Piero Sansonetti, ex vicedirettore de L’Unità: “Sono stato testimone diretto di quella vicenda. Usarono le inchieste della magistratura come artiglieria per sparare sul quartier generale”, aprendo la strada alla democrazia giudiziaria
La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017
Alla mia età sempre più spesso si sta da soli, con se stessi, si ha più tempo per guardarsi intorno, riflettere e considerare gli eventi nel loro insieme ed elaborarli acriticamente e penso che di fronte al panorama e al campionario che ci offre questa società, sia giusto. Soprattutto alla luce di alcune parole che nella mia vita hanno avuto un senso: coerenza, libertà, rispetto, giustizia, comprensione, solidarietà. Come penso sia giusto che chi prende in mano una penna (pardon… un tasto) o si occupi di informazione negli apparati televisivi abbia rispetto per chi ascolta.
Negli ultimi tempi, invece, abbiamo sopportato su tutti i canali la presenza ossessiva di personaggi e conduttori con un’infinita cantilena di ovvietà, mistificazioni, concetti ripetuti, dati su dati, false promesse e “io, solo io, sempre e comunque io”. Non da meno l’informazione in carta stampata la cui libertà è inquinata da una assuefatta variopinta sudditanza di scopo che ha sconfinato in passato e continua nel presente in una colpevole complicità. E la cosa più sconcertante è che non solo questi comportamenti sono stati, e sono, tenuti con obiettivi precisi, ma con veemenza e determinazione si ripetono in questo periodo storico molto delicato per il futuro dell’Italia. E penso di non esagerare se sostengo che siamo in presenza di un secondo tentativo di “golpe” (dopo il primo degli anni ’90) le cui prove generali si svolgeranno in Sicilia. Parole? Congetture? Fantasiose elucubrazioni? Certamente sarebbero annoverate come tali se non fossero suffragate da testimonianze dirette e fatti concreti.
Una testimonianza diretta e incontestabile è quella di Piero Sansonetti, ex condirettore de L’Unità e che, ora, su Il Dubbio, con il titolo “Così i giornalisti fecero i killer della prima Repubblica” accenna, fra l’altro, ad uno scritto di Emanuele Macaluso che fa osservare come “negli anni nei quali la prima Repubblica fu liquidata dall’inchiesta Mani pulite, i giornali certamente non la difesero”. Continua Sansonetti: “I giornali e i giornalisti svolsero il ruolo di killer del sistema dei partiti e quindi della prima Repubblica. Assumendosi l’incarico di demolire una parte della Costituzione repubblicana, e cioè quella che delineava un sistema democratico forte e fondato sulla struttura dei partiti e dei sindacati (curioso notare che oggi quelli che ritengono intoccabile la Costituzione repubblicana sono o gli stessi o gli eredi di coloro che la demolirono 25 anni fa). Essi presero su di sé, consapevolmente e baldanzosamente, una responsabilità diretta e macroscopica. Guidando la cacciata dei partiti dal potere politico, spianando la strada alla magistratura, e costruendo le basi materiali e teoriche per il giustizialismo, e cioè per quella ideologia robusta che diventò (ed è ancora) l’ideologia nazionale.
Cosa fecero i giornali e i giornalisti? Usarono le inchieste della magistratura come artiglieria per sparare sul quartier generale. Decisero, con uso largo di grandi mezzi, di descrivere il Palazzo della politica come un luogo ignobile di ruberie e sotterfugi, abitato esclusivamente da malfattori e lestofanti. E subito dopo assunsero il ruolo di guida del paese, che era stato abbandonato dalla politica in fuga e che non poteva essere raccolto direttamente dai magistrati, modificando completamente la propria funzione intellettuale e civile, e preparandosi a partecipare al nuovo potere politico. Il disegno non riuscì del tutto perché quando la prima Repubblica sprofondò definitivamente, prima con un plebiscito che abolì la legge elettorale e quindici giorni dopo con il linciaggio in piazza di Bettino Craxi, cioè con due strumenti tipici dell’insurrezione, ci fu la reazione (imprevista) di un pezzo minoritario ma assai rampante della borghesia, guidata da Silvio Berlusconi, che deviò la rotta che giornali, magistrati e poteri economici (soprattutto quelli che si radunavano attorno alla famiglia Agnelli) avevano previsto.
E’ nata così, un po’ sbilenca, la seconda repubblica. In quella alleanza coi magistrati e la grande finanza, il compito dei giornalisti fu decisivo, e il modo nel quale si organizzarono molto ben studiato e definito. E’ vero che alla fine gli altri due membri dell’alleanza portarono a casa gran parte del bottino, e i giornalisti restarono a mani vuote, ma questo non ridimensiona il ruolo che ebbero di “punta di lancia” dell’operazione.
