Come si è arrivati alla norma del bail-in, che ora si vuole aggirare. Sfugge il perchè si sia deciso di vendere i due istituti di credito veneti per un solo euro a Banca Intesa
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
Secondo una accurata indagine condotta da Mediobanca e riferita dal Sole 24 ore (in un articolo del 25 marzo 2017 a firma di Fabio Pavesi), sarebbero «ben 114 gli istituti di credito in cui il peso dei crediti malati è tale da far accendere più di un semaforo rosso». Eppure i nostri politici ci hanno sempre detto che le banche italiane godevano di ottima salute. Erano degli sprovveduti piuttosto male informati o mentivano sapendo di mentire? Adesso (piuttosto tardi per gli arcigni eurotecnici e per i banchieri teutonici) si cerca di correre ai ripari con salvataggi non troppo in linea con le norme più recenti, che Roma non ha mai contestato e che anche i nostri europarlamentari hanno approvato.
Ci si riferisce alla direttiva UE 2014/59 BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) entrata in vigore il 1° gennaio 2016, che disciplina le modalità di risanamento e di risoluzione degli istituti di credito e di investimento. Modalità giornalisticamente indicate come norme sul bail-in.
Ora ci arrampichiamo sugli specchi per interpretare elasticamente tali norme. «Il governo ha utilizzato le regole europee nel miglior modo possibile», azzarda Padoan. Ma a Federico Fubini (che scrive di economia sul corrierone nazionale) pare invece che il nostro governo si stia dando da fare per evitare che la normativa europea sul bail-in sia semplicemente e letteralmente applicata.
E non siamo solo noi italiani a volerla eludere. Pare infatti che anche in Spagna, in Portogallo, in Grecia ed altrove si stiano sperimentando interpretazioni “creative” per aggirarla. Sarà quindi il caso di chiedersi cosa renda oggi il bail-in così inviso da sconsigliarne una applicazione.
Certo, se a pagare lo scotto del fallimento fossero solo gli azionisti e gli obbligazionisti, la cosa non sarebbe grave; ma estendere il danno addirittura ai risparmiatori, che abbiano semplicemente depositato su un conto corrente i loro averi, appare eccessivo. C’è da chiedersi a cosa stessero pensando e se fossero ben svegli ed in grado di intendere e di volere i nostri politici che hanno approvato le norme che contengono il bail-in. O erano distratti o hanno votato senza capire un accidente, semplicemente in ossequio a un capogruppo parlamentare. Il fatto è grave: i nostri parlamentari (a Palermo come a Roma o come a Bruxelles) o s’illudono d’aver capito una questione in base alla lettura di un mattinale o di una nota esplicativa o si rassegnano a non capire nulla e preferiscono votare con cieca fiducia secondo gli ordini di scuderia. Coi risultati che vediamo.
Quanto espresso sopra spiega come si sia arrivati alla norma del bail-in, che ora si vuole aggirare. Il passo di un rapporto della Banca Mondiale forse può fornire qualche illuminazione sul perché si sia arrivati al bail-in. Di fronte a vari casi recenti di crisi bancaria si era costatato che «le autorità non avevano piani preesistenti per eseguire la “risoluzione”, né avevano una capacità pre-definita di assorbimento delle perdite». Se ci fossero state quelle “pre-condizioni”, non ci sarebbe stato bisogno di partorire quella strana direttiva sul bail-in. Ma i governi non avevano né piani né capacità finanziaria per salvare le banche in crisi. Ci sembra ovvio che l’incapacità pre-definita di assorbimento delle perdite sia una allusione, neanche tanto velata, alla impossibilità degli Stati di addossarsi gli oneri dei salvataggi delle banche a causa dell’entità del debito pubblico. Proprio per tale situazione è venuta fuori la trovata del bail-in, traducibile (Monti docet) con l’espressione “ramazzare in casa” (patrimonio azionario, obbligazioni e persino risparmio dei clienti oltre i centomila euro) per trovare all’interno di una stessa banca tutto ciò che possa servire a pagare i danni in caso di fallimento. Il concetto si potrebbe esprimere con un’altra espressione: «Si salvi chi può e come può». Cioè, senza aspettarsi aiuto da altre banche o dallo Stato. Lo scopo ultimo era solo quello di lasciar fallire una banca evitando di estendere il contagio della situazione fallimentare ad altre, visto che nessuna sembra trovarsi in condizioni assolutamente rosee.
