“Apposte come da un gigantesco timbro calato dall’alto sul suolo”. Interessante lezione a Villa Politi del fisico quantistico prof. Carmelo Barbagallo
La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017
Un deserto, quello peruviano, che dorme un sonno millenario. Un aereo che, sorvolandolo a bassa quota, lo ridesta da quel torpore apparentemente imperturbabile. Forme sul terreno che affiorano da un passato lontanissimo a sussurrare un segreto che diviene uno dei più impenetrabili enigmi della storia umana. Il mistero dei geroglifici di Nazca, illuminato da quel volo d’aereo del 1927, giunge fino ai nostri giorni, tra congetture e interpretazioni fantasiose: allo studioso che lo interroga il deserto ingannevole suggerisce solo indizi.
Chi domenica scorsa, presso la Villa Politi di Siracusa, pensava di assistere ad una lezione accademica, ha intuito sin dalle prime parole del prof. Carmelo Barbagallo, fisico quantistico e direttore responsabile del Progetto Nazca, supportato dal Ministero degli affari esteri su accordo Italia-Perù, di trovarsi di fronte ad una narrazione spiazzante, che, lungi dal comunicare in modo scientifico i risultati della ricerca dello studioso, ha chiamato in causa lo spettatore per “ricostruire” gli artefatti: “13.000 linee che si compongono a formare oltre 800 figure, in particolare di animali stilizzati, ottenute rimuovendo il pietrisco che copre l’intero altopiano e mettendo in luce il terreno sottostante più chiaro”.
La figura femminile che il professore catanese ha rievocato con commozione nel suo racconto è quella di Maria Reiche, la studiosa di cui il deserto è oggi “orfano”, che alle misteriose linee di Nazca ha dedicato tutta una vita. A lei si deve l’intuizione che rende il rebus dei geroglifici ancora più intrigante: i disegni non sono tracciati, ma timbrati come se “un gigantesco timbro calato dall’alto fosse stato impresso sul suolo incavandone la superficie”.
“Opere sovrannaturali, tracce della presenza nell’universo di alieni o singolare creazione dell’uomo?”
Quale la loro funzione? “Il più vasto manuale di astronomia al mondo”, come lo definì la Reiche, che interpretò linee e figure come indicatori astronomici? Icone religiose? Un’enorme mappa delle risorse d’acqua sotterranea, ipotesi recentemente ripresa dal ricercatore americano David Johnson?
Nell’impossibilità di verità definitive, lo studioso ha riconosciuto la necessità di rispettare “ogni posizione, perché ogni indizio potrebbe essere una soluzione definitiva”. Come a ricordarci che la parola “verità”, quando è usata dagli scienziati, non lo è mai in senso assoluto.
L’immaginosa ipotesi del contatto tra gli alieni e gli antichi popoli del Perù ha offerto al prof. Barbagallo l’occasione per una spiegazione dei principi della fisica quantistica, che ha affascinato in particolar modo gli astanti più giovani, un gruppo di studenti del liceo delle scienze applicate O. M Corbino, destinatari del monito dello studioso: “Diffidate dell’illusionista di turno che crede di poter parlare in modo semplice di cose complicate”. Monito che, in tempi in cui si tende a comprimere il sapere in percorsi scolastici più brevi, suona come un invito alla fatica del pensiero, alla ricerca personale e all’approfondimento critico delle conoscenze.
Come testimonia l’incessante lavoro di studio e di ricerca del prof. Barbagallo, attualmente impegnato nella messa a punto di un modello teorico di datazione degli artefatti. Nell’attesa di una seconda fase di ricerche che lo riporterà in Perù, per il prelevamento di campioni che saranno studiati e datati in Europa.
L’excursus sulla straordinaria storia del deserto di Nazca ha sollevato interrogativi più che offrire risposte appaganti e stimolato più di una riflessione sul nostro tempo.
Il deserto ritorna al suo atavico silenzio, il silenzio dei pastori delle Ande per i quali gli studiosi che ne indagano il segreto restano i ”figli di quei padri maledetti che hanno distrutto la loro civiltà”.

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