Acque, la decisione della Corte aumenta la confusione legislativa

Omettendo di considerare il carattere non economico che la legge regionale attribuisce al servizio idrico e non individuando con esattezza il discrimine tra ambito dell’autonomia regionale ed ambito della giurisdizione statale ordinaria

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

A nostro parere, l’Assemblea Regionale ha legiferato nel corretto esercizio della nostra Autonomia, basandosi su una interpretazione non restrittiva dell’art. 14, che legittima la facoltà esclusiva di emanare leggi in tema di acque pubbliche. Anche riguardanti la gestione di esse.

Renzi, a nostro modo di vedere, ha invece mostrato una somma arroganza ricorrendo alle impugnative. E la Corte ha sbagliato: omettendo di considerare il carattere non economico che la legge regionale attribuisce al servizio idrico;  e non individuando con esattezza il discrimine tra ambito dell’autonomia regionale ed ambito della giurisdizione statale ordinaria. Se non può cassare (e non ha cassato o dichiarato illegittimo il contenuto del comma 1 dell’art.1), conseguenzialmente non può applicare al servizio pubblico non di rilevanza economica le norme sulla concorrenza che valgono per i servizi diversi. L’interpretazione della Corte, a nostro avviso, accentua la confusione legislativa vigente.

Infine la Corte, dovendo dirimere una questione di costituzionalità suscitata in merito ad una legge incardinata sullo Statuto dell’Autonomia, probabilmente avrebbe dovuto evidenziare gli elementi di conflitto tra le due leggi costituzionali (Regionale e Nazionale), affidando ai due legislativi il compito di renderle più omogenee e di chiarirle in relazione alle tematiche più recenti.

Le pretese incostituzionalità. La Corte ha assentito l’illegittimità costituzionale di vari passi dell’art. 4 nonché  di porzioni degli articoli 2,3,5,7 e 11 della legge 19/15. Ha invece respinto la questione di legittimità posta (pretestuosamente) dal Governo Renzi sull’art.1 (ma solo sul comma 2, lettera c) in ordine alla proprietà degli acquedotti e delle infrastrutture idriche, riconoscendo infondati «gli intenti e gli effetti espropriativi lamentati dal Governo». Non ha minimamente considerato il comma 1.

Per esigenze di brevità ci limitiamo a segnalare ai lettori che la Corte, ponendo sull’altare il principio di tutela della concorrenza (tra pubblico e privato nella gestione di un bene pubblico!), ha bocciato: il limite di nove anni per le concessioni ai privati, a fronte di una durata illimitata attribuibile alle gestioni “in house”; ha inoltre escluso la possibilità di una gestione diretta del servizio idrico da parte dei Comuni, singoli o associati in “sub-ambiti” all’interno dell’Ato idrico; ha bocciato la norma che prevedeva la creazione di un Fondo di solidarietà, in quanto si tratterebbe di un costo ulteriore che modificherebbe la tariffa, la quale sarebbe di competenza esclusiva dell’autority.

L’Autonomia sotto attacco. Precisiamo ai nostri lettori che l’attacco del governo centrale alla nostra Autonomia non si limita alla gestione del servizio idrico: la stessa sorte è toccata recentemente ad altre leggi regionali sugli appalti, sui  rifiuti, nonché a norme contenute nelle Finanziarie regionali. Insomma il ricorso alle impugnative è esercitato senza ritegno. Per sanzionare una presunta sprovvedutezza dei nostri legislatori regionali o per comprimere gli spazi della nostra Autonomia? Noi temiamo che l’obiettivo sia soprattutto quest’ultimo. La cosa ci allarma e dovrebbe suscitare inquietudine in tutti i sinceri democratici. Ci pare che sia in atto una manovra dall’alto, tendente a rafforzare il potere a cascata, dalla Commissione europea, dalla troika, dalle lobby delle multinazionali ai governi nazionali e agli Enti Locali, che si dovrebbero piegare tutti rassegnandosi alla supina accettazione di un potere proveniente dall’alto. Che è esattamente il contrario del potere democratico, che promana dal basso, ovvero dai cittadini sovrani.

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