Ho parlato come testimone diretto di quella vicenda. Ora, visto che il tema è tornato alla ribalta – e credo che sia un nodo decisivo della storia, non spettacolare, della crisi del giornalismo italiano e dello stato di subalternità e di inferiorità nel quale vive – voglio essere ancora più preciso.
I principali giornali italiani avevano costituito un “pool”. Quattro firmarono un patto di ferro: “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “L’Unità” e “La “Repubblica”. Tranne Eugenio Scalfari, tutti gli altri direttori furono direttamente coinvolti in questo patto. Erano personaggi di primissimo piano, e contavano moltissimo nell’establishment, e furono tra i pochissimi che non furono travolti dall’” insurrezione”, anzi la guidarono. Paolo Mieli, Ezio Mauro, Walter Veltroni, che erano i direttori dei primi tre giornali, e un certo numero di capiredattori di Repubblica, il nome più noto è quello di Antonio Polito. Non ho mai potuto accertare se Scalfari sapesse e se approvasse. Ho solo un sospetto.
Io all’epoca ero condirettore dell’Unità, e dunque – lo confesso – partecipai direttamente a molti colloqui e assistetti a tutto ciò che avvenne. Ogni sera, verso le sette, i direttori o i vicedirettori o i capiredattori, si sentivano per telefono e decidevano come fare le prime pagine, come dare le notizie, con quale forza, con quale gerarchia. Tutte le notizie, ovviamente, ma soprattutto le notizie che riguardavano il palazzo e l’inchiesta sulle Tangenti, che ogni giorno mieteva nuove vittime. Le “macchine”, come si dice in gergo, dei giornali furono rivoluzionate. I giornalisti non erano più titolari delle notizie, rispondevano a questa specie di “spectre” che era il supervertice dei quattro giornali. Il pool di direttori si interfacciava con il pool di giornalisti giudiziari, che aveva coinvolto anche giornalisti delle Tv, ed era alle dirette dipendenze delle Procure, e in particolare della Procura di Milano. Nessun giornalista giudiziario che non facesse parte del pool poteva più accedere a nessun tipo di notizia di giudiziaria, e rapidamente, per questa ragione, veniva eliminato dalla piazza.
Il pool dei direttori – nel quale spiccava una specie di diarchia: Mieli che era il giornalista più autorevole, e Veltroni, che guidava un giornale ma era l’unico esponente della politica ammesso a questo consesso – aveva assunto anche vere e proprie funzioni legislative. L’esempio più clamoroso è quello del decreto Conso. E’ un decreto legge varato dal Consiglio dei ministri il 5 marzo del 1993 (come vedete, se fate attenzione alle date, di poche settimane precedente al referendum– plebiscito e al linciaggio di Craxi, cioè agli atti finali dell’insurrezione) nel quale il ministro della giustizia, Giovanni Conso (giurista celebre e stimatissimo, ex presidente della Corte Costituzionale) disponeva la depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti (non degli arricchimenti personali!) per porre un argine all’ondata giustizialista.
Il decreto non fu bocciato dal Parlamento ma dal pool dei giornali. Ricordo che quel giorno all’ Unità era arrivato un articolo di un dirigente del partito, favorevole al decreto. Poi alle sette del pomeriggio ci fu l’abituale giro di telefonate con gli altri direttori e si decise di affossare il decreto. L’editoriale fu corretto. Il giorno dopo i quattro giornali spararono a palle incatenate, e tutti gli altri giornali li seguirono (la potenza di fuoco di quei quattro giornali era grandissima e costringeva le altre testate ad adeguarsi). Il Presidente della Repubblica (n.d.s., l’abatino Scalfaro) si rifiutò di firmare il decreto, che decadde. E quello fu lo squillo di tromba che diede il via all’ultima e definitiva offensiva che travolse gli argini e annientò la prima Repubblica e un’intera, e valorosissima, classe dirigente che aveva portato l’Italia ai grandi successi economici e alla conquista della democrazia piena e dello Stato di diritto.
Le cose andarono così, e tanti miei colleghi possono confermare. Quali furono le conseguenze per la solidità della nostra democrazia è ancora oggetto di discussione. Personalmente credo che la democrazia fu fortemente indebolita. Da due elementi. Il primo è il dilagare dell’ideologia giustizialista, che ha travolto lo Stato di diritto. Il giustizialismo è una ideologia che non credo sia compatibile con la democrazia liberale. Il secondo elemento è lo strapotere che è stato assunto dalla magistratura e dall’economia, che ha messo in discussione lo Stato liberale.
