E le mucche continuano a brucare erbette alla diossina

Dopo l’abbattimento di 24 bovini nel cui latte erano stati riscontrati alti livelli di policrobifenili e di altre sostanze velenose, nessuna recinzione dell’area di pascolo e si continua come prima. Gespi, revocati gli arresti domiciliari ai fratelli Giuseppe e Giovanni Amara

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

“Vanno fatte delle verifiche e analizzati i terreni sui quali quelle e altre mucche hanno pascolato”, così nei giorni scorsi l’assessore all’ambiente di Augusta Danilo Pulvirenti, all’indomani dell’abbattimento delle 24 mucche nel cui latte erano state trovate “sostanze superiori al limite consentito dalle disposizioni di legge per quanto riguarda i livelli massimi e le soglie d’intervento delle diossine e dei policrolobifenili”.

Un episodio in verità datato (chissà quanti animali da pascolo hanno intanto brucato quell’erba!): “Se non ricordo male i controlli vennero effettuati nel novembre 2014 (nell’ambito di un piano straordinario di interventi sanitari in aree a elevato rischio di crisi ambientale, ndr), ma solo dopo sei mesi, nel marzo successivo, il laboratorio di Teramo diede la risposta positiva e pertanto all’azienda, da tempo attiva in quel territorio, fu impedito il pascolo così come la  trasformazione e vendita di alimenti derivati dall’allevamento dei bovini – commenta il dottor Sebastiano Ficara del servizio veterinario Asp -. Poi la stessa azienda ha deciso di procedere a proprie analisi per accertarsi dei risultati da noi ottenuti, analisi costose, e a seguito di queste ha dato il proprio assenso all’abbattimento degli animali. Se così non fosse stato, sicuramente la vicenda si sarebbe trascinata davanti a un tribunale amministrativo, ma i proprietari sono persone serie e responsabili. Altre volte accade invece che, all’indomani di un accertamento positivo, si denunci il furto degli animali così da venderli poi sul mercato nero”.

In sostanza per oltre due anni i proprietari sono rimasti in attesa e hanno dovuto sostenere i costi di un allevamento ormai non più produttivo: “Le procedure in questo caso sono molto complesse, molti gli atti burocratici, anche perché poi si deve arrivare all’indennizzo per la perdita degli animali. Sono le nostre leggi ad imporre l’abbattimento delle bestie e per noi non è mai piacevole” commenta la responsabile di una delle aree del servizio veterinario, la dottoressa Gianna Fulgonio, nel breve dialogo telefonico prima di indirizzarci al dottor Ficara.  Ma verificato che l’inquinamento era nei pascoli (e non nei mangimi o altrove) cosa è poi successo? “Ovviamente, per i nostri uffici, quell’area è preclusa ad attività di questo tipo e ciò fino a quando non si dovesse accertare che la diossina è scomparsa ma non sono controlli che spettino a noi”  – chiosa Ficara. E se non all’Asp sicuramente all’Arpa ma qui, a quanto ci è stato risposto, non è arrivata nessuna segnalazione nonostante nella cronaca locale si sia scritto che il Comune di Augusta avrebbe già chiesto sia all’Asp che all’Arpa di estendere i controlli a tutto il territorio circostante (né trova conferma che altri allevamenti della zona in questi giorni siano sottoposti ad accertamenti).

Una cosa invece appare certa ed è stata documentata in maniera incontrovertibile da alcune foto: gli animali sono liberi di andare dove vogliono, brucano a pochi metri dai pascoli incriminati e non risultano verifiche recenti del tasso di inquinamento dell’area a rischio, nei pressi di quell’inceneritore che gli ambientalisti additano come una possibile causa di inquinamento anche ricordando i precedenti gravi sforamenti dei limiti di legge nelle emissioni cui sono seguite alcune condanne, pur se poi cadute a quanto pare in prescrizione.

E della Gespi si è tornati a parlare nella maxi inchiesta “Piramidi” della Procura etnea che il 15 marzo ha coinvolto imprenditori, aziende e funzionari pubblici tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, di reati connessi al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, il termovalorizzatore di Augusta avrebbe “declassato” i rifiuti provenienti dalla discarica Cisma di Melilli catalogandoli con un codice di rifiuto diverso: lo smaltimento non corretto avrebbe provocato emissioni di diossina e ceneri contenenti “metalli, in particolar modo di nichel e piombo”. In merito il più recente aggiornamento è che il 23 marzo scorso il gip di Catania Giuliana Sammartino, che ha proceduto ai dovuti interrogatori, ha revocato gli arresti domiciliari dei fratelli Giuseppe e Giovanni Amara (rispettivamente direttore tecnico e direttore commerciale) della Gespi e dissequestrato l’impianto. In  un comunicato la società ha ribadito la propria fiducia nell’operato della Magistratura e ha affermato di svolgere il proprio operato “nella massima trasparenza, legalità e nel rispetto della normativa vigente”.

Non resta dunque che procedere all’analisi dei suoli, così come chiedono i cittadini e le associazioni ambientaliste, e individuare finalmente le cause di un eventuale inquinamento.

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