In “Siracusa on web” le tragedie greche ed è subito scontro

Sul tavolo dell’aspro confronto le innovazioni apportate per attualizzare le opere. “Modernità strana e incompatibile”, “Se vuole attualizzare, la Fondazione vada sul mercato come impresa privata senza percepire soldi pubblici”  

 

La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017

Periodo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco e su Facebook fioccano commenti di critica o di ammirazione o, persino, di indignazione. Un focolaio di discussione è sorto, in proposito, nel gruppo “Siracusa on web: gruppo di discussione sulla città”, dopo che è apparso un lungo e intenso commento: “Voglio condividere con voi questo mio “dolore”, io che siracusana non sono, ma che amo questa vostra terra e i tesori che la storia le ha donato e che appartengono a tutti noi siciliani. Ho visto ieri “Sette contro Tebe” e ho sofferto. Dall’ingresso del coro in abiti tribali ho vissuto l’intera opera come l’abuso di un luogo sacro profanato con intendimenti che nulla hanno a che fare con l’opera originale. Gli applausi che comunque arrivavano davano l’impressione di originare da un’onda mossa dal vento che, priva di volontà, si sposta con fragore, ma nulla di suo esprime: due mani, chissà per quale intento si muovevano, e poi, quasi attonita e priva di vera intenzione, la folla partecipava. Scrivo questo messaggio perché tutti gli anni ci rechiamo presso quei luoghi di incanto a godere di quelle “sacre” rappresentazioni; troppe volte però l’incursione di una strana e incompatibile modernità guasta la bellezza di quelle opere; la mia speranza è che, nel futuro, si possa riflettere su questo e finalmente si operi per recuperare l’alto valore che quei testi conservano sempre immutato perché sempre eterni; non occorre renderli moderni: lo sono già e lo saranno sempre, sono la storia dell’uomo di tutti i tempi, sempre tremendamente attuale”.

Gli animi dei siracusani sono stati pungolati e una sfilza di commenti ha fatto seguito a queste parole accorate.

Qualcuno, raccogliendo la provocazione, ha proposto: “Beh, per preservare le antiche usanze si potrebbe iniziare con coturni (le calzature formate da strisce di cuoio intrecciate, ndr), maschere e pochissimi attori. Solo maschi, s’intende”. Sulla falsariga di tale commento, un altro ha risposto in tono ironico: “Sì, certo, anche io ieri ho visto la stessa rappresentazione e sono rimasto sconvolto. Dove era il sacro rispetto delle rappresentazioni greche antiche? Ad iniziare dal fatto che si svolgono di sera e non all’alba, come facevano gli antichi greci. E poi addirittura delle sceneggiature, mentre anticamente non ce n’erano. Per non parlare di tutti quegli spettatori che osano recarsi al teatro in automobile anziché andarci a piedi, come facevano gli antichi! E poi, scempio ultimo, recitate in italiano moderno anziché in greco antico!! Ma dove andremo a finire?”.

Poi, però, la discussione è tornata su toni più seri e molti hanno asserito di condividere pienamente il pensiero dell’autrice del post: “Le interpretazioni devono anche essere all’altezza. […] A me sembra che chiunque si arroghi il diritto di reinterpretare a piacimento, in maniera fin troppo autonoma, un’opera scritta e creata in epoche lontane da noi, ma sempre attualissima nei contenuti. Interpretazione sì, ma senza esagerare! […] Per esempio, Tiresia nelle Fenicie non vi è sembrato troppo ridicolizzato? A me è sembrata una mancanza di rispetto nei confronti del personaggio”. E, ancora, con tanti indignati punti esclamativi: “Nei Sette contro Tebe, per ovviare alla monotonia della storia, si è puntato sull’effetto speciale! L’arrivo degli altoparlanti alla fine, poi, non ne parliamo! Tutto un poco discutibile!”. Oppure, ancora, con tono caustico: “Abbiamo uno fra i pochissimi teatri greci al mondo. Abbiamo la cultura greca per poterlo fare in originale e, invece di mostrare al mondo che viene da noi per immergersi in quel tempo, com’era, ci arrovelliamo il cervello per mostrare come potrebbe essere… che minchioni!”. Qualcuno ha adottato una visione ancora più ampia del problema: “Ricordiamoci che tanti turisti vengono per assistere alla tragedie greche, non ai rimaneggiamenti in nome di un’arte che non ha nulla di tale. I rimaneggiamenti in chiave artistica fateli al teatro Verga; al teatro greco va riproposta la cultura della storia”.

Non tutti, però, sono stati d’accordo: “Il teatro è vivo e deve fare discutere”, ha nicchiato qualcuno, “non è bello perché mi è piaciuto: il “bello” e il “mi piace” con l’arte hanno poco a che fare”. E altri hanno adottato un tono biasimatore: “Ma chi siete voi per dire ciò che oggi è arte? Voi potete solo dire che vi piace e, poi, sarà il tempo a stabilirlo. Qualunque messa in scena va rispettata… altrimenti, andate al museo delle cere.” E: “Ma scusate non andate al teatro, se volete le copie sempre le stesse sempre uguali, si chiama cinema e me lo pappo sempre uguale. Finché pellicola resiste. Ma se andate al teatro, la storia cambia.”

È a quest’ultimo commento che si è indirizzata l’amara risposta di un’altra utente: “Non si vogliono copie sempre uguali, ma qui si esagera con le interpretazioni, è questo il punto! C’è troppa libertà! Occorre rispettare l’autore, l’epoca, il testo. Ormai si rasenta il ridicolo pur di “modernizzare”! Siamo fin troppo moderni tutti i giorni della nostra vita, nel bene e nel male, ma quando si va a teatro, e soprattutto al teatro greco, la sensazione deve essere quella di immersione in un mondo antico, lontano ma vicino nei contenuti. Un mondo che fa parte del nostro passato e delle nostre radici. Questa è la sensazione che avevo prima […] alle rappresentazioni classiche. È una sensazione che non provo più ora. I pantaloni, le bombette, le divise le vediamo tutti i giorni: niente di nuovo, niente di suggestivo e mi dispiace per le nuove generazioni che non possono provare le stesse emozioni che ho provato io”.

