Signore inguainate in abiti lunghi e tacchi da capogiro ed uomini in blu accravattati, per molti dei quali la cravatta, a prescindere dall’ora, è già gran penitenza. Ho chiesto a un teologo: a che ora si celebrarono le nozze di Cana?
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
Abito in una zona strategica per controllare il traffico fra invitati a nozze e chiese dove si celebra un matrimonio. Dalla mia postazione controllo facilmente cattedrale, Carmine, Immacolata e anche San Martino; praticamente mi trovo fra i pochi spazi di parcheggio in Ortigia e relative parrocchie. E mi fa una gran pena il vedere sotto il gran sole estivo alle 4 di pomeriggio, che arrancano alla ricerca di una striscia di ombra, signore inguainate in abiti lunghi e tacchi da capogiro, più che tacchi trampoli, ed uomini in blu accravattati, per molti dei quali la cravatta a prescindere dall’ora è già gran penitenza: ma non per nulla vanno in chiesa anche per scontare peccati.
Sembrerebbe che la scelta di un orario così da mare trovi alleati celebranti e nubendi: i primi per non turbare l’ordine delle loro funzioni in chiesa, i secondi per l’interminabile giro per le vie della città per le immancabili fotografie (che poi magari dopo qualche anno se le strappano in faccia dichiarandosi reciprocamente imperdonabili per l’errore di nozze commesso: meno male che ci sono nel frattempo i figli che poi alla fine, dopo le fotografie in faccia, fanno dire di un felice errore ).
La questione dell’orario delle nozze, atteso che in questo mese per tre volte mi son dovuto ingessare in blu alle quattro di pomeriggio, mi ha portato a pormi una domanda: a che ora si celebrarono le nozze di Cana? Chi poteva darmi una risposta se non un teologo?
Mi sono rivolto a un celebrato, barbuto e barboso teologo tedesco che, data la rilevanza della domanda, per non sbagliare, data l’arditezza del quesito, ha chiesto un consulto con un altro celebrato, barbuto e barboso teologo svizzero. I due si sono reciprocamente complimentati l’uno appellando l’altro col titolo di maestro, poi ciascuno ha fatto una pubblicazione sulla materia, in dotto e curialesco latino, ma alla fine si sono reciprocamente detti di palese errore per le conclusioni cui arriva l’altro e di comune accordo hanno deciso di rimettere la questione alla Curia Romana.
La quale non ha inteso decidere per una duplice illegittima e deplorevole interferenza sulla libertà di decisione dei curialeschi teologi da parte della associazione dei grandi sarti e dei parrucchieri (mi ricordano gli antichi conclavi con i veti dei vari imperatori). L’associazione dei coutouriers sostiene che debba pontificarsi un matrimonio su un orario di certa assolazione di sposi ed invitati, anche alle due o alle tre di pomeriggio per obbligare le signore ad una doppia mise: di primo pomeriggio un abito corto; la sera tarda, dopo le fotografie degli sposi, un obbligatorio abito in lungo.
Ai coutouriers ha fatto seguito la pressione dell’associazione dei coiffeurs che, nel tempo che gli sposi dedicano alle fotografie, possono riparare i guasti provocati alle invitate dal sudore a capelli e trucchi: i capelli si scompigliano, i trucchi si sciolgono e il rimmel traccia sul volto lacrime nere.
I teologi romani non hanno delibato la questione, sia per le dette interferenze sia per il mancato raggiungimento di una decisione comune; si sono divisi sulle cause della improvvisa mancanza di vino: alcuni hanno sostenuto che fu colpa del padre della sposa che era un taccagnoso risparmiatore; altri invece hanno difeso la figura dell’ascendente materno sostenendo che gli invitati erano pozzi senza fine: tutti beoni che si scolarono botti intere di buon vino. Altri ancora, che giustificano i beoni in quanto le nozze erano avvenute d’inverno – ricordiamoci della neve sui nostri presepi casalinghi – e il freddo aveva imposto il procacciarsi di una coperta interna.
Hanno discusso e non hanno deciso; su una cosa sono stati però unanimi: nel rimettere la materia alla competente curia per le indulgenze, perché gli invitati a nozze sotto il solleone di Siracusa, per una penitenza così dura, abbiano diritto a una indulgenza plenaria: tutti i peccati condonati, per tutti ad eccezione di sposi e celebranti.

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