La concorrenza da parte della Grande Distribuzione Organizzata e la lunga e interminabile crisi (che riduce la capacità di spesa dei cittadini) stanno avendo la meglio su una delle tante esperienze di commercializzazione di prodotti alternativi
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
Il 30 aprile, dopo 25 anni di vita, chiuderà i battenti il punto vendita di Altromercato, in Corso Timoleonte 77. La concorrenza da parte della Grande Distribuzione Organizzata e la lunga ed interminabile crisi (che riduce la capacità di spesa dei cittadini) stanno avendo la meglio su una delle tante esperienze di commercializzazione alternativa di prodotti alternativi. Ma proprio questa esperienza dolorosa ci deve far riflettere e deve indurci a meditare sulla necessità di puntare sui percorsi tracciati dalle iniziative Fuorimercato.
Il progetto Fuorimercato si sta delineando a partire dagli ultimi tre anni. Esso sta cercando di mettere a fattore comune esperienze diverse ma potenzialmente complementari o, almeno, associabili idealmente in una rete di iniziative tutte tendenti a destare le coscienze dei cittadini attorno al tema della sovranità alimentare, della filiera corta, del necessario legame tra produzione e consumo all’interno di ciascun territorio. La rete Fuorimercato si muove col preciso intento di estromettere, per quanto sarà possibile, gli intermediari attuali, che lucrano sulla distribuzione, minimizzano la remunerazione dei produttori e spingono verso l’alto i costi affrontati dai consumatori. Il progetto Fuorimercato, insomma, mira a porre fuorigioco l’intermediazione affaristica e speculativa: la G.D.O. La quale oggi detta legge. Al produttore agricolo (come all’allevatore) impone un prezzo ultimativo: o mi produci tot tonnellate di pomodorini, di carote, di patate, ecc. al prezzo che ti impongo o… affronti la prospettiva di rimanere con tutta la produzione invenduta, perché posso approvvigionarmi altrove. Per il produttore spesso non c’è altra possibilità di scelta: prendere o lasciare.
Sino a qualche decennio fa la filiera dei prodotti alimentari veniva controllata da organizzazioni malavitose attraverso vari mercati generali. In essi in prezzi dei vari prodotti venivano accresciuti di un pizzo che alimentava gli introiti di organizzazioni parassite. Accade ancora: Fondi docet. Ma il meccanismo si è evoluto. Nel corso del tempo alcune di tali organizzazioni hanno investito nella grande distribuzione ed hanno pensato bene di scavalcare altri intermediari, contrattando direttamente coi produttori/fornitori. Per consentire loro un più ampio margine di guadagno? Neanche per idea! Per lucrare direttamente una più ampia fetta di valore aggiunto mediante la commercializzazione diretta. La GDO (grande distribuzione organizzata) può mettere in vendita pomodorino simil-Pachino (tanto per fare un esempio) commissionato a produttori agricoli di Vattelappesca (Marocco, Tunisia, persino Cina, ecc.) e piegare i produttori locali: o mi cedi il tuo prodotto a questo prezzo o… mi rifornisco altrove e ti lascio marcire il tuo pomodorino invenduto. Ti pongo fuori mercato. O ti pieghi o sei schiacciato. È il mercato, bellezza. Fattene una ragione.
Ma forse non è inevitabile che le cose vadano così. Il mercato non è una divinità!
Proliferano le iniziative finalizzate a detronizzare il mercato e i suoi insaziabili devoti: Communia, Genuino Clandestino, Cooperativa Mani e Terra, Mondeggi Bene Comune, Sfrutta Zero, Netzanet, Solidaria di Bari, Diritti a Sud di Nardò, Fuori dal ghetto, Funky Tomato di Venosa, Genuino Valsusino, GermogliaTO di Torino, La Sobilla e Gasp di Verona, la Boje di Mantova, la rete Aragna di Cremona e Parma, Cascina di Cingia, Mercatiniera, Communia, Terranostra di Casoria, GAS Cipollotti di Salerno e della Piana del Sele, Terre di Palike di Paternò e della Valle del Simeto, ContadinAzioni di Palermo e Campobello di Mazara, e chi più ne ha più ne elenchi. Le iniziative sopra elencate sono già realtà operanti e si inquadrano nel progetto di rete Fuorimercato. Non vanno trascurate iniziative simili, che potrebbero confluire nella rete in questione: a Piazza Verga (CT) e a piazza Adda (SR) si svolgono settimanalmente le vendite dirette da parte dei produttori locali.
