In cinquemila erano allo stadio De Simone e l’onda di travolgente passione non si è spenta fino al fischio finale. E’ stato un anno magico con indimenticabili vittorie, persino sul Catania che non battevamo da 64 anni
La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017
Game over. Fine delle trasmissioni. Giù il sipario sui sogni di gloria dei cinquemila cuori che l’altra sera, dai vetusti spalti del vecchio Nicola De Simone, hanno battuto tutti all’unisono per cavalcare l’onda di un sogno vecchio di cinquant’anni: la serie B!
I ragazzi di Andrea Sottil, che a dispetto di tutti i pronostici erano riusciti a conquistare la griglia degli spareggi per la serie cadetta, hanno dovuto però arrendersi già al primo turno dei playoff, per mano di una modesta Casertana che ha ottimizzato le uniche due occasioni che è riuscita a procurarsi, tramutandole in gol. A nulla è valsa la spinta di un calorosissimo pubblico che era accorso in massa per cercare di sostenere in ogni modo la compagine aretusea.
La stagione per i colori azzurri non era iniziata nel migliore dei modi, tanto che la squadra era data dai più già per spacciata dopo le prime cinque giornate di campionato, in quanto il bottino dei punti racimolati era decisamente misero. Appena due punti infatti era riuscito a conquistare il Siracusa, e come sovente capita da queste parti (e chi è siracusano il fenomeno lo conosce abbastanza bene), era già partita la caccia alle streghe. L’atavica apatìa, unita al disfattismo, tipica del siracusano medio aveva già avviluppato la città come solo i tentacoli di una piovra sanno fare. Dappertutto, in strada, nei bar e soprattutto sui social, imperava lo sport nazionale tutto siracusano del tiro al bersaglio. C’era chi voleva subito l’esonero del mister, chi chiedeva a gran voce le dimissioni in blocco della dirigenza, e chi con una nonchalance che ci ha sempre lasciato sbigottiti ancor più dei lamenti, si dichiarava disinteressato, dissacrando tutto ciò che riguarda l’identità di una terra, per poi declamare a gran voce l’amore per le società più blasonate del nord, quel Milan, quell’Inter e quella Juventus che di certo non hanno bisogno del supporto e dell’appoggio di una manica di benpensanti “san tutto loro” provenienti dal sud della Sicilia.
«Ma chi n’affari cu sti quattro scappati ri casa, ca ora mi metto ancora a perdere tempo cò Sarausa» Questo era più o meno il pensiero comune di certa gente che ancora non ha capito di essere, con il loro atteggiamento passivo e denigratorio, carnefici e vittime allo stesso tempo del fenomeno dell’immobilismo che aggredisce come un cancro la nostra provincia, e non diciamo solo dal punto di vista dello sport.
Solamente i fedelissimi, quelli che la maglia azzurra ce l’hanno davvero sottopelle, hanno continuato a credere a quei ragazzi che – domenica dopo domenica – sono riusciti non solo a tirarsi fiori dalle sabbie mobili della zona retrocessione, ma anche a conquistare con largo anticipo un posto per gli spareggi promozione. A dispetto appunto di tutti gli scettici. È stata proprio una cavalcata trionfale, condita da indimenticabili rimonte contro squadre più blasonate, come il Matera e la Juve Stabia. Arricchite da strepitose vittorie casalinghe contro tutte le altre siciliane presenti nel girone, con la ciliegina sulla torta del derby vinto in casa con la rivale storica di sempre, quel Catania che non si riusciva a battere fra le mura amiche da ben 64 anni. Un’annata che i veri tifosi non dimenticheranno mai.
Fino al triste epilogo di domenica sera. In cinquemila avevano riempito lo stadio, e l’onda di travolgente passione non si è spenta fino al fischio finale. Ma non sempre il cuore basta a far vincere le partite. Resta un amore ritrovato verso la squadra della propria città, che ha dato anche segno di maturità salutando con un lungo applauso sia i propri beniamini – sconfitti – che gli avversari che lasciavano il campo vittoriosi.
Peccato. Però per un sogno che svanisce ed evapora nell’azzurro cielo siracusano d’inizio estate, ce n’è un altro che forse sembra finalmente nascere: «Ma non è che stiamo cominciando a crescere?» Una domanda alla quale sarebbe pure giunta l’ora di azzardare una risposta affermativa.

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