Siracusa, quella febbre del calcio che sovrasta tutto

Le giornate diventano interminabili nell’attesa spasmodica della partita della domenica. Quella partita che finisce poi col condizionare il tuo umore, le tue scelte, la tua vita. E a poche ore dal fischio d’inizio null’altro ti cattura: “Alè, alè leoni”

 

La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017

La palla: uno dei primi giochi, insieme alle pistole, che venivano/vengono ancora regalati ai bimbi maschi. Si comincia guardando quelli della TV, quelli che la maglia ce l’hanno in tessuto ultra tech e le trasferte le fanno nelle grandi capitali europee. Ma ben presto ti rendi conto che il tuo cuore non può che battere per quella maglia in acrilico che rappresenta la tua città, i suoi colori, la tua gente, le sue piazze, le sue strade, i suoi odori, le tue passioni… La tua vita! E allora vai col papà, col cugino grande, con lo zio, salti i cancelli, cresci, ti aggrappi alla rete, piangi, soffri, cadi e ti rialzi.

Ora addirittura sei autonomo, riempi lo zaino e vai coi grandi. In pullman, in macchina, in treno, si passa lo stretto, si mangiano i panini, si soffre insieme, si canta insieme, si piange insieme. Si litiga con le mogli e fidanzate pur di esserci. Pur di condividere questa adorabile e tremenda malattia che è il Siracusa. Ma dopo arrivano immancabilmente lunghi anni di sofferenze, di stagioni avvincenti ma anche di rovinose cadute. E si ritorna così a giocare nei campi di polvere, con le tribunette fatte coi tubi innocenti, in categorie che per sapere i risultati degli avversari ti devi aggrappare a quelli che da casa li guardano nel televideo e te li comunicano… sempre se li trovano!

Ti senti stanco, deluso, tradito!

Ti allontani per un po’, sembra che non ci vuoi più pensare. Ma è impossibile, non ce la puoi fare! E infatti non ce la fai. E allora sbirci il lunedì nella prima pagina dei giornali per vedere se c’è un segnale di riscossa, se può rinascere la speranza. E così è! Si ritorna, più motivati di prima. Si ritorna a condividere le attese, le speranze e le giornate ruggenti. Le giornate diventano interminabili nell’attesa spasmodica della partita della domenica. Quella partita che finisce poi col condizionare il tuo umore, le tue scelte, la tua vita.

E arriva finalmente la domenica mattina. E tutto nell’aria sembra ricordarti l’appuntamento del pomeriggio. Il giornale alla tua solita edicola, il caffè nel tuo bar di fiducia, il passeggino di tuo figlio che si fa largo in piazza. Niente, è tutto inutile. Nulla ti distoglie. La tua mente è già lì, nel tuo solito posto, al fianco dei tuoi compagni di ventura. E finalmente lo stadio si riempie di nuovo, l’onda azzurra tutto copre e tutto sana. E quando le note dell’altoparlante cominciano ad intonare Azzurro, il treno dei tuoi pensieri, dei desideri, all’incontrario va… Non poteva esserci un inno più appropriato alla nostra storia. E ti tornano quei brividi a fior di pelle che in realtà non erano mai andati via. Sono lì, sono sempre stati lì e lì per sempre resteranno!

L’attesa è terminata. L’impianto s’è rifatto il trucco ed è finalmente pronto. Dopo quattro lunghi, interminabili mesi, il prossimo sabato si riaprono i cancelli del rinnovato De Simone per il battesimo stagionale casalingo degli uomini di mister Paolo Bianco. E considerato l’ottimo – e per molti versi inaspettato – avvio della compagine azzurra, si preannuncia un esodo di massa.

Forza leoni, allora. Diamo seguito a questo momento di gloria. È il momento di far vedere chi siamo. È giunto il momento di far capire a tutti di che pasta siamo fatti. Di ricordare, a chi se lo fosse scordato, che noi nella civiltà antica rappresentavamo l’ombelico del mondo. Terra di filosofi, di matematici, di artisti e – perché no – anche di guerrieri. Ed è giunto il momento di tirarlo fuori questo spirito guerriero, sportivamente parlando, perché, con tutto il rispetto per le altre realtà cittadine che vi si trovano, questa è una categoria che forse comincia a stare stretta alla città di Archimede. Non è il contesto che più si addice a Siracusa e ai siracusani. E che diamine, diamocela una smossa una volta per tutte. E riempiamoli questi gradoni. Facciamolo traboccare di passione ed esplodere di calore questo benedetto stadio. Ora e sempre. È l’ora!

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