Nel trentesimo della scomparsa dell’eclettico intellettuale, fondatore del Museo Civico di Modica, proprio a lui intitolato, il quale negli anni ’50 e ’60 del Novecento raccolse materiali archeologici nel territorio ibleo
di Aldo Formosa
Anche a me capita che piovano addosso, talvolta, i rimpianti. E me ne dolgo, perché il rimpianto può avere magari il sapore della sconfitta. Perché il cuore dell’uomo di oggi è diverso dal cuore dell’uomo di ieri, e troppi segnali avvertono che non è in meglio.Parlo del cuore, e non altro. E parlare di sentimenti nel mondo di oggi è già rimpianto. Non occorre spiegare il per che e il per come.
Perciò pubblico questo articolo di Franco Libero Belgiorno nel trentesimo della scomparsa. E lo faccio senza aggettivi: proprio alla larga dal sentimentalismo.Così non occorre spiegare che Belgiorno parla anche di mio padre, di un intersecarsi di sentimenti – appunto – come un crocevia di esistenze.
I più giovani non sanno di questi Uomini, e me ne dispiace. Ma possono in un lampo intravvederne l’umanità: basta leggere. I meno giovani sentiranno certamente l’anima vibrare, perché appartengono in qualche modo alla loro vita.
Franco Libero Belgiorno pubblicò questo articolo su “Siracusa nuova” del 6 agosto1966.
Quando Ettore ci fece inginocchiare dinnanzi al quadro del Cuore di Gesù
Mentre mio figlio, giù, sul lettino bianco, respirava con le bombole di ossigeno. Ai figli è dato piangere i padri. Non ai padri i figli. E lui lo sapeva quel giorno
di Franco Libero Belgiorno
Ettore Formosa: Gli devo la pienezza della Fede. Fu nell’ora tragica, nel momento in cui l’uomo si accorge di essere “padre” e che qualcosa di “suo”, che lui ha creato, può, a un tratto, svanire nel silenzio dell’eternità.
Assieme a mia moglie, ci condusse nella sua stanza, al terzo piano dello stesso edificio, e lì, pacatamente, come se la prossima offerta non fosse che un atto di semplice misura umana, ci invitò a inginocchiarci dinnanzi al quadro del Cuore di Gesù, un’oleografia sotto la quale ardeva una fiammella, dicendoci: “Pregate”. E pregammo. Mio figlio, giù, sul lettino bianco, respirava ossigeno e i miei parenti gli erano accanto, consunti dalla stessa ansia presaga. All’aeroporto un pilota era pronto a partire per prendere, a Roma, il siero. Su tutta l’ala del palazzo gli amici erano inquieti, attristiti: la loro premura era l’angoscia, il loro dolore non si esauriva nella febbrile domanda, ma accresceva man mano che i minuti diventavano passato e il presente pareva si dovesse improvvisamente vestire di nero.
E pregammo. Lui dietro la porta. Poi scendemmo. Il lavacro ci portò nella stanza col lettino bianco. Ricordo: mia suocera ci sorrise perché mio figlio aveva sorriso. Sul volto emaciato del bimbo, la cui sofferenza era senza parole, apparve qualcosa di roseo: gli occhi, vividi e lucenti ora, si fissarono sui nostri, su quelli di coloro che lo avevano messo al mondo per fargli una strada di rose, di petali di rose, senza spine roventi e pungenti. Sorrise mio figlio! Che cosa aveva detto Ettore dietro la porta?
Poi venne la guerra! Quella brutta cosa che non uccide solo i corpi, ma avvelena anche le anime! E ogni notte, al rumore della sirena – il sibilo è del vento, e il vento sparge i semi sulla buona terra! – Ettore scendeva, giù, nella mia casa, con la nidiata dei suoi figlioli, con le coperte a tracolla, che stendeva sui pavimenti, e vi collocava le sue creature. Poi, spesso solo, andava nella mia ultima stanza, si assicurava che gli scuretti alle imposte fossero ben serrati, accendeva una luce, e ammirava – quante volte! – il dipinto della “Cena” del Wright, una copia che avevo acquistato da un rigattiere di via Mirabella. E lì, dinnanzi alla mirabile “Cena”, guardava estasiato il San Giovanni.
Spesso, uscendo dal suo ufficio, e tornando a casa, entrava da me, e al solito, lì, a guardare il San Giovanni. Quieto, sereno, col pesce ravvolto nella pesante carta, con le frutta copiose. Se era d’inverno, il cartoccio con le castagne calde lo divideva con noi.
La sua casa era la dimora degli affetti, gli unici affetti della sua mirabile esistenza: ma la sua vera casa era la Chiesa. Lì lui era veramente con Dio. La profondità interiore della sua preghiera aveva scavato sul suo volto una serenità visibile: chiunque, volendo, avrebbe potuto vedergli il cuore.
Mi parlava di Aldo: mi portava, di nascosto, qualche suo foglio e ambiva il mio giudizio. Un pezzo sul “Travaso“. Gli dissi: “C’è dell’umorismo, si, ma è velato di pianto nascosto…“.
Sorrise. Poi: “Ma che cosa vuoi dire?”. “Lascialo scrivere. Lo vedrai dopo…”. Ed ebbe, Ettore, la grande fortuna di “vederlo” dopo! Nella TV e nel Teatro.
I miei libri erano i suoi, e spesso il suo pasto era il mio. La comune sete di elevazione spirituale non poneva confini tra la mia inutile operosità e il suo fervore cristiano. Ambedue eravamo, anzi ci sentivamo, come compresi e presi da uno stesso lievito interiore. E così ci confidavamo tutto. E’ bello dirsi delle proprie pene, è bello sperare in un comune palpito, perché, al tramonto, quando insieme, dal suo balcone alto, tutto il porto della sempre maliosa Siracusa entrava nei nostri cuori, ci dicevamo, senza saperlo, che “quei colori” li avremmo rivisti nei cieli. Non sono forse i colori del tramonto siracusano impastati dalle mani di Dio?
II suo solito sorriso, sincero, cordiale, umano! La sua pietà corale per gli umili, per i poveri di spirito! La sua infinita, direi “ineffabile” pietà. Ma soprattutto la sconfinata pietà per “se stesso”! Lui, frate Ettore dalle mani candide!
Poi io andai lontano. E lui seguì i miei itinerari e chissà quante volte pregò per me. Ogni suo muto appello io lo ebbi e la sua voce mi giunse dappertutto. Mi è giunta anche quella dell’ultimo giorno. Quando è salito, su, verso l’ultimo approdo celeste, ha salutato il fratello lontano, mentre sul cavo delle mani poneva il suo cuore nel dono puro). Io non so come sia stato composto il suo corpo mortale. Ma so che sul suo volto nessuna piega è apparsa pel dolore della carne. Lui era tutto spirito. La sua “nidiata” ora lo amerà di più e noi con loro. Ai figli è dato piangere i padri. Non ai padri i figli. E lui lo sapeva quel giorno, quando, dinnanzi al Cuore di Gesù pregò, dietro la porta, per me, per il mio figlio! Al mio spirito basta la gioia di parlargli: io qui, lui lassù.
Ma siccome sui bianchi sepolcri, da tempo, si buttano i fiori, come a volere che sulle loro corolle le farfalle intreccino danze e, a sera, le falene tessano un girotondo di luci, io metto sulla sua tomba i crisantemi, di quelli lattescenti, perché nell’albore d’ogni giorno dicano ai vivi come la Sua anima candida sia già pronta dinnanzi al trono di Dio.

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