Più giornalisti dichiarano un reddito sotto i 5.000 euro

I dati diffusi da AGCOM con la seconda edizione dell’Osservatorio sul giornalismo tracciano uno spaccato di realtà che è tutt’altro che roseo Compensi ridotti all’osso e legati al numero di articoli; in testate on line si è pagati in base ai clic

 

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Il mondo del giornalismo è colmo di regole. Ci sono le regole deontologiche, create dall’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con altri Enti per fare in modo che il giornalista scriva sempre nel rispetto delle persone e dei fatti; ci sono quelle per la salvaguardia della professione e ci sono anche i provvedimenti disciplinari, qualora il cronista non osservi una corretta etica nell’informazione. Ci sono però anche le regole per così dire ‘sommerse’; quelle che spesso e volentieri osserva il collaboratore esterno alla redazione, pur non dovendole rispettare in quanto lavoratore autonomo, con o senza partita Iva. Sono regole che tutti nell’ambiente conoscono ma che in pochi dicono: un vero e proprio segreto di Pulcinella.

Ecco allora che emerge l’altro volto del giornalismo: quello fatto dai collaboratori che riempiono i giornali dietro una paga minima (quando va bene) e che di autonomo hanno ben poco; ma anche quello dei parasubordinati, che spesso si vedono tagliare i compensi o ancora coloro che lavorano senza essere iscritti all’albo pur avendo ben superato la soglia di tempo necessaria per potervi accedere. E intanto i compensi sono ridotti all’osso e legati alla quantità degli articoli prodotti; addirittura alcune testate propongono lavori gratuiti o pagati per visualizzazione e clic. Tutto questo sembra essere più presente nel mondo della cronaca. I giornalisti sono sempre più condizionabili e con sempre minori garanzie e certezze, all’insegna del precariato. Con buona pace dei diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzione e della corretta informazione, uno fra i capisaldi del sistema democratico.

Oltre il 40% dei giornalisti attivi dichiara meno di 5.000 euro l’anno – I dati diffusi da AGCOM nel mese di marzo con la seconda edizione dell’Osservatorio sul giornalismo tracciano uno spaccato di realtà che è tutt’altro che roseo. A settembre 2016 risultavano iscritti all’Ordine ben 112.397 giornalisti, di cui 59.017 registrati all’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei Giornalisti italiani). Di questi, ben 23.547 hanno dichiarato reddito zero. Facendo i conti, il numero di giornalisti che nel 2016 hanno svolto attività giornalistica in Italia risulta essere pari a 35.619. In questa quantità sono compresi tutti, dipendenti o freelance. Non sono ovviamente inclusi coloro che scrivono pur non essendo iscritti all’Ordine e quindi privi dell’abilità alla professione. Se si guarda il reddito dei giornalisti in relazione all’anno 2015, emergono dati che perlomeno fanno riflettere: il 42% dei giornalisti ha dichiarato un reddito non superiore ai 5.000 euro, mentre il 26% ha comunicato un reddito compreso tra i 5.000 e i 20.000 euro. Solo il 16% ha dichiarato un reddito compreso tra i 20.000 e i 75.000 euro, mentre il 15% ha segnalato un reddito superiore ai 75.000 euro. Se si osservano le fasce di età, si nota come i più giovani siano quelli meno pagati. Ben il 59% dei giornalisti fino a 30 anni ha dichiarato un reddito non superiore ai 5.000 euro. Stessa cosa per il 47% dei giornalisti di età compresa tra i 31 e i 40 anni e per il 38% di chi è nella fascia di età compresa tra i 41 e i 50 anni. Il reddito non superiore ai 5.000 euro è dichiarato anche dal 69% dei giornalisti che hanno superato i 70 anni.

