I prof universitari: giovani accedono agli atenei senza saper parlare e scrivere in italiano. Riflessione di una docente di scuola secondaria
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
È di questi giorni la notizia che sta riempendo il web, ma che in TV è passata quasi inosservata, di una lettera che un gruppo di 600 professori universitari ha inviato alla nuova ministra della pubblica istruzione Fedeli e al presidente del consiglio Gentiloni, in cui viene lanciato l’allarme: “gli studenti arrivano all’università senza essere in grado di scrivere e parlare un italiano corretto, con un bagaglio lessicale estremamente ridotto rispetto alle aspettative e senza conoscere le regole grammaticali di base”. Questi docenti sostengono la necessità di creare una “scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti” perché “il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico” generando il dilagare di una sorta di analfabetismo di ritorno, cioè il proliferare di soggetti che, pur essendo in possesso di titoli di studio come licenza media, diploma e laurea, non esercitando le competenze acquisite nel corso degli anni (quando le abbiano veramente apprese), finiscono per dimenticarle.
Questa situazione ha reso necessario l’istituzione presso molti atenei di corsi di recupero per l’insegnamento della lingua italiana, con l’obiettivo di correggere gli “errori da terza elementare” commessi dalle matricole.
Del problema si parlava già nel 2013, quando vennero diffusi i risultati dell’indagine “Programme for the international assessment of adult competencies” condotta dall’Ocse su un campione totale di 166mila adulti tra i 16 e i 65 anni, dalla quale risultò che il 28% degli italiani (percentuale ben al di sopra del 15% della media Ocse), pur non essendo analfabeta, non possedeva le capacità minime richieste per la comprensione di un testo scritto.
La denuncia degli insegnanti universitari sembra un attacco agli insegnanti italiani di elementari, medie e superiori e di certo mette in luce uno stato dell’arte innegabile: esiste una percentuale di studenti in possesso del diploma di scuola superiore che non conosce i fondamenti della propria lingua madre, promossi nonostante la presenza di queste gravi lacune. Infatti grazie alle varie riforme della scuola che si sono susseguite nel corso dei decenni e che ancora si susseguono (vedi legge 107/2015 e nuova legge sugli esami di maturità in corso di definizione in questi mesi), la maturità ha perso il proprio valore ed è divenuto sufficiente frequentare le scuole superiori per essere ammessi all’esame di Stato e conseguire la promozione e il sospirato “pezzo di carta”. E in effetti i dati parlano chiaro: se la percentuale di allievi promossi alla maturità negli anni ’20 era del 60% circa, essa è gradualmente salita al 70% negli anni ’70, al 90% negli anni ’80, per arrivare a sfiorare il 99,5% nel 2016, con un trend crescente cui non corrisponde una crescita delle competenze degli studenti diplomati.
Anzi! Nel corso dei tredici anni di percorso scolastico obbligato che portano all’esame di Stato, le carenze tendono ad accumularsi e radicarsi senza che nessuno osi intervenire per correggerle o per bloccare i casi irrecuperabili, cioè gli studenti che non risultano aver acquisito le competenze minime richieste dal livello di studi raggiunto. Addirittura l’ultima proposta di esami di stato promette di garantire l’ammissione agli esami con la media del sei, compresa la condotta. Questo anche per consentire il conseguimento del diploma ai nuovi ignoranti: gli studenti della “Buona scuola” della legge 107/2015.
Infatti questa legge con l’introduzione della buona pratica dell’alternanza Scuola/Lavoro decurta ulteriormente il tempo scuola, già ridotto al minimo dalla riforma Gelmini che fece passare le ore da 30 (eventualmente anche da 50 minuti) a 27 (da un’ora effettiva) nei licei. Riforma che ha diminuito le ore di insegnamento della lingua italiana ed ha compattato storia e geografia in 3 ore, per cui oggi molti studenti non solo non sanno leggere e scrivere ma non sanno neanche qual è la capitale d’Italia. E così mentre i docenti universitari lanciano l’allarme, gli insegnanti delle scuole del secondo ciclo assistono impotenti alla scomparsa degli studenti dalle classi per ben 80 ore (nei licei) di alternanza Scuola/Lavoro. In queste ore, spesso preziose per il recupero delle carenze, gli studenti assistono a noiose conferenze e partecipano tutti alla stessa attività lavorativa che non tiene in considerazione le aspirazioni, gli interessi e le prospettive future dei singoli e nulla di sostanziale aggiunge alla loro formazione, se non un’ulteriore carenza di contenuti, proprio quei contenuti e quelle conoscenze che poi saranno oggetto dei test di ammissione alle università e che potrebbero rivelarsi decisivi in un’intervista di lavoro.
Quindi, nonostante l’allarme lanciato dai docenti universitari e il senso di disperata impotenza che pervade gli insegnati del secondo ciclo, le leggi dello Stato italiano continuano inesorabilmente a trasformare la scuola in luogo di d-istruzione del sapere.

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