Concorsi docenza, si passa dal famigerato TFA al FIT

Abolito il tirocinio formativo attivo, che costava ai candidati almeno tremila euro. Tutto bene, dunque? Macchè, ai “giovani” neo assunti, nel primo anno, stipendio di 600 euro lordi

 

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

Si cambia! Finalmente si cambia: è questa l’espressione dei giovani laureati e non che intendono intraprendere la professione di insegnante.

Abolito il famigerato TFA, il tirocinio formativo attivo, ovvero la vecchia abilitazione che consentiva la formazione post laurea per un ipotetico, quanto utopico ingresso nelle  graduatorie ad esaurimento e successiva immissione nei ruoli, numerosi sono stati i ricorsi per dare un effettivo valore al titolo tanto agognato sì ma dalla procedura farraginosa che prevedeva una prova preselettiva – una batteria di test a risposta multipla – che di fatto falcidiava i partecipanti.

Un sistema che non temeva il migliore dei giochi a quiz, seguito da una prova scritta e una orale, il tutto condito da un obbligatorio esborso pari, nei casi più “economici”, a 3000 euro.  Due cicli: 2011-2012, 2013-2014, ma quanto fin qui in premessa rimane ormai un vecchio ricordo.

Anche il nuovo sistema di reclutamento è tutto in un ennesimo acronimo (la continua delegittimazione della lingua italiana è ahimè una condanna): il FIT, formazione iniziale tirocinio.

Eppure il nuovo dispositivo, sebbene a primo acchito, rispetto al vecchio sistema, potrebbe sembrare più snello, leggendolo con attenzione, l’iniziale entusiasmo cessa immediatamente.

Di seguito riportiamo il nuovo metodo di reclutamento, già approvato, di cui al decreto delegato n° 377 /2017.

Nello stesso si legge:

Il concorso. Il decreto prevede che i concorsi siano banditi, a partire dal 2018, con cadenza biennale, su tutti i posti vacanti e disponibili. Potranno parteciparvi tutti i laureati, purché abbiano conseguito almeno 24 crediti in settori formativi psico-antropo-pedagogici o nelle metodologie e tecniche didattiche. Il concorso prevede due scritti (tre per i posti di sostegno) e un orale.

Percorso FIT. I vincitori di concorso sono ammessi, secondo la posizione in graduatoria di merito, al percorso FIT (Formazione iniziale e tirocinio), di durata  triennale. L’ammissione al percorso FIT avviene in due scaglioni annuali successivi nel limite dei posti che si prevede si rendano vacanti e disponibili,

il primo anno, svolto principalmente nelle università con momenti di tirocinio nelle scuole, è finalizzato al conseguimento del diploma di specializzazione all’insegnamento, specifico per la classe di concorso o per il sostegno. Il partecipante riceverà un  compenso;

il secondo anno vede momenti formativi integrati con il tirocinio nelle scuole. Al partecipante sarà riconosciuto lo stesso compenso, nonché lo stipendio per le supplenze brevi che farà, con l’obiettivo di far sì che cominci  ad esercitare le funzioni docente con la necessaria gradualità;

il terzo anno al partecipante sarà assegnata una cattedra vacante e disponibile, con tutte le responsabilità connesse. Percepirà uno stipendio pieno e sarà valutato al fine di determinare se debba essere immesso in ruolo. Al termine del primo e del secondo anno i candidati sono valutati. Lo saranno anche al termine del terzo, che è seguito, in caso di valutazione positiva, dall’immissione in   ruolo.

Il compenso. Il primo anno si guadagneranno 600 euro lordi (!), ma dal secondo anno sarà possibile integrare con le supplenze e il terzo anno sarà possibile lavorare con incarico  annuale.

Docenti e ITP nelle scuole paritarie Si specifica che il possesso del titolo di specializzazione conseguito nel primo anno dei percorsi FIT assolve all’obbligo per le scuole paritarie di avvalersi di personale abilitato. A tal riguardo, si consente di conseguire detto titolo, a chi voglia farlo fuori dal concorso, purché a proprie spese e nel limite del fabbisogno determinato dal MIUR.

Si entrerà in ruolo nella scuola secondaria mediante scorrimento delle seguenti  graduatorie:

Le c.d. Gae, graduatorie ad esaurimento; le graduatorie del concorso 2016;

(dal 2018) la graduatoria da costruire mediante una apposita procedura concorsuale, riservata ai docenti già abilitati (GAE e “seconda fascia” delle graduatorie di  istituto).

(dal 2019 inizieranno i percorsi) le graduatorie costruite grazie ad appositi concorsi riservati ai precari con almeno 3 anni di servizio che non siano anche  abilitati.

(dal 2019 inizieranno i percorsi) le graduatorie dei concorsi ordinari previsti dal decreto   legislativo.

Alla luce di quanto scritto, emergono subito problemi di varia natura. Innanzitutto, non si comprende il perché dell’inserimento di ulteriori 24 CFU, ovvero crediti formativi universitari, che di fatto dovrebbero essere già in linea con i piani di studi delle università, crediti che vanno colmati – previa esclusione dal concorso – in enti statali o privati con un  esborso non indifferente, considerando che ogni singolo CFU costerà in media 25 euro, – a voi la somma -, ma ancora di più incredibile, e davvero inaccettabile, è il compenso che spetterà ai “giovani” laureati, ormai ventottenni, che si vedranno corrispondere circa 300 euro netti mensili, con la possibilità di arricchire il loro misero stipendio con ulteriori supplenze. Somme, non vorremmo essere ridondanti che sfidano le più normali paghe sindacali, ed è il caso di dirlo, un ritorno indietro che ci catapulta in una dimensione quasi medievale, in cui i servi della gleba dovevano corrispondere al loro “signore” una gabella. In questo caso privilegi e benefici rimangono ad uno Stato incapace di guardare oltre le colonne d’Ercole, ad una società che mai come in questo momento avrebbe bisogno di un rinnovamento culturale, in grado di cambiare il nostro sistema italico ormai, evidentemente, al crollo, così come crollano i ponti, o altre strutture, conseguenza di una politica tesa soltanto al risparmio, lontanissimi da altri paesi europei che nella formazione investono molto.

Resta la consolazione, come sovente avviene, di poter (ancora) adire le vie legali, muovendo un contenzioso di cui il MIUR dovrà rispondere e sobbarcarsi le ingenti spese, che più intelligentemente potrebbero invece essere direttamente destinate ai giovani laureati vincitori di concorso.

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