L’UE 60 anni dopo: fra la May e la Le Pen, quale futuro?

Tra gli scenari post-Brexit: la Gran Bretagna nuovo paradiso fiscale. Il problema centrale è ora rendere l’Europa più sociale e meno economica. Più di sinistra e meno di destra

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Da poco si sono svolte le celebrazioni per l’anniversario della firma del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea, sottoscritto a Roma nel 1957.  E, secondo un recente sondaggio, nonostante la crisi (economica e di fiducia), la maggior parte degli italiani è favorevole al mantenimento di questa sorta di confederazione economica (più che politica), nata per mantenere la pace e sviluppatasi grazie al commercio.

Quanto più si è giovani e quanto più si è istruiti, secondo la ricerca, tanto più si è euro-favorevoli. Gli scettici, in sostanza, sarebbero oggi solo coloro che non beneficiano dei programmi Erasmus o della possibilità di inviare il proprio CV in 28 stati membri? E, quindi, europeisti si nasce o si diventa?

Ciò che è indubbio è che, svanito il sogno della creazione degli “Stati Uniti d’Europa” e adottata la politica dei “piccoli passi” o delle “due velocità”, resta la convinzione che, in questo mondo globalizzato, ci andrebbe peggio da soli che in compagnia.

Eppure, dal nord della Francia, la candidata del Front National, Marine Le Pen, ha fatto tuonare la sua tetra previsione: “L’Europa morirà, perché la gente non la vuole più”. Fra parole infuocate e speranzose, la Le Pen ha auspicato il “grand retour” della Francia, alla faccia di tutte le forme di globalizzazione, ed ha assicurato che il suo più grande nemico (a parte Macron e Fillon, suoi avversari politici alle presidenziali imminenti) è il “systéme”. Va da sé che la Le Pen sia una grande ammiratrice della May e del suo storico gesto: la firma che ha dato avvio ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Quando il Brexit sarà completo, uno dei probabili scenari è che gli inglesi allettino imprese ed investitori al fine di essere da costoro raggiunti nella Gelida Albione… che, nel frattempo, sarà divenuta la succursale delle Cayman, ossia un paradiso fiscale.

E mentre politici e parlamentari europei continuano a parlare della necessità di “un’Europa più vicina ai cittadini” –  tralasciando di rammentare gli enormi passi in avanti che l’essere cittadini europei ha comportato (viaggiare solo con la carta d’identità, vivere e commerciare pressoché ovunque si desideri, per citarne alcuni) – si perde di vista il problema centrale: rendere l’Europa più sociale e meno economica. Più di sinistra e meno di destra, per riprendere un cliché che ha, forse, perso di pregnanza.

In ogni caso, se davvero il 60% degli italiani pensa che l’UE sopravvivrà ai prossimi cinque anni e, soprattutto, che l’Italia ne farà ancora parte, è opportuno riflettere sul senso da dare a quest’Europa.

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