Ma perché allora i politici (i nostrani come quelli di altri paesi) si danno da fare per evitare che le norme contenute nella direttiva europea siano semplicemente applicate ma affinché vengano, come dice Padoan, utilizzate « nel migliore modo possibile»? Qui da noi vale il detto: per i nemici le regole si applicano; per gli amici si interpretano. È del tutto evidente come ci siano spesso, troppo spesso, legami di amicizia (quando non di sangue o di famiglia) tra politici e banchieri. E non ci si riferisce solo ai legami familiari di una ministra con esponenti di una banca etrusca, ma si allude anche a rapporti di metaforica familiarità tra confratelli incappucciati. Probabili o intuibili. Altrimenti perché, al fine di salvare una banca, uno dovrebbe rivolgersi al Bisignani, detto «l’uomo che sussurrava ai potenti»? Al quale pare che si sia rivolta, in passato, persino una ex ministra dell’ex governo dell’ex cavaliere, allora ed ora definibile più efficacemente «cavallerizzo».
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C’è di mezzo, dunque, una questione di solidarietà, scoperta tardi. Ma perché i politici scoprono tardivamente che il bail-in è meglio aggirarlo, con interpretazioni fantasiose, che applicarlo? Perché si rendono conto (solo alla luce di qualche esperienza concreta!) che la sua applicazione letterale si trascinerebbe dietro tutta una scia di iniziative giudiziarie miranti a risarcimenti; e temono che qualche giudice, prima o poi, potrebbe sentenziare di brutto contro i bancarottieri citati in giudizio dai danneggiati. I politici compari dei bancarottieri trovano dunque che sia prudente evitare l’applicazione del bail-in, perché rischierebbe di provocare scottature ai loro amici e familiari, responsabili dei disastri. Ovviamente, si può anche ipotizzare, con un pizzico di ingenuità, che forse preferiscano evitare l’applicazione del bail-in solo per evitare danni a investitori incauti che si siano lasciati rifilare azioni dai bancarottieri; o ad obbligazionisti ingenui; o ad incolpevoli risparmiatori, ignari persino del rischio che corrono per depositi superiori ai centomila euro. Se però la diffidenza prevale sull’ingenuità, si propenderà per la prima ipotesi di spiegazione. Quale delle due sia obiettivamente quella più vicina al vero forse lo si saprà in seguito agli sviluppi. Cioè lo si capirà… dopo che lo si sarà capito. Per il momento ci si fermi alle ipotesi.
Sfugge anche il motivo per cui la soluzione migliore, nel caso delle due banche venete, sia quella di venderle per un solo euro a Banca Intesa, dopo aver trasferito in una bad bank i debiti deteriorati e i prodotti tossici (derivati e CDO farlocchi). Oltretutto, senza una garanzia totale per il mantenimento del posto di lavoro per i dipendenti bancari, che corrono il rischio di essere decimati. Se Banca Intesa compra le due banche alleggerite dal bubbone dei debiti in sofferenza e dei prodotti a rischio, perché il prezzo deve essere meramente simbolico? Se per evitare macelleria sociale (in termini di soppressione di posti di lavoro) o per fare un regalo a Banca Intesa o se invece il prezzo simbolico sia motivato dal fatto che la situazione possa rimanere comunque ad alto rischio, non lo si riesce proprio a capire. Si sono messi in sicurezza 50 miliardi di risparmio privato con un costo di 5 miliardi per lo Stato, come si vuole far credere? Si è voluto evitare il peggio ai risparmiatori, spalmando il danno sui contribuenti tutti? Cioè, si è voluto fare proprio ciò che la direttiva sul bail-in intendeva evitare? Si è agito nell’interesse dei risparmiatori (e a danno dei contribuenti) o nell’intento di evitare, nel tempo, conseguenze spiacevoli ai cattivi gestori delle banche decotte?