Fuorimercato si va dunque strutturando come rete che concorre ad organizzare l’apporto delle realtà esistenti e di altre che potranno sorgere, «riconoscendo un valore economico ad ognuna di esse tramite remunerazione o, preferibilmente, scambio. […] Fuorimercato non intende rappresentare un mercato alternativo ma una alternativa al mercato; ovvero il luogo […] nel quale si connettono la produzione la riproduzione e la circolazione di una economia altra. Fuorimercato si muove in un’ottica equo-nomica, ovvero di economia comunitaria (egualitaria ed autogestita) in radicale alternativa al capitalismo. […]La tessitura di rapporti con l’insieme delle realtà di consumo critico col fine di affrontare le esigenze di distribuzione di “prodotti ad alto valore sociale aggiunto” è centrale. Non si tratta solo di essere rispettosi della salute e dell’ambiente […] ma anche dei diritti di chi lavora, dalla produzione alla distribuzione finale. […] Si tratta di affiancare ai gruppi di acquisto (i tradizionali GAS) i gruppi di offerta […] pianificando una filiera economica popolare: dalla produzione allo stoccaggio/logistica, al lavoro di trasformazione dei prodotti, al mercato o piazza comune/spazio collettivo, allo spaccio, alle cucine popolari. Ossia un campo economico “fuori mercato” in cui è tutta la comunità ad assumersi la responsabilità di gestire la sfera di sussistenza, con un’attenzione centrale ai settori del cibo». Progetto interessantissimo. In gestazione. Da seguire con la massima attenzione. E da sostenere senza esitazioni.
Nell’attesa che la rete si strutturi e si estenda, ben vengano tutte quelle altre iniziative, isolate o coordinate, che mirino allo stesso obiettivo di organizzare una distribuzione alternativa a quella funzionante secondo la logica del mercato, ovvero secondo la legge della competitività (o della giungla) che privilegia il successo dei più forti e dei più potenti a danno dei più piccoli e a detrimento del lavoro umano e della produzione locale.
I candidati alle poltrone di sindaco hanno uno spunto in più su cui meditare: si chiedano e ci dicano cosa credono di poter fare per incentivare la rete Fuorimercato e tutte le iniziative che possano a tale rete afferire. Sono disposti ad offrire ai produttori locali (ed agli altri del nostro territorio italiano confluenti nella rete Fuorimercato) degli spazi commerciali a costo zero? Senza far loro pagare l’occupazione del suolo pubblico? Sarebbe un piccolo incentivo apprezzabile. E cosa potrà fare il legislatore per consentire/incentivare un rapporto diretto tra negozi di prossimità e produttori agroalimentari territoriali, magari rappresentati da operatori/trasportatori della rete che non siano intermediari commerciali? Sarà possibile agevolare una tale rete distributiva a filiera corta?
La politica d’alto bordo (in tutt’altre faccende affaccendata, per esempio a salvare la poltrona senatoriale e il relativo trattamento economico ad un tal Minzolini, che, per la condanna ricevuta, non potrebbe esercitare nemmeno il diritto di voto, mentre conserva, grazie al sostegno dei suoi colleghi, il diritto di legiferare!) potrebbe benissimo alleggerire considerevolmente l’IVA sui prodotti agroalimentari locali per mettere fuori gioco la produzione straniera importata dalla grande distribuzione. Alla faccia di Trump e degli americani, che sino a ieri volevano imporci col TTIP il totale abbattimento di ogni residua barriera non doganale e che ora ricorrono invece al protezionismo. In tal modo, senza introdurre dazi doganali su merci di importazione (sulle quali continuerebbe a gravare solo l’IVA non ridotta), si sortirebbe un effetto premiale sulla produzione agro-alimentare nostrana, dando una bella boccata di ossigeno all’agricoltura ed all’allevamento italiani. Non sarebbe un dazio ma si tratterebbe pur sempre di una barriera protettiva non doganale. Con un beneficio (in termini di costi ridotti) esteso a tutti i cittadini consumatori.
Persino il nostro ministro economico candidamente ignaro del prezzo dei beni di consumo si renderà conto che in tempi di crisi e di vacche magre un regalo di tal genere sarebbe funzionale agli interessi del lavoro nostrano e agli interessi dei cittadini tutti. Il gettito compensativo potrebbe provenire in parte da un conseguente ed auspicabile risveglio dell’economia e, in parte, potrebbe essere ricavato da maggiori prelievi su beni di lusso, sulle transazioni finanziarie, sul gioco… Per non parlare dei sacrifici che ancora attendiamo da parte dei parlamentari e della politica. O per tacere del licenziamento dei soliti padreterni, idolatrati e ipergratificati come a.d. di aziende pubbliche, i quali potrebbero essere rimpiazzati da giovani che abbiano dato buona prova di sé nella pubblica amministrazione.
Invece dobbiamo sorbirci il solito giro di valzer dei soliti manager delle aziende pubbliche. Che si pappano trattamenti da nababbi. I politici saranno prontissimi a dire che non si possono praticare forti sgravi fiscali sui prodotti nostrani, ma taceranno (come sempre) su tagli di spesa e di sprechi che potrebbero riguardare i privilegi della casta. Noi ci permettiamo di suggerire loro la lettura di un libro (non tanto recente) di Stella e Rizzo (“Licenziare i padreterni – L’Italia tradita dalla casta”). E ai due simpatici e informatissimi autori (che ringraziamo per i lusinghieri apprezzamenti verso il nostro giornale nei loro articoli sul Corriere) suggeriamo di aggiungere, in una prossima edizione, un capitoletto sul cambio di poltrone dei soliti manager coccolati e strapagati dal mondo politico.
Ai nostri 25 lettori suggeriamo un libretto imperdibile: “L’alternativa all’Europa del debito (di autori vari)”, in cui è contenuto un capitolo su una rete di autoproduzioni Fuorimercato (di Gigi Malabarba), dal quale abbiamo tratto alcune informazioni riportate sopra in questo articolo.

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