Applausi entusiastici per la prima serata della tragedia di Euripide “Fenicie” di Valerio Binasco. Nella scenografia essenziale di Carlo Sala e sulle note della musica di Arturo Annecchino, gli eroi greci sofferenti si muovono raccontando le vicende umane di una famiglia di eroi greci distrutta.
[Salvo La Delfa] Applausi entusiastici hanno accompagnato la prima serata al Teatro Greco di Siracusa della tragedia di Euripide “Fenicie”, messa in scena dal regista Valerio Binasco. Nella scenografia minima di Carlo Sala, costituita da tende bianche che volteggiano al vento e racchiudono lo spazio di un albero arso dal sole e senza vita, alla presenza di una pianista (Eugenia Tamburri) che dal vivo suona le musiche di Arturo Annecchino, sotto gli occhi di un coro silenzioso, rappresentante le donne fenicie, accidentalmente (in quanto di passaggio) obbligate ad assistere e alla presenza di soldati con costumi che ricordano i paesi dell’est durante e dopo la seconda guerra mondiale, si muovono i personaggi di una famiglia di eroi greci distrutta, che in questa tragedia perdono il loro aspetto mitico, eroico e il loro carisma ed appaiono sofferenti, ridimensionati e modesti perché come lo stesso Binasco afferma “Un eroe tragico è, alla fine, un povero uomo che detesta di soffrire”.
Spetta, all’inizio, a Giocasta, interpretata dalla bravissima attrice Ida Daniele, ricordare il dramma familiare che ha caratterizzato tutta la sua vita e quella dei due figli maschi (Eteocle e Polinice) e delle due figlie femmine (Antigone ed Ismene), avuti dall’incesto con il proprio figlio Edipo, nato dopo il rapporto che Giocasta era riuscito ad avere con il re di Tebe, Laio. “E voi che guidate verso strade misteriose le nostre vite”, implora Giocasta rivolgendosi agli dei, mentre cerca di convincere Eteocle e Polinice (“Sono i discorsi calmi che portano a saggie decisioni”) a trovare una soluzione pacifica, un accordo (“La speranza è un dolce nutrimento per gli uomini”), ai loro dissapori dovuti alla bramosia del potere.
“Perché dovrei essere un suddito quando posso essere un sovrano?” dice Eteocle (Guido Caprino) alla madre rifiutandosi di cedere al fratello Polinice, come da accordi precedenti, il comando della città di Tebe. Contrattacca Polinice (Gianmaria Martini) affermando che contro la sua volontà è stato costretto a prendere le armi e a far muovere l’esercito del re di Argo, Adrasto (del quale aveva sposato la figlia Argia) contro Tebe, scaricando tutte le responsabilità sul fratello Eteocle.
Interviene ancora Giocasta la quale, registrando che lo scontro tra i due fratelli diventa ancora più forte e cruento, impotente, si rassegna ed ammette sconsolata: “Nello scontro di due uomini la somma della loro stupidità è la sciagura più grande”.
A questo punto, l’indovino cieco Tiresia (interpretato da Alarico Salaroli) arriva in scena su una lettiga e rivela a Creonte (Michele Di Mauro), fratello di Giocasta, che deve sacrificare il figlio Meneceo (Matteo Francomano) se vuole evitare che Tebe cada in mano di Polinice e di Adrasto: “Salva tuo figlio o salva la patria”.
Emozionante il dialogo tra Creonte e Meneceo (“L’amore per i figli è la parte più importante della vita di un uomo”); quest’ultimo, unico vero eroe di questo dramma familiare, decide di non scappare e di togliersi la vita salvando Tebe.
Il “Catarella” del teatro greco, Massimo Cagnina, nei panni dell’araldo, racconta a Giocasta la cruenta battaglia che ha visto protagonisti i due fratelli ed intercala esilaranti “mi dispiace” e sorrisi beffardi, che smorzando i toni, trasformano in quei momenti il racconto della tragedia in commedia.
Antigone (Giordana Faggiano) giunge con i cadaveri di Eteocle, Polinice e di Giocasta (suicidatasi alla vista dei due figli che si erano uccisi vicendevolmente) mentre Creonte ordina di non seppellire Polinice (“Si lasci insepolto come cibo per i cani e per gli avvoltoi”).
Nonostante che Antigone si opponga a questa decisione (“Chi governa una città non può permettere a nessuno di trasgredire le leggi: non c’è male peggiore dell’anarchia”), Creonte è irremovibile e costringe Edipo (interpretato dall’attore giapponese Yamanuchi Hal), responsabile a suo dire di tutti i mali di Tebe, a rifugiarsi a Colono, insieme alla figlia Antigone che chiude la rappresentazione con un atto di amore nei confronti del fratello Polinice, ricoprendo il suo corpo con un velo. Creonte, di fronte a questo gesto non può non dire: “In te c’è pazzia, Antigone, ma anche nobiltà d’animo”.
La serata si conclude con una emozionante esibizione a sorpresa dell’attore Raffaele Schiavo, che ha messo in musica un breve brano della tragedia e l’ha cantato in greco antico.
Tanti personaggi presenti in questa opera che si avvicendano, nella bella serata della primavera siracusana, sul “logeion” del Teatro Greco. Personaggi che rivelano le loro debolezze, le loro paure, i loro drammi interiori che non possono fare altro che chinarsi impotenti alla volontà degli dei.
Il coro, costituito dagli studenti dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, è semplice spettatore, è composto da donne straniere che assistono solamente agli avvenimenti e commentano ciò che accade, senza intervenire in alcun modo a differenza di quanto accade nell’opera di Eschilo “I sette contro Tebe” che racconta la stessa vicenda (nel teatro di Euripide a differenza di quello di Eschilo, il ruolo del coro è più marginale. Si ricorda che “Fenicie” venne rappresentata per la prima volta nel 409 A.C, cioè quasi sessanta anni dopo de: “I sette contro Tebe” che venne rappresentata per la prima volta nel 467 a.C.
Convincente l’interpretazione di tutti sottolineata dai lunghi applausi finali. Si replica fino al 25 giugno.
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