Giacomo: “Dopo un no, non mi hanno più fatto lavorare”; anonimo di una grande testata nazionale: “Volevano pagarmi a pezzo e abbandonai la professione”; Francesca: “Attenzione alle startup fasulle on line”
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
Sono tante le storie di giornalisti che si sono ritrovati o si ritrovano a fare i conti con una realtà difficile, dove il lavoro è tanto (e spesso scandito da ritmi e regole precise) e la tutela poca. Alcuni di loro hanno scelto di raccontare la propria esperienza e di far sentire la propria voce a ‘Senza filtro’.
Valentina Rigano. “Ho alle spalle 17 anni di professione e sono pubblicista dal 2010. Sono libera professionista e ora ne sono contenta, perché si conserva un po’ l’autonomia; ma è stata una scelta obbligata. Il sogno iniziale della maggior parte di chi voglia fare questo lavoro è di trovare un suo percorso professionale. La problematica del collaboratore c’è ed è grossa: ci sono compensi bassi a fronte di un impegno di un certo tipo. Ed è tanto più forte quanto la testata è piccola. La maggior parte dei freelance, inoltre, collabora per più giornali ed è ovvio che poi si abbassi la qualità. Bisognerebbe anche ragionare sulla tipologia dei compensi, che dovrebbero variare a seconda degli argomenti trattati. Insomma, gli organi competenti dovrebbero capire che è il caso di rimettere mano alla retribuzione dei giornalisti. Io ho iniziato dal basso: dopo un tirocinio gratuito iniziale, sono passata sulla carta stampata a livello regionale.
Tutto è nato per caso: al ritorno da una trasmissione televisiva a Roma, ho saputo che a Milano stava per aprire un quotidiano. Una volta cercato l’editore insieme ad altri colleghi, abbiamo ottenuto un colloquio. Io mi occupavo della provincia di Monza, dove sono cresciuta. All’epoca facevo cronaca nera. La retribuzione non superava i 500 euro, ma ero impegnata per l’intera settimana per tutto il giorno. Ricordo di aver seguito l’inchiesta delle bestie di Satana: lavoravo giorni interi e in alcuni casi anche le notti. Quel periodo ho avuto un crollo, finendo in ospedale. Per tre anni e mezzo si respirava la promessa, mai realizzata, di un contratto a paga più alta. Anzi, il giornale ha poi chiuso di punto in bianco, senza avvisare nessuno. Vivevo già da sola e quella era la mia unica fonte di reddito. Mi ricordo un periodo con la luce staccata; mangiavo pan di stelle con the o alici con crackers. Non ho mai chiesto aiuto ai miei genitori perché volevo essere coerente con la mia scelta. È stato un periodo difficile. Ora sono inquadrata in maniera abbastanza corretta e faccio un lavoro che mi piace: mi ritengo fra quelli fortunati”.
C’è anche chi ha appeso la penna al chiodo, poiché i cambiamenti decisi dall’editore non gli avrebbero consentito di mantenere sé e la sua famiglia. A raccontarlo è un giornalista professionista, firma di un noto quotidiano nazionale, che preferisce restare nell’anonimato. “Sono 20 anni che faccio il giornalista – racconta – e ora l’avventura è finita: non scriverò mai più nulla per alcun giornale. Vista la parabola discendente, ho deciso di fare altro nella vita. Io ho cominciato dalla base: nessuna scuola di giornalismo e tanta gavetta, partendo da una testata locale. Ho seguito tutto l’iter di produzione di un giornale: la raccolta delle notizie, l’impaginazione, la distribuzione. All’epoca era diverso: c’era disponibilità all’ascolto, pagamenti puntuali e cifre dignitose. Fino allo scorso gennaio, mi sono occupato di cronaca per un importante quotidiano. Avevo un contratto co.co.co. da 17 anni. Non si era mai parlato di assunzione ma avevo uno stipendio buono. Quest’anno però l’editore ha deciso di pagare i collaboratori a pezzo. Il problema è che ai collaboratori sarebbero stati preclusi molti articoli. Il tutto in una redazione che fa finta di non vedere il problema. Mi è stata tolta di fatto la possibilità di scrivere e così ho smesso. Sono sempre più convinto che questa stia diventando una professione per ricchi”.