Intanto si provvede a diluire il danno per renderne più accettabili i costi, ripartiti tra tutti i contribuenti. E a poco serve che il ministro Padoan precisi che « le cifre non impattano sui saldi di finanza pubblica, perché sono già incorporate nel cosiddetto decreto salva-banche». Non impatteranno contabilmente sui nuovi saldi, ma i venti miliardi messi a disposizione per i salvataggi con il decreto salva banche (dicembre 2016) rappresentano comunque una crescita del debito pubblico. Pertanto, come cittadini chiamati a sopportare il peso di tale debito, ci chiediamo perché Padoan ci imponga tale onere aggiuntivo: per solidarietà (derivante da eccesso di generosità nei confronti dei bancarottieri) o per interesse della politica a mantenere protetto il più possibile un rapporto incestuoso con tali bancarottieri, generosi di prebende con la politica? Forse sarebbe il caso di alzare il velo che cela le condizioni di favore offerte ai politici dal sistema bancario. Esse apparirebbero sfacciatamente privilegiate, se fossero di pubblico dominio? Per questo (e per una questione di privacy) sono state prudentemente velate da una cortina di riservatezza? E le generose elargizioni di prestiti non garantiti (o garantiti per malleveria politica o per interposta buona parola o finiti alla politica… di sponda) farebbero emergere altro marciume, se una accurata indagine mettesse una buona volta a nudo tutte le magagne effettive, sgombrando il campo da quelle che potrebbero essere solo sospettose ipotesi prive di fondamento? Chi lo può sapere! Si vorrebbe capire esattamente come stiano le cose. Sulla base di dati conoscitivi inconfutabili.
Sui salvataggi Padoan in passato ha dichiarato di tutto e di più: ad esempio, la possibilità di costituire un altro fondo, con partecipazioni delle banche e del ministero dell’Economia, pari a circa 100 milioni di euro, per rimborsare ai piccoli obbligazionisti qualcosa come il 30 per cento di quello che hanno perso; ad esempio, la possibilità (accarezzata come ipotesi) di concedere ai soggetti salvatori un credito di imposta per i prossimi anni. Giusto per invogliarli a finanziare l’intervento ipotizzato, che non sarebbe andato contro le leggi europee, trattandosi di “un’operazione di natura umanitaria” e non di un vero rimborso, cioè non di un intervento con denaro pubblico a tutela a tutela dei piccoli risparmiatori. Ma la rinuncia alle tasse da riscuotere in anni successivi per indurre i beneficiari della promessa a mettere denaro a disposizione di un fondo per chiudere la bocca ai risparmiatori turlupinati, risarcendo loro il 30% di quanto hanno perso, non è sempre una posta in gioco di denaro pubblico? Il cittadino rimane frastornato e non capisce bene. O forse sì.
E perché mai non si chiede la testa (metaforicamente) dei bancarottieri? A quando una legge che preveda l’esproprio totale dei loro beni mobili e immobili (ovunque detenuti)? E anche dei beni intestati o trasferiti a parenti ben prima del crack reale o delle prime avvisaglie. Pare che Zonin abbia precauzionalmente trasferito la proprietà dei vigneti. Non si vuole essere giustizialisti, ma non si può essere indulgenti sempre con i furbastri. Né si deve avere la dabbenaggine di usare una rete a maglie così larghe da lasciare piena libertà di azione ai volponi della corruzione e agli squali della finanza e delle banche. Altrimenti si è semplicemente conniventi, complici, corresponsabili.