Aumenta il lavoro autonomo e l’equo compenso ancora balla. Il reddito varia anche a seconda della condizione professionale. Il 56% dei lavoratori dipendenti (gli insider) ha comunicato un reddito compreso tra i 20.000 e i 75.000 euro, il 48% dei parasubordinati ha dichiarato un reddito compreso tra i 5.000 e i 20.000 euro e ben il 40% dei freelance ha segnalato un reddito che non supera i 5.000 euro. Se si osservano solo i dati che riguardano il lavoro autonomo, si nota come il 75% di chi offre una prestazione occasionale abbia dichiarato un reddito non superiore ai 5.000 euro, così come il 46% di chi lavora tramite cessione dei diritti d’autore; il 44% di chi lavora con partita Iva ha dichiarato un reddito compreso tra i 5.000 e i 20.000 euro, così come il 50% di chi ha un contratto di collaborazione. Secondo i dati, il lavoro autonomo sta progressivamente sostituendo quello subordinato (stando ai dati del rapporto Lsdi sul Giornalismo in Italia, alla fine del 2015 la quota di lavoro autonomo era pari a 65,5%). Non aiuta l’assenza di un tariffario minimo (abrogato nel 2012) e neppure ha aiutato la vicenda scoppiata in merito all’equo compenso, che ha portato alla vittoria dell’Ordine dei Giornalisti – che si era a suo tempo rifiutato di firmare l’accordo poiché vi ravvisava parametri non proporzionati alla quantità e alla qualità del lavoro svolto – sia davanti al Tar sia davanti al Consiglio di Stato. Equo compenso che attende la revisione dietro convocazione dell’apposita commissione.

Le paure dei giornalisti: la precarietà e l’occupazione a rischio – In questo contesto, sono molte le criticità della professione riscontrate dai giornalisti e individuate tramite questionario. Secondo i dati AGCOM, il 56% dei parasubordinati percepisce un rischio occupazionale, così come il 47% dei freelance. Anche la precarietà è vista come criticità per il 70% dei parasubordinati e per il 63% degli autonomi. I dati sono amplificati a livello locale: il rischio occupazionale è visto come criticità dal 43% dei giornalisti locali (contro il 38% di quelli nazionali), mentre la precarietà è vista come elemento critico dal 40% dei locali (contro il 30% di chi lavora nel nazionale). Del resto, le realtà locali sono in genere piccole e con poche risorse economiche.

Le redazioni ai free lance: “Il tuo compenso è in accrediti stampa e visibilità” – Come si è visto, il panorama dei freelance è estremamente variegato: c’è chi ha la partita Iva e chi lavora tramite cessione dei diritti d’autore o tramite prestazione occasionale. Il lavoro autonomo è ben regolamentato dall’articolo 2222 del Codice civile, che definisce la prestazione d’opera dietro lavoro personale e senza vincoli di subordinazione nei confronti del committente. Va da sé che nel campo giornalistico, il lavoratore autonomo è colui che esercita l’attività in modo indipendente, senza subordinazione e senza essere vincolato al committente. Ma la realtà non è così lineare come sembra. Spesso e volentieri i freelance o i collaboratori esterni (gli outsider) sono sottoposti a regole e ritmi nonostante la loro presunta autonomia. Spesso il giornalista scrive con continuità su determinati argomenti o segue certe zone territoriali in modo costante. Ancora, il freelance si ritrova a dover dare conto ai redattori o essere disponibile a coprire servizi che altrimenti non sarebbero seguiti (eventi, conferenze stampa, consigli comunali o addirittura la cronaca). Non ci sono orari. Il tutto spesso accade senza contratti e senza una retribuzione degna di questo nome. Molte volte il compenso è anche sotto i parametri retributivi previsti dal contratto nazionale del lavoro giornalistico.

Chi scrive ha provato l’esperienza direttamente sulla sua pelle. Per alcune realtà locali, ho seguito paesi fissi in modo continuativo, seguendo eventi di bianca, fatti di cronaca o consigli comunali serali, scrivendo pagine su pagine e rendendo conto a redattori vari. Per un periodo ho anche portato avanti inchieste settimanalmente. Sempre presente. Sempre una persona sulla quale si poteva contare. Il lavoro era tanto. Mi impegnava ogni giorno della settimana e la retribuzione era minima: pagata a pezzo o a pochi centesimi a battuta. Tutta esperienza, pensavo. Poi mi sono resa conto che così non si poteva andare avanti e ho dato una svolta, approdando a realtà diverse e molto più positive (pur dopo proposte di collaborazione che come unici compensi offrivano accrediti stampa o visibilità). Certo, nessuno ti punta una pistola contro, ma va da sé che spesso quando si inizia a collaborare con un giornale, soprattutto di cronaca, devi sottostare a determinate regole. Si fa il lavoro del giornalista. Nulla di male, se ci fosse un contratto o quantomeno una retribuzione adeguata.

