Ma per i giovani computerizzati di oggi appare un testo in lingua straniera. Alcune parole siciliane per abiura, snobismo, oblio, restyling e semplice babbitudine sono andate in disuso
La scuola di oggi è freneticamente manovrata con sempre nuove disposizioni ministeriali con cui i ministri che si succedono, per giustificare la propria presenza, inventano nuovi accorgimenti. Proiettati nell’elettronica, hanno seppellito ciò che di vitale ci ha insegnato il passato. Come la nostra madre lingua siciliana.
Si è cianciato di recupero scolastico del linguaggio locale, ma italianamente tutto appare caduto nel vuoto. Almeno dalle nostre parti: non ci sono più, fatte le debite eccezioni, gli insegnanti di una volta. L’aberrante “6 politico” e le lauree sessantottine distribuite con manica larga hanno mediamente partorito solo il culto della busta paga. Ripeto: fatte le debite e isolate eccezioni.Ma tant’è.
Ne consegue che un libro come “II dialetto perduto” di Salvatore Zesaro diventa un vademecum storico, e per i giovani computerizzati di oggi ha il valore di un testo in lingua straniera. Ma ecco cosa pensa lo stesso Zesaro nella sua nota introduttiva, accennando al dialetto perduto, cioè alle parole particolari che, per abiura, snobismo, oblio, restyling e semplice babbitudine, sono andate in disuso. Zesaro in apertura scrive: “Quale la causa di tanta distruzione? Etimi incerti? Modesti natali? Cultura primitiva? Il prevalere della cultura per così dire aristocratica? Via, parole come “Cattiva” (vedova – dal latino captiva), “Filinòna” (lett. sul filo dell’ora nona), “Buffétta” (tavolo – dallo spagnolo bufete), “Ciaramìra” (tegola – dal greco o dall’arabo per tesi controverse), “Cagnolu” (la mensola che regge il balcone – dallo spagnolo caῆuelo), “Ghiugnièttu” (luglio – dal francese juillet) parlano di grandi civiltà e di culture assai ricche, oltre a rappresentare l’eco errante di suoni antichi che forse non abbiamo coltivato abbastanza ma che, nell’insieme e nell’essenza, rappresentano la “evoluzione” del linguaggio e della stessa letteratura.
Il recupero di tale patrimonio, per quanto prevalentemente fatto nell’area degli Iblei, è il mio ambizioso traguardo convinto come sono che soltanto una innumerevole raccolta di “parlate locali” potrebbe costituire la vera “Opera Monumentale” sul dialetto. Quanto al suono delle parole, questo mio lavoro – per motivi di appartenenza – privilegia i fonemi del dialetto palazzolese che il compianto Salvatore Rovella ricomprende fra i “dialetti meridionali” della provincia di Siracusa (Avola – Canicattini Bagni – Cassibile – Marzamemi – Noto – Pachino – Palazzolo Acreide – Rosolini). Un esempio per tutti… il suono della palatale “ccià” di Cutìccia che nel “dialetto settentrionale” (Siracusa) suona “cchia\ Cutìcchia (ciottolo).
Una simile scelta vuole essere – anche e provocatoriamente – una sorta di divertimento così da riportarmi al caro tempo lontano in cui, fresco liceale al “Gargallo” di Siracusa, ero coinvolto nella mai sopita contesa con i compagni di classe: “A ciavi appizzata o’ cio’vu!“
— “Cucchièri cacchiàti e u chielu è nuvulùsu!”
Con tenerezza, a quei ragazzi – me compreso – dedico tutte le parole complici di quel ricordo”.

Commenti recenti