Grandi comici e cabarettisti come Walter Chiari, Carlo Dapporto o Pippo Franco divertivano, facevano ridere e mai nei loro lunghi monologhi per riscuotere un applauso ricorrevano alla volgarità
Mi è capitato, era di sabato sera, di vedermi Crozza nell’ultima serata di Sanremo. L’ho visto insicuro; per avere la risata del pubblico ha dovuto far ricorso alle parolacce. Non ci bastava la Littizzetto con le sue volgarità; oggi ci si è messo anche Crozza che al suo esordio ci sembrava tanto misurato.
Mi chiedo se esista la necessità della volgarità per far ridere. Mi ricordo di grandi comici e cabarettisti come Walter Chiari o Carlo Dapporto o lo stesso Pippo Franco che divertivano, che facevano ridere e che mai nei loro lunghi monologhi per riscuotere un applauso ricorrevano alla volgarità. Ma sicuramente il mondo sta cambiando e si sta livellando sul basso, non sull’alto.
Se il Legislatore è lo specchio dei tempi, Camera e Senato hanno decretato che oggi è lecito ingiuriare una persona: hanno depenalizzato il reato di ingiuria. Uno può mettere in dubbio i buoni costumi di una signora, dirle come la definisce, e non è reato. Altrettanto a un buon marito che è dedito al lavoro e alla famiglia gli si può dire in faccia che per via della moglie al suo confronto il cervo sembra calvo. Il tutto impunemente, non c’è più il deterrente della querela. Residua una sola opzione: prendersi le corna e ricorrere a un bel cazzotto in faccia.
Lo stile della volgarità non rimane isolato ai forzati della risata (forzati che dicendo volgarità si guadagnano decine di migliaia di euro a serata) ma ha contagiato anche certi giornalisti. Ultimamente una testata nazionale come “Libero” non ci ha messo molto ad insultare una signora rea di fare politica e di non pensarla come l’editore del giornale.
E i politici, fortunatamente solo alcuni, non è che siano da meno della Littizzetto o di Crozza; il via lo diede il grande Silvio Berlusconi, non con una parolaccia ma con un gesto assai significativo che videro in televisione milioni di persone: pugno chiuso e dito medio ritto.
Inconsapevolmente un po’ tutti ci siamo involgariti: è passata l’epoca dei rimproveri di una mamma che s’accorgeva di un figlio che beveva dalla bottiglia. Oggi è un fatto comune: l’ho visto fare in udienza a P.M., a giudici di Corte di Assise di Appello o di giurisdizioni pari alla Cassazione: in piena udienza con grande naturalezza si afferra una bottiglia più o meno grande di acqua e la si porta in bocca e si beve a garganella, a collo indietro.
Ci ha sorpreso, ma veramente sorpreso, che giorni fa una giudice del nostro Tribunale ha sfoderato dalla borsa bottiglietta d’acqua e bicchiere, si è versata l’acqua nel bicchiere e solo dopo ha bevuto: non è tutto perduto allora.
Siamo una città turistica e i bar, quelli sul mare, hanno inventato il cocktail a non meno di cinque euro a bicchiere e te lo danno al bancone o te lo portano al tavolo con la buccia di arancia conficcata sul bordo del bicchiere e con una bella cannuccia in modo da sorbire comodamente. Il guaio è che se vuoi bere sorseggiando il tuo cocktail non sai dove poggiare la cannuccia: sicuramente il barista pensa nel taschino della giacca, perché te lo offre senza un piattino.
C’è stata una dichiarazione di guerra al bon ton. Ci consola il ricordo dell’ode di Orazio, quella dell’ibam forte viam sacram; la danzatrice non apprezzata dalla folla si consola perché sa che i cavalieri l’applaudono.

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