E, per finire, un accenno al debito pubblico. La cui crescita stratosferica nell’ultimo quarto di secolo è dovuta soprattutto all’effetto degli interessi. Oltre la metà dei titoli del debito pubblico è posseduta dalle banche, che lucrano parassitariamente sulla differenza tra il tasso debitorio nei confronti della BCE per la moneta presa in prestito (oggi pari a zero) e quanto pretendono invece dagli Stati indebitati. Quel differenziale è un prelievo usuraio. Che gli Stati dovrebbero rifiutarsi di pagare. E invece si fanno in quattro per salvare le banche che li indebitano. Incomprensibile!
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Piuttosto che pagare i danni (prodotti dai bancarottieri) e lasciare acquistare da privati per un euro la parte sana delle banche liberate da sofferenze e pesi sullo stomaco, non sarebbe preferibile farle acquistare per la stessa somma simbolica da CdP, evitando ulteriori privatizzazioni di quest’ultima? Quando si capirà che sarebbe preferibile per gli interessi pubblici tornare al tradizionale ruolo di CdP che amministra una ingente somma di risparmi e che utilizzava (sino a poco tempo fa) tale disponibilità per finanziare, a tasso agevolato, investimenti di Comuni in opere e servizi pubblici? O si vuole continuare a strangolare l’ente locale per sottrargli ogni possibilità di fare investimenti e per costringerlo a cedere la gestione di tutti i servizi a privati? Incomprensibile!
E perché, infine, si vuole resistere all’applicazione della direttiva sul bail-in mentre nulla si ipotizza o si tenta per modificare l’attuale sistema di emissione a debito, che è concausa della crescita del debito pubblico? Non sarebbe più razionale che la BCE, anziché prestare denaro a zero interesse alle banche (che poi lo prestano ad interesse ben consistente agli Stati), lo consegnasse direttamente ad essi, in proporzione alla loro consistenza demografica? Tanto più che la moneta stampata acquista valore solo dalla legge degli Stati, che (giustamente!) vietano e puniscono l’emissione e lo spaccio di cartamoneta non autorizzata. Ma perché gli Stati dell’eurozona autorizzano il sistema bancario (uno e trino) a stampare moneta che ha solo valore legale (grazie alla legge degli Stati stessi) per farsela poi prestare ad interesse? Incomprensibile! Cosa ci impedirebbe di cambiare le norme sulla emissione e lo Statuto-regolamento della BCE? Ce lo spieghi Padoan.
Ci limitiamo solo a tentare di aggirare le norme sul bail-in, blaterando di aiuti umanitari alle banche, di applicazione delle regole “nel miglior modo possibile” e di assunzione del danno da parte dello Stato, negando l’evidenza: cioè che si tratti di aiuto statale. Concesso a chi? Solo ai risparmiatori turlupinati? O anche ai bancarottieri impuniti? Il cittadino non capisce. O forse sì. E dice basta a quanti pensano ancora di poter tirare avanti barando con le parole. E chiede leggi più severe; misure più efficaci di prevenzione e di lotta alla corruzione; politiche al servizio dei cittadini tutti e a tutela di tutti i beni comuni. Compresa la moneta, che è la linfa del sistema economico.
Noi elettori deleghiamo agli eletti la sovranità che proviene dal basso in ogni democrazia che si rispetti. Non ci affidiamo ciecamente a nessuno di loro. Noi vogliamo capire. E anch’essi hanno l’obbligo di capire e di operare con discernimento. Sin qui si sono fidati troppo degli economisti seguaci del pensiero unico e dei criminali in doppiopetto. Ora hanno l’obbligo di capire l’irrazionalità di alcune norme votate in passato. E devono approntare i giusti rimedi. Non taglieremo le loro teste. Ma le perforeremo con la pazienza del picchio e ci innesteremo le idee giuste. O li manderemo a casa. Troveremo il modo per farlo. E poi cercheremo di correggere le intemperanze di chi li sostituirà.
Perché la società non sarà mai perfetta, ma perennemente perfettibile.

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