Va fatta chiarezza su chi ha consentito la vendita a privati (se così è stato) di una parte cospicua dell’edificio. Anche due stanze dell’altra ala sarebbero state inglobate, nel corso di una ristrutturazione, nell’edificio attiguo. Sono insomma ancora 32 i vani?
La Civetta di Minerva, 27 gennaio 2017
Che fine ha fatto l’immobile del numero 20 di via Picherali? Anzi: nella disponibilità di chi è, oggi, un’intera ala di palazzo Monteforte?
Maria Monteforte, ereditandolo dal fratello Ignazio, lo donò insieme a quello del numero civico 12 all’Eca, ente comunale di assistenza, “con il tassativo obbligo di adibire detti immobili, senza esclusione alcuna (anche minima) di locali, come casa di riposo per donne anziane bisognose, che porti il mio nome” (per inciso la targa, prima presente, oggi è scomparsa: una lenta incessante damnatio memoriae, si direbbe). Allo scioglimento dell’ente tutto, per legge, confluì nel patrimonio del Comune: e questa è storia vecchia. Ciò che si racconta dell’uso “disinvolto” e “spregiudicato” di quegli appartamenti per molti anni, pare trasformati in occasionale alcova, o anche sede di un circolo massone rosacroce (da qualche parte dovrebbe esserci ancora il disegno di un satiro “u riavulone”), appartiene all’immaginario della città e vi stendiamo un velo pietoso, ma ciò che è invece cronaca accertata è l’improvvida formale richiesta di acquisirne la proprietà da parte dei proprietari del Des Etrangers e del Miramare nel 2007 proponendo una permuta: una nuova struttura da costruire ex novo da qualche parte per le anziane in cambio del “vecchio” palazzo.
Non sappiamo cosa accadde allora ma la discussione tornò ad infiammarsi nel 2012 quando si apprese dell’intenzione del Comune di vendere in via Picherali “tre immobili: un piccolo locale a primo piano e poi due appartamenti… quello a piano terra di 25 mq, un secondo che si affaccia su piazza San Rocco e un monolocale da cui si ammira una vista mozzafiato sul Porto grande. Questi ultimi due sono stati parzialmente ristrutturati a spese del Comune, ma necessitano comunque di interventi di rilievo” questo nella cronaca locale.
“Allora, a porsi alcune domande ancora di scottante attualità, alle quali si deve oggi dare risposta – ci racconta Enrico Piazza, storico custode della memoria dei Monteforte -, fu un esponente del partito socialista molto noto in città, ex sindaco: Turi Formica. In conclusione a una sorta di cronistoria da lui ricostruita, pose ai consiglieri comunali e alla giunta tutta alcune domande : “Se il Comune ha sostenuto delle spese di ristrutturazione come emerso in alcuni articoli, evidentemente si tratta di immobili di sua proprietà: sono beni che fanno parte della donazione Monteforte così come noi riteniamo? Poiché nel lascito testamentario si parla di due immobili ai diversi numeri civici, 12 e 20, come si concilia la descrizione alquanto limitativa che si fornisce dei locali messi in vendita con il fatto che l’immobile del numero 20 dovrebbe su per giù avere eguale dimensione e conformazione di quello al numero 12? Si è provveduto a far sparire la numerazione originaria della via ma perché sull’edificio che si può presumere corrisponda al numero 20 è apposto attualmente un cartello di vendita come se appartenesse a privati?”
Domande ovviamente cadute nel vuoto, mentre a un’altra – “Dov’è all’ufficio Ortigia il fascicolo relativo al progetto di ristrutturazione redatto dal professionista esterno incaricato evidentemente dal Comune?” – si può forse rispondere ora perché Enrico Piazza è riuscito a procurarsi il progetto di trasformazione del fabbricato a firma dell’ingegnere Filippo Urzì. E la planimetria aggiornata al 1976 parla chiaro: ricostituendo la numerazione civica cancellata offre la composizione completa di un palazzo in sostanza unico, che non si sarebbe potuto smembrare, se non commettendo un atto illecito. “32 vani catastali a pianterreno, primo, secondo e terzo piano” ai civici 12,14,16,18,20 come riportato nell’atto di accettazione della donazione dell’ottobre 1974.
Toccò invece all’indimenticabile Ettore Di Giovanni rintuzzare in Consiglio comunale il tentativo di assentire alle richieste di permuta avanzate e così almeno una parte del palazzo è rimasta a disposizione delle anziane indigenti.
Al di là delle concrete possibilità di ricostituire l’integrità della proprietà avviando complessi iter giudiziari (da affidare ai legali la valutazione su questa ipotesi), va fatta chiarezza su quanto accaduto e sulle responsabilità di chi ha consentito la vendita a privati (se così è stato) di una parte cospicua dell’edificio, nonché verificare, grazie alle planimetrie a disposizione, se risponde a verità che anche due stanze dell’altra ala sarebbero state inglobate, nel corso di una ristrutturazione, nell’edificio attiguo. Sono insomma ancora 32 i vani?
Già quando la nobildonna era in vita si cercò di raggirarla. Nel testamento olografo del 5 settembre 1968 la Monteforte scrive: “Revoco tutte le mie precedenti disposizioni testamentarie, nonché la scrittura in potere di C.S., carpitami abusando della mia buona fede, e nomino quale erede dei miei due immobili ecc.”. Ora sarebbe opportuno accertare se l’oltraggio alla sua generosità si sia successivamente ripetuto e a vantaggio di chi, nell’auspicio di mettere la parola fine su una vicenda che getta disonore sulla pubblica amministrazione.

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