“CamCom, con le quote SAC i soldi per stipendi e pensioni ci sono”

Arturo Linguanti: “La perdita di autonomia dell’ente siracusano è imputabile alla scarsa efficienza dei nostri politici. Sondrio, con 16 mila aziende, non è stata accorpata, noi con 40 mila siamo diventati succubi di Catania”

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

Sgombra il campo dalla prima più urgente preoccupazione, quella che ha accompagnato le alterne vicende che hanno infine portato in Sicilia alla creazione della camera di commercio del sud est con l’accorpamento tra Catania Siracusa e Ragusa: l’ansia dei dipendenti per le loro retribuzioni e quella del personale già in quiescenza per le proprie pensioni.

“A Siracusa sono 62 i pensionati e 16 i dipendenti (e non lesina la battuta tranchant di cui Arturo Linguanti, ex presidente della Confesercenti, ora presidente onorario e unico coordinatore del commercio, del turismo e dei servizi, è maestro: “Certo troppi dipendenti, frutto di errate scelte politiche al tempo in cui si realizzarono i silos al porto: 12 dipendenti in una sola infornata! (ndr: su cui fu proprio il nostro direttore, Franco Oddo, a condurre in quel tempo una memorabile inchiesta nel quotidiano La Sicilia) ma bisogna rasserenare gli animi dopo le tante notizie terroristiche di questi mesi sulle difficoltà a far fronte a stipendi e pensioni. È un problema che non c’è. La camera di commercio di Siracusa possiede il 12,5% delle quote societarie della SAC (società dei servizi aeroportuali di Fontanarossa, ndr) e se quantifichiamo, parliamo di una cifra pari a 70-80 milioni di euro: siamo in grado con la sola metà di pagare stipendi e pensioni per 35 anni. Per non dire del non trascurabile patrimonio immobiliare: il Palazzo sede della Camera di Commercio, 1.500 mq di bassi in via Sele, un appartamento in Ortigia”.

L’unica vera urgenza per Linguanti è piuttosto evitare con ogni mezzo che venga meno l’entusiasmo del personale ancora operante, che se ne salvi e valorizzi la professionalità acquisita negli anni “perché l’ente è nato con lo scopo primario di promuovere l’economia del territorio e tutti siamo impegnati ancora in questo compito che ha bisogno di fiducia, di persone che ci credano e che si prodighino per ottenere i risultati migliori. Le nostre imprese devono continuare ad essere rappresentate al meglio nelle fiere nazionali e internazionali: ci sono eccellenze che lo meritano”. E d’altra parte ancora il presidente della Confesercenti non crede sia stata detta l’ultima parola, che tutti i giochi si siano conclusi: restano le sentenze del TAR a cui i rappresentanti del siracusano si sono rivolti per ottenere una revoca dell’accorpamento – “ma la giustizia è lentissima e chissà quanto tempo passerà prima di avere una risposta, forse almeno due mandati; un’anomalia gravissima del nostro sistema democratico”.

Ma perché tale avversione per un accorpamento che invece inizialmente era stato salutato con tanto entusiasmo? “La prima ipotesi, nel quadro della razionalizzazione a livello nazionale delle camere di commercio, prevedeva che potessero restare autonome solo quelle con 120mila aziende iscritte: da qui la fusione assolutamente necessaria. Ma poi, grazie all’azione forte dei rappresentanti delle forze politiche di Messina, loro sì interpreti autentici delle esigenze territoriali, si è passati a 75mila aziende. A questo punto, data la convergenza in materia di agricoltura pesca e soprattutto turismo con Ragusa, la nostra proposta è stata diversa. Avremmo costituito un sistema dalle enormi potenzialità con grandi benefici per i settori dell’agricoltura e del turismo che oggi sono il vero volano dello sviluppo delle nostre province. E invece ancora una volta diventiamo succubi di Catania che da 70 anni divide con Palermo la spartizione della Sicilia in due aree di influenza e che mostra i propri reali interessi in ogni occasione; l’ultima, è quasi inutile ricordarlo, è stata il tentativo di soffiarci l’autorità portuale di Augusta dopo l’enorme proficuo lavoro portato avanti da Aldo Garozzo.

C’è da chiedersi perché Sondrio sia rimasta autonoma con sole 16mila aziende iscritte mentre noi ne abbiamo 40mila; che sia perché città vicino alla frontiera mi sembra motivazione insussistente: credo piuttosto che sia stato merito della sua classe dirigente. Catania da città metropolitana come Palermo e Messina avrebbe potuto andare da sola, ma qui scontiamo la scarsa efficienza dei nostri politici, sia a livello regionale che nazionale, nessuno escluso, nonostante le importanti funzioni che ricoprono – e basterebbe pensare a Vinciullo, che presiede la commissione bilancio ed è quindi la terza carica nella gerarchia regionale, o a Marziano, assessore delle attività produttive -, che non hanno saputo rappresentare, come invece si è fatto altrove, gli interessi del territorio. La Sardegna, con un milione e 600mila abitanti, perde solo una camera, da 4 a 3, noi con una popolazione di 5 milioni passiamo da 9 a 4. Ma cos’altro aspettarsi se per discutere, a Roma, non sono andati i nostri più alti rappresentanti politici bensì i loro collaboratori? Era forse un mero atto di presenza? Diciamo che sono stati distratti? Che non hanno avuto forza contrattuale? Lungimiranza politica? Quello che vuole, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.

Ma le dure recriminazioni di Linguanti non si fermano al passato e investono anche gli ultimi avvenimenti quale il momento, strategico, delle nomine dei 7 componenti della Giunta. “La scelta del presidente Lo Bello di non votare (altri hanno definito il gesto “nobile”! ndr) e di un transfuga che si è schierato con l’altra parte ha fatto perdere un altro rappresentante per Siracusa”.

Non dice altro ma l’escluso è proprio lui e si comprende l’amarezza di chi si può dire abbia rappresentato la storia dell’imprenditoria di questo territorio: se al padre Eugenio va ascritta la fondazione della Confcommercio a Siracusa insieme ad altri 18 imprenditori siracusani, a lui, coadiuvato da altri quali Trigilia Caracciolo, Francesco Giliberti, Giorgio Lo Presti, Concetto Formosa, Carmelo Schiavo, l’istituzione negli anni sessanta della Cassa Mutua Commercianti. Dunque, una vita spesa per dar forza ed energia all’economia del territorio.

Siamo tornati dunque ai tempi della DC e del PSI: 6 nomine a un partito, 3 all’altro quali presidenti delle 9 camere di commercio siciliane? La politica ancora pronta a intervenire a gamba tesa? Gli chiediamo. “E certo! È tornare indietro, dimenticare che spettano agli imprenditori le decisioni in questo settore. E invece qui a decidere è venuto il super commissario espressione di Crocetta che da politico non aveva alcun titolo, a mio avviso, a procedere con le nomine. Ed è infatti mia intenzione chiedere la revoca di tutte quelle fin qui fatte”.

 

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