Chi tutela i giornalisti? La parola al Presidente FNSI – Ma allora chi dovrebbe tutelare i giornalisti come si sta muovendo? Ne parliamo con il direttore generale della FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), Giancarlo Tartaglia: “Il problema è che la maggior parte degli editori fanno altri mestieri e tendono a diminuire gli organici, facilitati dalla legislazione, che facilita la fuga dal lavoro subordinato. Intanto, aumentano i rapporti di lavoro autonomo, che però presuppongono meno garanzie e rendono più dipendenti dagli editori. Inoltre, il costo delle partite Iva è inferiore a quello dei co.co.co. e quindi l’editore tende a spostarsi verso le prime. Noi stiamo tentando di sensibilizzare i contratti di lavoro e abbiamo sottoscritto con gli editori accordi per regolamentare anche il lavoro autonomo. È una lotta continua”. Tartaglia spiega anche che Il Jobs Act permette il passaggio al lavoro subordinato nei casi che più si avvicinano al lavoro dipendente. Questo però non vale per le prestazioni intellettuali per cui è necessaria l’iscrizione all’albo. “Stiamo cercando di far capire al legislatore – prosegue Tartaglia – che il giornalista freelance lavora comunque per un editore e non per un libero cittadino, come può fare per esempio l’avvocato”. Resta il fatto che i compensi previsti per gli autonomi sono minimi e spesso neppure rispettati. Quindi il collaboratore freelance cosa può fare? “Purtroppo, il lavoratore autonomo ha meno garanzie giuridiche. Noi stabiliamo diritti soggettivi ma poi è l’interessato che si deve muovere e segnalare le situazioni anomale alle associazioni di stampa territoriali”.

Enzo Jacopino: “Si è diffuso un senso di paura” – Un panorama desolante quello del giornalismo italiano, senza tutele né retribuzioni adeguate. Il contratto nazionale del lavoro giornalistico (stipulato tra la Federazione Italiana Editori Giornali, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e altri organi, al momento in discussione per il rinnovo) fissa delle retribuzioni minime, ma che non garantiscono il diritto al lavoro previsto dalla Costituzione e che comunque spesso non sono osservate. Il risultato? Freelance che di fatto scrivono i giornali o che danno a essi un apporto significativo, senza garanzie e in continua incertezza lavorativa: alcuni iscritti all’albo e altri invece senza esserlo. E la forbice tra i dipendenti e i lavoratori autonomi è sempre più ampia. Ne parliamo con Enzo Jacopino, fino a poco tempo fa presidente dell’Ordine dei giornalisti.

Dottor Jacopino, perché gli editori sembrano avere il pieno controllo? “Gli editori hanno potuto godere di complicità, variamente motivate, nella nostra categoria. La situazione di crisi ha fatto il resto perché si è diffuso un senso di paura che ha portato a una contrapposizione tra i contrattualizzati e i collaboratori, con i primi rinserrati in un fortino a difesa della loro situazione. Nessuno, prima che lo facesse l’Odg, ha posto il problema dello sfruttamento. La legge sull’equo compenso nasce da questo, ma è stata uccisa da fuoco amico. La tabella sui pagamenti è stata approvata anche con i voti di Fnsi e Inpgi. Il solo voto contrario è stato il mio in rappresentanza dell’Odg”. Quali soluzioni il Governo può cercare di mettere in campo? “Il Governo non credo voglia cercare soluzioni utili per i giornalisti sfruttati. L’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, mi replicò in diretta tv che non è vero, come dico, che in Italia esiste la schiavitù. Tre euro ad articolo per lui, evidentemente, sono una cifra adeguata”.

 

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