Nel panorama degli autonomi, ci sono anche giornalisti professionisti senior che sono passati da esperienze regolate da assunzione in redazione allo stato di freelance. È il caso di Francesca R. Lancini, 41 anni, nata nell’hinterland milanese, inviata in vari Paesi del Sud del Mondo. Attualmente realizza inchieste e approfondimenti per un mensile francese e altri media nazionali. “Ho iniziato a scrivere 16 anni fa per l’Unità di Roma. Inviai il mio cv, dopo una gavetta post-laurea di tre anni e fui scelta per uno stage agli Esteri. Nel tempo, ho intrapreso vari percorsi in testate nazionali, cartacee e digitali. Ho conosciuto tutti i passaggi graduali per diventare professionista: dalle brevi al praticantato, e così via. Mi sono sempre occupata di attualità internazionale e nel 2006 ho iniziato a lavorare da freelance, dedicandomi soprattutto ai reportage in varie zone ‘difficili’ del mondo. Ho avuto anni abbastanza positivi, con direttori e capi-redattori dai quali ho imparato molto e con compensi dignitosi.
Negli ultimi anni, tuttavia, ho visto precipitare il settore dell’informazione in un far west. Sono incappata in startup fasulle, prevalentemente on line: chiedono sforzi immani, promettono ricompense (minime), ma rimandano in continuazione. Solo dopo ci si rende conto che dietro non c’è probabilmente alcun progetto serio. Su questo bisognerebbe lanciare un allarme, ma anche su altri fattori. Il precariato selvaggio, diffuso ovunque, è legato all’assenza e al non rispetto di regole deontologiche, alla mancanza di controlli su cosa si scrive e sulle fonti, alla sparizione o non applicazione di lettere d’incarico e a compensi inesistenti o irrisori. Infine, si è diffuso l’utilizzo poco consapevole delle tecnologie digitali. C’è una sorta di fanatismo, secondo cui i tools digitali dovrebbero prevaricare sui contenuti informativi. Una ‘dittatura dei clic‘, in certi casi. Ma perché? Serve un’integrazione delle competenze digitali con quelle giornalistiche, ma anche una separazione dei ruoli e delle professioni. Dipende dai media e va organizzata redazione per redazione. È sufficiente scrollare il sito di BBC News o di un quotidiano straniero per rendersi conto di come essere più professionali: i blog sono distinti dagli articoli, così come i contenuti sponsorizzati (i vecchi publiredazionali cartacei) e gli interventi partecipativi dei lettori. Ho pubblicato recentemente una riflessione su Linkedin, perché in gioco c’è qualcosa di più importante del destino dei singoli, ovvero un diritto alla base di ogni democrazia, un diritto di tutti: il diritto a un’informazione corretta.
Inoltre, lottare da soli non incide. Serve un ‘no’ collettivo. A essere malato è un intero sistema nostrano cui partecipano vari attori: editori, direttori, digital manager, pubblicitari, giornalisti, sindacati. Ho sentito dire ad alcuni anziani giornalisti, che purtroppo sembrano aver rinunciato a formare i più giovani, che forse ci estingueremo. Lancio una provocazione: forse ci estingueremo noi giornalisti italiani, perché in altri Paesi come la Francia e la Germania – seppur con tante difficoltà – è ancora chiaro cosa sia l’informazione. Ma, per fortuna, è ancora chiaro anche a una ‘minoranza silenziosa’ di bravi giornalisti, che si dedicano con onestà alla professione. Da questi ultimi dobbiamo ripartire”.
A completare il quadro ci sono anche quei giovani che sognano di essere giornalisti e che spesso iniziano a scrivere accettando tutti gli incarichi e le regole nella speranza di una qualifica e di uno stipendio. Alcuni di questi ragazzi però non acconsentono proprio a tutto e hanno il coraggio di dire no. Il risultato? Smettono di lavorare. È accaduto a Giacomo Napoli, un giovane che ha rifiutato un incarico e che per questo non sarebbe stato più richiamato. “Durante la magistrale ho iniziato a collaborare con una redazione sportiva (inizialmente come stage universitario), con la quale sono rimasto fino all’ottobre del 2016. Ho lasciato perché ho avuto la possibilità di poter scrivere per un quotidiano della zona di Varese. Lì mi hanno assegnato il calcio dilettantistico e soprattutto il volley. Scrivevo aperture e articoli di 3 o 4 mila battute. Tuttavia, quando mi hanno chiesto di andare a Caronno, per seguire la squadra, ho risposto che quasi due ore di macchina non le avrei fatte. Da quel momento in poi non mi hanno più calcolato. Alla mia richiesta di spiegazioni, mi hanno risposto che per loro si trattava di mancanza di professionalità. Inutile dire che gli animi si sono accesi. Nel primo giornale, on line, mi pagavano 10 euro a pezzo. Nella seconda testata avrebbero dovuto pagarmi a seconda delle battute ma degli oltre 200 euro per un mese di collaborazione non ho visto un centesimo. Ho pensato alla retribuzione e sono passato dalla parte del torto e per quello, ai loro occhi, poco professionale”.

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