In nessun luogo come questo permane dall’800 a oggi una così grottesca congerie di umanità. Ora ospita il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania tra sedicenti poeti e ragazzi con la bava alla bocca
Nei Viceré di De Roberto il monastero dei Benedettini di Catania è descritto come un luogo infestato da personaggi grotteschi. Monaci in gonnella che di gonnelle se ne intendevano fin troppo, che col cibo si ingozzavano anzi si infarcivano, che nuotavano nel buon vino e in lenzuola di seta. Insomma, se nella Sicilia borbonica insieme a Garibaldi fossero sbarcati anche un paio di trans li avreste trovati senza ombra di dubbio nella sala capitolare del monastero.
Oggi i “Maledettini” (così erano chiamati i monaci dai catanesi dell’Ottocento) sono scomparsi, ma lo spirito della loro lascivia aleggia ancora sul posto. Non ci saranno più i pasti pantagruelici e i festini da postribolo fra la Compieta e le Laudi, ma modesti assaggi di umanità grottesca non mancano mai. Non è un caso che oggi il monastero ospiti il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Ateneo catanese: in nessun posto come in questo si può studiare una tanto variegata congerie di esseri umani.
La mattina si radunano intorno al cupolone del monastero dei Benedettini come raccogliendosi intorno a un minareto delle assurdità. Emergendo dai vicoli della città tentacolare, approdano alla piazza antistante il monastero solo dopo un percorso a ostacoli in cui i deboli di spirito sono destinati a soccombere. Il fatto è che i quartieri che un tempo ospitavano le amanti dei monaci e i loro lenoni si sono trasformati in un labirinto di pericoli e di saporita umanità. Budelli serpeggianti dove il marciapiede non c’è, o se c’è è invaso da macchine parcheggiate, da tavolini di bar, dai calendari erotici delle edicole, da banconi su cui i macellai sminuzzano mastodontiche fette di carne di cavallo alla fresca aria del traffico mattutino. Strade da attraversare con macchine che sbucano da ogni direzione a tradimento, viali alberati da percorrere come campi minati per le foglie morte tra cui si mimetizza sempre qualche regalino per le scarpe. Piazze che i teppisti fascisti contendono ai teppisti comunisti, e i segni della guerra sono i graffiti sui muri e le porte di metallo crivellate di proiettili.
Chi riesce a sopravvivere a tutto questo può arrivare in tempo per le lezioni. E godersi il teatrino quotidiano, perché lo spasso non manca mai. Ci sono i fricchettoni coi vestiti sformati, coi capelli rossi blu verdi viola, con gli anelli al naso al sopracciglio all’ombelico. Ci sono le madri di famiglia in cerca di svago e i fuoricorso loro coetanei ancora in cerca di una laurea. Ci sono le squadre d’assalto delle ragazze che conoscono ogni strategia possibile per prendere i posti in prima fila nell’ora del professore belloccio. C’è sempre il cinquantenne calvo che non ti meraviglieresti di incontrare in un vicolo buio col solo impermeabile addosso. Ci sono ragazze con la faccia coperta di stucco e ragazzi con la bava alla bocca. Ci sono la bella bionda e il palestrato che sembrano puntare al titolo di Miss e Mr. Benedettini.
Tutto ricorda la fauna dei licei americani in quelle vecchie serie TV anni ’90. Ma gli attori di prim’ordine in questo teatrino sono gli aspiranti bohémiens. Loro, più di ogni altro, incarnano lo spirito peccaminoso dei Maledettini. Stare con loro è come immergersi in un’orgia di ostentazione in cui l’ignoranza viene sbandierata con orgoglio. Appollaiati di fronte all’aula di letteratura italiana, l’unica materia che sembrano in grado di comprendere, si confrontano sulle loro complesse letture estive, che una volta in aula non possono fare a meno di citare a ogni piè sospinto, appigliandosi disperatamente a ogni brandello di spiegazione che riescono a decifrare, fermamente convinti della vastità della loro cultura. Per cui Petrarca viene subito individuato come il diretto anticipatore di Verlaine, la tragedia alfieriana si lega spontaneamente al cinema russo sperimentale degli anni ’60, Ugo Foscolo viene ricondotto alla Bohème e al filosofo Marcuse, la Storia della colonna infame porta naturalmente alla memoria il miglior Dylan Dog.
Ma presto le citazioni dotte si scoprono essere patine dorate sotto cui si cela il grande peccaminoso vuoto dei Maledettini. Una lezione sul Romanticismo è sempre un’ottima occasione per sfoggiare una silloge poetica appena terminata, e ogni volta che si sente un “professore-mi-viene-in-mente” bisogna prepararsi: sarà l’inizio di un delirio lubrico di ostentazione, di domande che non sono mai domande, ma affermazioni di un’ovvietà scoraggiante, e il tutto a opera di poeti che non sanno neanche fare la scansione in sillabe, di futuri autori di best-seller che si chiedono se ‘innocuo’ si scriva con la ‘g’ o con la ‘q’, di bohémiens farlocchi che parlano solo per tautologie.
Ma la cosa più inquietante è che i professori, trovandosi di fronte a cotanta intelligenza, si sentono in dovere di abbassare gli standard dell’insegnamento, cercano di mettere le toppe alle lacune del passato ripetendo la sintassi italiana, ma è una fatica di Tantalo. E arrivati agli esami per l’abilitazione all’insegnamento devono inventare espedienti per renderli accessibili a quante più persone possibile: perché dopo anni e anni – solitamente una decina – impiegati per laurearsi i nostri aspiranti bohémiens devono pur lavorare. E fa ghiacciare il sangue nelle vene pensare che il loro lavoro sarà quello di spargere per la Sicilia lo spirito dei Maledettini, e di rendere la prossima generazione di studenti ancor più grottesca e peccaminosa di quella attuale.
Il loro peccato più grande? Non sanno di non sapere, e fanno di tutto per dimostrarlo.

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