della striscia di Gaza era avvenuto pochi giorni prima. Il posto in un primo momento mette paura, ma dopo un paio di giorni si prende familiarità con i luoghi e le persone. Una strana sensazione è stata quella di riscontrare nella loro quotidianità alcuni problemi e alcuni esempi di disorganizzazione che, a ben vedere, non sono molto diversi da quelli che affrontiamo nelle nostre città, le dinamiche sociali ed umane si somigliano molto. Ad esempio, in tutto il Libano la fornitura di energia elettrica non è continua e i periodi di vuoto sono riempiti da gruppi di potere che, approfittando della situazione, vendono energia. Questa esperienza mi ha anche dato la reale misura del problema relativo alla questione palestinese. La gente all’interno del campo vive una situazione di schiavitù, con difficoltà di accesso all’istruzione e al lavoro, negazione dei più basilari diritti e con pochissime opportunità soprattutto per i più giovani”.
Nella vostra attività associativa, quindi, non c’è solo impegno professionale.
“Questa esperienza ci dà l’opportunità non solo di far qualcosa per gli altri, ma anche di migliorare la nostra vita. In due anni e mezzo di impegno mi sento molto cresciuto. Quando ci si avvicina a ISF, come ad altre realtà legate al volontariato, si pensa di mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze per il bene di altri ma, in realtà, con il tempo ci si accorge che da questi rapporti si impara tantissimo e si finisce anzi con il riversare queste nuove esperienze in quello che si fa ogni giorno. Oltre a migliorare le proprie qualità professionali, si acquisiscono anche le competenze per leggere in maniera più completa le cose, ampliare il proprio punto di vista, eliminare i dogmi, dare più peso al pensiero degli altri. Ingegneria senza frontiere sta iniziando a caratterizzarmi come persona e diventa parte di me stesso.”

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