Politica e proverbi siciliani. U quararuni ci rissi o menzaranciu: fatti chiu agghiriddà, nzamai mi tinciu
La Civetta di Minerva, 13 gennaio 2017
Il tentativo dei pentastellati europei di lasciare il gruppo (euroscettico) di Farage optando per una confluenza tecnica nel gruppo ALDE (euroconvinto) è fallito. Per decisione dei compagni di cordata di Verhofstadt. Poteva ugualmente fallire per decisione dei pentastellati, consultati da Grillo.
Si è trattato solo di una fuga da Farage, scelta obbligata dopo la brexit? O bisogna anche cogliere nel tentativo fallito il presagio di una nuova disponibilità ad alleanze, che potrebbero diventare inevitabili anche in Italia in seguito alla probabile modifica imminente del sistema elettorale? Forse c’è del vero in entrambe queste ipotesi. Rimane l’amarezza per il ritardo di questa evoluzione: se i pentastellati avessero colto al volo l’apertura di Bersani e gli avessero controproposto una alleanza alle loro condizioni, ci saremmo evitati il pasticciaccio delle larghe intese imposte da Napolitano e la più recente delusione del renzismo vanesio. Ora c’è da augurarsi che la scelta di future alleanze sia più meditata. E che non sia vanificata pregiudizialmente dalle ostilità del bifronte PD, che si dichiara avverso al populismo pentastellato mentre ha inghiottito il rospo di una complicità col populismo berlusconiano in salsa nazarena.
Sarebbe sciocco enfatizzare l’esito del fallito matrimonio di convenienza con l’ALDE come abbagliante insuccesso di appestati, con cui nessuna forza politica vorrebbe avere a che fare. Su quell’insuccesso i cinquestelle potrebbero edificare una brillante rimonta: facendosi promotori di una politica di radicale riforma della UE, delle regole dell’economia e della monetazione. Ed erigendosi a restauratori della democrazia calpestata e vilipesa. Agendo non più da demolitori ma da riformatori dell’Unione. E in tal caso altri partiti, che si sono arresi alle regole più balorde e al pensiero unico iperliberista, sarebbero costretti a pietire un’alleanza con il M5S, mutuandone o condividendone il progetto di riforma globale. Ma oggi continuano ad intonare il coro del disprezzo verso il populismo. Come se fossero immacolati, puri, strenui difensori degli interessi di tutti e non dell’uno per cento dei privilegiati. Non convince e non serve a nulla la posizione antipopulista di coloro che hanno tradito la democrazia e gli interessi comuni dei cittadini. Fa venire in mente un noto detto dialettale riportato nel titolo di questa nota. Vorrebbero ostracizzare i cinquestelle ma hanno più colpe loro, di cui dovrebbero fare ammenda. Dal loro pulpito non possono predicare contro nessuno.
I pentastellati devono certamente risolvere meglio i loro problemi di democrazia interna, devono selezionare meglio gli amministratori (evitando altri errori come quello clamoroso di Roma) e devono aggiornare e rendere più ricco e definito il loro progetto di società e di Unione Europea. Ma suscitano un misto di commiserazione e di indignazione gli altri partiti che abbaiano contro il populismo, rimanendo con la testa svuotata dall’infatuazione per il pensiero unico dominante e coi piedi cementati dentro l’establishment destinato ad affondare. Rinsaviscano. È il nostro augurio.

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