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Non si è mai invece nemmeno discusso di quali furono le conseguenze per il giornalismo italiano. Io credo che in quei giorni il giornalismo italiano morì. Sepolto dal suo tradimento. Il giornalismo nel suo Dna ha l’obbligo di informare, ha la ricerca dell’oggettività, la terzietà rispetto agli scontri di potere. Il giornalismo ha l’obbligo di criticare il potere, di contrapporvisi. In quelle giornate tra il 1992 e il 1993 abiurò. Decise di farsi travolgere nelle lotte del potere e di diventarne parte attiva e anzi parte dirigente. Di accettare la subalternità ai magistrati e ai potenti dell’economia, nella convinzione di poter poi svolgere una funzione di guida nella nuova alleanza. Non gli fu affidata la guida, invece, ma solo una funzione servile. Non si è mai ripreso – credo – da quel crollo. Forse per questo oggi il giornalismo italiano è lontano mille miglia dal grande giornalismo europeo e americano. Loro hanno “Le Monde”, il “New York Times”, fanno informazione e cultura. Noi abbiamo “Il Fatto” ( e molti altri simili), facciamo propaganda e ufficio stampa alle Procure”.
Fin qui Sansonetti. Perché ne riproduciamo pressoché integralmente l’editoriale? Per due ordini di motivi. Il primo per la testimonianza diretta e incontestabile; il secondo perché è la prova concreta che ci ritroviamo nelle stesse condizioni in cui quei fatti allora si verificarono. E se l’elettorato italiano non capisce questo, il futuro dell’Italia sarà ancora più nebuloso di quello che lo ha preceduto. Sono sotto gli occhi di tutti le analogie, oserei dire le rispondenze, fra quello che successe allora e i concreti segnali che si manifestano oggi attraverso l’agire di ampie frange della magistratura e degli organi d’informazione.
Sono proprio le inchieste – di alcuni specifici PM in particolare – che non è più possibile considerare “neutre” quando entrano nel dibattito e orientano l’opinione pubblica attraverso la scelta dei tempi e il megafono dei media. E tutto ciò porta alla “democrazia giudiziaria”, cioè a un sistema dove l’ultima parola invece che ai cittadini è in capo ai magistrati e a rischiare ora sono elementi essenziali della democrazia come il pluralismo o la competizione tra le idee, cioè la politica. Tengono nel cassetto il materiale e lo tirano fuori al momento che giudicano più opportuno. L’obbligatorietà dell’azione penale è affidata alla discrezionalità del singolo magistrato inquirente. E così il PM ha la possibilità di aspettare il momento che giudica più propizio.
La politica degli scandali sostituisce le competizioni elettorali e le procedure giudiziarie consentono di raggiungere il risultato, cioè di far fuori l’avversario politico. Questa non è giustizia ma giustizialismo. E chi fa informazione dovrebbe preoccuparsi di controllare e respingere gli effetti deformanti che scaturiscono da detti meccanismi. I segnali sono chiari: l’ANM, nel delirio d’onnipotenza che la contraddistingue, ritenendo che certe decisioni del Governo in carica hanno intaccato (e potrebbero continuare a farlo) privilegi ritenuti intoccabili, decide all’unanimità di non partecipare all’inaugurazione dell’Anno giudiziario evidenziando in tal modo un’aperta sfida al potere costituito democraticamente e ignorando totalmente principi fondamentali di rispetto nei confronti del Presidente della Repubblica e conseguentemente di tutto il popolo che esso rappresenta; il CSM non è altro che una cassa di risonanza della magistratura e dei suoi interessi: pressoché un Sindacato! Tant’è che opposizione ferma è stata sempre messa in atto quando sono stati affrontati veri tabù come la responsabilità civile dei giudici, i criteri per la progressione delle carriere, della responsabilità disciplinare ed elezione del CSM.
Quest’ultimo è composto da 27 membri di cui 3 componenti di diritto, 16 (!) magistrati e 8 professori ordinari o avvocati. Come si può notare, maggioranza bulgara dei magistrati e la riforma della giustizia non può che essere, conseguentemente, di loro esclusiva pertinenza. In Francia su 20 componenti: 6 magistrati ordinari, 4 avvocati, 2 magistrati del Consiglio di Stato, 2 professori di diritto e 2 di filosofia, un ispettore delle finanze, 2 giornalisti, un Prefetto. E così come in Francia in tanti altri Paesi; nelle commissioni di riforma degli ordinamenti giudiziari i magistrati non sono in maggioranza.
Detto questo, appare superfluo aggiungere motivazioni sul perché nel nostro Paese le, pur necessarie, riforme non vengono attuate come se non esistesse un problema legato alla magistratura e il perché degli importanti interventi nella politica oppositiva di personaggi di rilievo come Di Matteo, Scarpinato, Davigo ed altri. E chi amministra la giustizia dovrebbe, invece, proporsi di trovare il limite che divide l’autonomia dall’onnipotenza, sapendo che qualunque onnipotenza, anche quella dei “giusti”, sfocia inevitabilmente nel totalitarismo. Evitare tutto ciò sarà di pertinenza assoluta dell’elettorato italiano che dovrà scegliere fra chi lo deve rappresentare e chi, invece, lo deve governare.

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