Utilizzato da furbi e sfruttatori è stata sicuramente una frode e una vergogna. Ma, se limitato a lavori di poche ore o di una giornata è un metodo virtuoso per combattere l’evasione. Novità interessanti nel decreto per il Mezzogiorno
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
A Roma la CGIL ha mobilitato i propri iscritti contro il provvedimento governativo contenuto nella legge di bilancio che introduce i contratti brevi in sostituzione dei vecchi voucher. Nella intenzione sindacale vi è la volontà di contrastare il nuovo strumento ritenendolo un modo per precarizzare e limitare i diritti dei lavoratori.
Dalla lettura dell’articolo 81 della Carta universale dei diritti del lavoro della Cgil (in pratica una bozza per il nuovo Statuto dei lavoratori), si può capire come la CGIL concepisce il lavoro subordinato occasionale. Sintetizzando: non le aziende (nemmeno le aziende individuali), ma solo i privati possono ricorrere al lavoro occasionale e sono autorizzati a offrirlo solamente a «pensionati, studenti, disoccupati e inoccupati». Per pagarlo si dovrebbe ricorrere a una specie di nuovo voucher più complicato, che si chiama “scheda per lavoro subordinato occasionale” e non sarebbe più reperibile alle Poste e in alcune tabaccherie, come accadeva con i vecchi voucher, ma affidato a un imprecisato “ente concessionario”. In più, chi intende avvalersene dovrebbe munirsi di apposita scheda magnetica, con relativo Pin.
L’abuso dei voucher da parte dei furbi e degli sfruttatori è stata sicuramente una frode e una vergogna che andava colpita con durezza senza aspettare che degenerasse e consentisse a imprenditori senza scrupoli di vanificarne gli obiettivi, precipitando il paese in un dibattito ideologico che prescinde dalle reali necessità dell’economia e del recupero dell’evasione contributiva. L’uso dei voucher per lavori di poche ore o di una giornata (si pensi alle lezioni private degli insegnanti; e a una miriade di lavori agricoli: un vero e proprio fiume di lavoro nero) è un metodo virtuoso per combattere l’evasione e portare soldi all’Inps e all’Inail. Non per caso il governo, resosi conto che l’abolizione tout court dei voucher ha aperto una voragine normativa, ha studiato la maniera di rimediare.
La nuova regolamentazione avrebbe dovuto essere concertata tra governo, sindacati e associazioni degli imprenditori ma la «fottutissima paura del referendum» ha spinto il governo ad abolire i voucher dall’oggi al domani e imporre un nuovo strumento.
Premesso che la burocrazia è nemica del lavoro tanto quanto lo sfruttamento, andrebbe innanzitutto eliminato il mostruoso gravame di scartoffie e adempienze che, in molti casi, portano al “nero” per esasperazione. Le microaziende, anche individuali, ancor oggi, spesso sono sottoposte a vincoli uguali a quelli della Fiat. Ancor oggi, in una società enormemente stratificata, non si vuole prendere atto che molti piccoli imprenditori sono lavoratori a pieno titolo e meritano rispetto e tutela quanto i dipendenti.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che la semplificazione è amica della legge mentre la complicazione è amica dell’illegalità. Questo è un giudizio politico: i voucher erano una semplificazione che andava migliorata e protetta dal cattivo uso, invece sono diventati il simbolo di tutte le storture che levano diritti e dignità a chi lavora.
Ora se ne sono fatti di nuovi, solo in parte simili a quelli vecchi, al termine di un iter folle: minaccia di referendum, cancellazione frettolosa della legge, rifacimento altrettanto frettoloso di una nuova normativa che, in un Paese con i nervi a posto (e con una sinistra meno litigiosa), avrebbe potuto essere studiata con attenzione. Così stanno le cose, a mio parere, e fino a quando non diventeremo un paese “normale”, che affronta i temi del lavoro da entrambi i punti di vista combattendo abusi e connivenze ed utilizzando gli strumenti di controllo che ci sono in modo adeguato ed efficace, non ne usciremo mai.
Mentre è in corso questa contrapposizione, il consiglio dei ministri ha varato il decreto per il mezzogiorno che contiene diverse misure di interesse per il sud. All’interno del decreto ve ne è una denominata con enfasi speranzosa: “Resto al Sud” (che segue il precedente decreto Sud 242/16) dove i giovani tra 18 e 35 anni residenti in una delle otto regioni interessate (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), e che non risultino già beneficiari nell’ultimo triennio di altre misure per l’autoimprenditorialità, potranno ricevere un finanziamento fino a 40mila euro (non utilizzabile per spese di progettazione, consulenza e stipendi dei dipendenti) a fronte di nuovi progetti imprenditoriali). Il 35% del finanziamento sarà a fondo perduto, il 65% sotto forma di prestito a tasso zero concesso dalle banche con la garanzia statale.
Per l’agevolazione – che sarà gestita da Invitalia – attingerà al Fondo sviluppo e coesione prelevandone 1,3 miliardi in quattro anni. L’incentivo “Resto al Sud” sarà utilizzabile anche dai giovani che otterranno in concessione, a seguito di un bando pubblico per progetti di valorizzazione, terreni agricoli abbandonati o incolti.
Varate anche agevolazioni fiscali aggiuntive rispetto al regime ordinario del credito d’imposta al Sud: saranno resi eleggibili per il beneficio investimenti fino a 50 milioni e le imprese finanziate dovranno mantenere l’attività nell’area per almeno cinque anni.
In un’altra parte del decreto è contenuta una misura per la velocizzazione degli investimenti pubblici e privati. In entrambi i casi, il governo spera di risolvere i ritardi cronici e gli ostacoli che segnano molti lavori, ricorrendo alla figura dei commissari straordinari. Per le opere pubbliche, sarà stilato un elenco di interventi ritenuti strategici il cui grado di avanzamento è pari ad almeno l’80% e il cui completamento ha subito ritardi dovuti all’iter autorizzativo o a eventuali situazioni di sequestro (di queste situazioni, molte sono presenti anche nel nostro sistema portuale). Per portarle a termine, potrà essere nominato, per ciascuna regione o per più regioni, su loro richiesta, un Commissario delegato del governo che esercita poteri sostitutivi.
Principio analogo ispira lo Sportello per interventi strategici nel Mezzogiorno: i privati che hanno presentato istanze per investimenti superiori ai 40 milioni potranno segnalare al ministro per la Coesione Territoriale la mancata conclusione nei termini dei procedimenti amministrativi. A quel punto si aprirà un iter accelerato con un termine massimo per la conclusione. Se i termini non saranno rispettati, potrà essere nominato un apposito Commissario.
Sul fronte delle crisi industriali, invece, il decreto stanzia 50 milioni per programmi di «riqualificazione e ricollocazione» consentendo alla neonata Agenzia nazionale per le politiche attive di utilizzarli per facilitare il reinserimento delle persone espulse dai processi produttivi nelle otto regioni meridionali.
Fin qui le norme entrate in vigore, speriamo servano a contrastare il vero dramma del nostro paese: la mancanza di lavoro.

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