Il discorso, infine, si è spostato su un piano più elevato, a metà tra un’astrazione filosofico-artistica (richiamando Winckelmann e scomodando Freud) e una spietata concretezza (additando l’Inda e i finanziamenti pubblici che riceve).

“Amo l’opera classica” – ha scritto un primo utente – “e soprattutto quella contemporanea, ma che abbia una sua originalità e rispetto identitario. Le concessioni a “mercati” intermedi e mercificazioni calcolate a tavolino per fare cassa non le condivido per niente. Mi pare più che giusto che il teatro greco si ponga il problema del bilancio, giustissimo e doveroso, rispetto per i soldi del contribuente, ma il problema va affrontato in altri termini e con altri mezzi. Oppure… facciamo dell’INDA una società per azioni a capitale privato e destiniamo i fondi pubblici ad altro”. Subito, però, un secondo utente ha rettificato: “In realtà usare termini come “sacro”, “profanazione”, “rispetto” assolutizza e destoricizza il teatro antico, che era invece calato capillarmente nella società e nella politica del tempo. Usare i termini “originalità” e “identità”, come se fossero anch’esse entità essenziali, ideali, monotipiche e sempre uguali a se stesse […] sterilizza il mondo antico, fatto di carne e sangue, come e più del nostro. Un po’ come credere ancora che statue e templi greco-romani fossero immacolatamente candidi, scontando in pieno XXI secolo il pregiudizio winckelmanniano (storico dell’arte classica del ‘700, che analizzò l’arte greca con le lenti del classicismo, superate solo secoli dopo, con l’adozione della prospettiva storicistica, ndr). […] Le tragedie sembrano “classiche” perché gli argomenti sono tratti quasi sempre dal mito, ma usano quest’ultimo anche per parlare, più o meno metaforicamente, della realtà contemporanea. […] reputo qualsiasi rappresentazione attuale delle opere antiche pienamente legittima, da quelle filologicamente correttissime a quelle più eterodosse. Come insegnava Umberto Eco, “Intentio auctoris, intentio operis, intentio lectoris” (o “spectatoris”, in questo caso). La forza delle grandi opere, dei grandi personaggi e dei grandi autori è capace di generare sempre nuove e feconde interpretazioni. L’Ulisse di Omero e quello di Dante non sono più legittimi di quelli di Pascoli o Lucio Dalla”.

D’altro canto, aggiungiamo noi, la stessa parte finale della tragedia “Sette contro Tebe” è, probabilmente, non originale e aggiunta in seguito alla morte di Eschilo, con l’intento di ricollegarsi ad altre tragedie, per esempio all’Antigone di Sofocle.

Il dotto commento del secondo utente ha riscosso discreti successi virtuali (“Bellissimo commento, grazie”, ha scritto qualcuno), ma ha anche provocato la risposta chiarificatrice del primo utente: “Probabilmente non sono riuscito a spiegarmi bene. Io ho espresso un punto di vista strettamente personale e non ho parlato di […] dare indirizzi a ciò che è classico e a ciò che non lo è, infatti ho anche indicato la possibilità […] che l’INDA si ponga sul mercato libero come impresa privata rinunciando a quegli enormi finanziamenti pubblici che le consentono di operare senza porsi il problema di doversi finanziare coi soli introiti della pubblicità e dei biglietti. Semplice no ? Coerenza ci vuole. Che corrano i loro rischi avendo il coraggio di essere coerenti con cosa loro intendono per fare teatro oggi. Le tragedie greche spesso vengono date nei teatri di arte contemporanea (io ne sono appassionato) di Londra e degli States: fantastiche, ma senza ipocrisie e petti gonfi d’aria fritta, e investendo di tasca propria”.

Il secondo utente, però, ha continuato a non trovarsi d’accordo con il primo: “Lo scostamento dal rispetto filologico, scenografico e costumistico dovrebbe essere direttamente proporzionale alla quantità di fondi pubblici erogati? Argomento un po’ prosaico e poco pertinente. […] sostenendo la sua tesi si formula automaticamente un giudizio di valore (cosa diversa dall’apprezzamento estetico) […] In ogni caso possono togliere i fondi pubblici all’Inda anche ieri. Non soffrirò minimamente per questo, come non soffrirei per Giasone in sidecar e redingote al centro dell’orchestra”.

Un altro commento ha richiamato concetti freudiani, suggerendo che le tragedie riviste in ottica contemporanea stanno all’Io (soggiogato dall’influsso del mondo esterno), così come la loro “narrazione in chiave onirico-mitologica” sta all’Es (privo di condizionamenti consci).

La colta diatriba online si è conclusa con due commenti: il primo che ha ritenuto che si debba superare “lo sconcerto dei puristi” per produrre “spettacoli per i diversi palati e con traduzioni e cast per un pubblico anche straniero (edizione tedesca, francese, inglese, cinese, giapponese, araba). Addirittura sarebbe epocale una edizione con il testo originale in greco antico o latino”; il secondo ha additato “l’onnipotenza della rete”, che rende tutti “attori, registi, autori, politici economisti, scienziati, dottori … tutti professoroni da casa”.

Il commento più profondo alla tragedia di Eschilo è, comunque, questo: “Le opere non hanno tempo, la morale delle tragedie è sempre moderna. Tebe è una moderna Aleppo dove due fratelli lottano per il potere”.

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