Graziamaria Pistorino, segretaria di Flc Cgil Sicilia: “Non può diventare un obbligo di 400 e 200 ore. I percorsi devono essere caratterizzati sul percorso elaborato dal consiglio di classe per quella specifica classe, con un monte ore individuato sulla base delle specifiche esigenze”
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
Valore aggiunto o inutile perdita di tempo? L’alternanza scuola–lavoro, che ha mobilitato più di un milione e mezzo di studenti, non sempre e non ovunque è stata accolta con entusiasmo dagli addetti ai lavori. Ad essere criticate sono soprattutto quelle parti del comma 33 della legge 107/2015 che impongono l’obbligatorietà agli studenti dei licei e degli istituti tecnici di svolgere, nel triennio, rispettivamente 200 e 400 ore in azienda. È diventato anche concreto il rischio, come aveva ipotizzato la Cgil recentemente, che soprattutto al centro-sud l’alternanza si potesse trasformare in un serbatoio di manodopera gratuito, come testimoniano le notizie riportate da alcune testate nazionali di studenti impegnati a servire caffè negli autogrill o a pulire i bagni nei McDonalds. Ma senza andare troppo lontano, anche in Sicilia, come ci racconta Graziamaria Pistorino, segretaria generale della Flc Cgil Sicilia, gli alunni di un istituto tecnico turistico di Messina sono stati ‘impiegati’ per sbigliettare i biglietti al cinema. Casi limite, ovviamente, che però denunciano una difficoltà nella produzione di percorsi seri e qualificanti e che dovrebbero invitare a riflettere su cosa sia effettivamente l’alternanza scuola-lavoro e su quali criticità sia necessario lavorare.
“La Cgil – afferma la segretaria generale Flc Sicilia – è sempre stata favorevole all’alternanza scuola-lavoro, perché è nelle radici della nostra elaborazione immaginare dei percorsi educativi che siano orientati all’inserimento, alla comprensione delle dinamiche dentro un luogo di lavoro. Però questo non può diventare, come invece è diventato con la legge 107, un obbligo, una necessità quantificata in 400 e 200 ore. I percorsi di alternanza devono essere caratterizzati sul percorso educativo elaborato dal consiglio di classe per quella specifica classe, con un monte ore individuato sulla base delle specifiche esigenze.”
Anche gli istituti tecnici, che da sempre fanno alternanza scuola-lavoro, stanno incontrando non poche difficoltà nel gestire le 400 ore imposte dalla legge anche perché ci sono alcuni passaggi che le scuole non hanno compreso, e cioè che il percorso in alternanza potrebbe essere non tutto svolto dentro un luogo di lavoro ma realizzato anche con moduli didattici dentro la classe in continuità rispetto all’attività. “In un primo momento – continua la Pistorino – l’alternanza non era stata contemplata così, si parlava di percorsi di alternanza da svolgersi interamente in azienda, ma non è obbligatorio che le ore debbano svolgersi tutte fuori. Anche perché il percorso andrebbe calato nel percorso didattico, nel curriculo di classe, altrimenti non ha alcun senso. È questo che noi come Cgil contestiamo. Noi non vogliamo eliminare l’alternanza, ma cambiare la modalità. Alternanza non significa prendere i ragazzi da scuola per portarli a lavoro, ma far comprendere meglio attraverso il lavoro quello che si studia a scuola.”
In altre parole, sviluppare competenze, che non si creano attraverso il lavoro ma attraverso l’approfondimento e lo studio. L’alternanza, quindi, dovrebbe insegnare agli studenti come trovare soluzioni a problemi nuovi, comprendere come sul luogo di lavoro si possano applicare delle tecniche che hanno appreso in classe in base al percorso di studio. La scuola, insomma, deve educare al pensiero e non, come afferma la segretaria della Flc Sicilia, “[…] essere subordinata all’impresa. L’impresa deve utilizzare i cervelli che ci sono e trovare in queste teste pensanti germi per fare migliore ricerca. Il profilo dell’Italia è quello di competere con il know how, con le competenze. Questo significa competere con un livello alto di conoscenza, non con un livello a basso costo di manodopera. Quindi, prendere dei ragazzi di un liceo scientifico e portarli a fare la mitilicultura, come è avvenuto a Messina, non li adegua al mondo del lavoro. Non è vero che i ragazzi, come diceva la ministra Fornero, sono schizzinosi. Il problema è che c’è scarso investimento in ricerca.”
Lo scarso investimento non riguarda solo la ricerca, ma anche l’alternanza: benché sia stato stanziato un finanziamento annuo di 100milioni di euro, non è insolito che le scuole chiedano una quota parte agli studenti per partecipare alle attività del percorso formativo in alternanza, e nell’ultimo anno c’è stato un fiorire di agenzie di viaggio che si sono ‘specializzate’ in viaggi studio all’estero come alternanza. Un’attività obbligatoria, oggetto di valutazione e propedeutica all’ammissione degli esami di stato, può essere a pagamento? In regioni economicamente depresse come la Sicilia è giusto gravare in questo modo sulle famiglie? È questo l’abbattimento delle differenze della buona scuola dell’inclusività? “Questo è uno Stato – conclude Graziamaria Pistorino – che continua a mantenere le differenze di opportunità in base ai diversi punti di partenza. L’alternanza scuola–lavoro è un valore aggiunto, ma deve ritornare alla sovranità del collegio dei docenti, che deve avere la possibilità di scegliere se farlo o meno, stabilire il monte ore sulla base dei percorsi didattici elaborati, sulle possibilità degli studenti e non deve pesare sulle famiglie. Per questo gli attacchi che abbiamo posto sulla 107 sono tutti in campo e non demorderemo.”

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