Svimez col segno più al sud, ma la crescita è ancora lontana

Bene i dati sull’occupazione, il gap col Centro Nord è ancora alto. Un trend positivo nelle aree a forte vocazione turistica e agricola per congiunture favorevoli

 

La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016

LaSVIMEZ(acronimo diAssociazione per lo SVIluppo dell’industria nelMEZzogiorno) è un’associazioneprivata senza fini di lucro, con lo scopo di promuovere lo studio delle condizioni economiche delMezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a sviluppare le attività industriali. Tra le attività svolte c’è la pubblicazione annuale di un rapporto sullo stato dello sviluppo delMezzogiorno L’associazione, inoltre, promuove la pubblicazione di riviste scientifiche, la realizzazione di ricerche sulle diverse realtà e problematiche meridionali, presentate anche come note di ricerca.

La ripresa c’é: di che spessore sia e in quale direzione vada, tuttavia, non é altrettanto chiaro. É questo il quadro che emerge dal rapporto Svimez 2016, presentato a Roma lo scorso novembre. Per chi volesse andare oltre i dati che raccontano di un’inversione di tendenza rispetto al trend negativo che contraddistingue il Sud, i numeri vanno certamente scremati dagli entusiasmi: la crescita é soprattutto localizzata nelle aree in cui il Sud beneficia di una “dote” naturale importante, ovvero l’agricoltura e il turismo. A un’analisi più dettagliata, inoltre, emerge che i dati positivi sono frutto soprattutto di una serie di congiunture favorevoli, come il calo del turismo nei paesi africani del Mediterraneo che si è riversato per una buona fetta al sud. I numeri mostrano una significativa inversione di tendenza – se non altro perché, appunto, è un’inversione – anche in altri settori economici. Fanno ben sperare i dati riguardanti l’occupazione, nonostante il divario con il Centro Nord rimanga ancora significativo.

Una lettura organizzata del rapporto tuttavia, mette in luce come tali dati siano poco consistenti se non saranno messi in relazione con i cosiddetti “driver dello sviluppo”, ovvero quelle aree di potenziale sviluppo in grado di rafforzare la crescita e renderla non occasionale, bensì strutturale. Tra questi c’é certamente l’agricoltura, su cui dei passi in avanti sono stati fatti; ma rimane ancora visibilmente al palo lo sviluppo di un’industria agile e moderna: saranno poche le industrie che potranno beneficiare al Sud del piano di sviluppo nazionale “Industria 4.0”, poiché il tessuto risulta ancora debole, lacunoso e soprattutto poco versatile verso economie di rete.

Lo sviluppo industriale si aggancia con quello energetico. In particolare l’attenzione è puntata sulle energie da biomasse. La sfida è quella di promuovere un maggiore sviluppo delle biomasse di seconda e terza generazione, che derivano dall’utilizzo di prodotti (come, ad esempio, alghe e paglia) che non creano domanda aggiuntiva di terreno agricolo per la propria produzione, senza entrare in competizione con le produzioni alimentari ma rappresentano un’irrinunciabile opportunità di sviluppo per i terreni marginali e perfino per quelli inquinati. Lo sviluppo della bioeconomia si ricollega, inoltre, al grande tema della riconversione di impianti industriali obsoleti, in particolare ex raffinerie altamente inquinanti presenti anche nel Sud. 

Rimane un tasto dolente anche la riconversione urbana: il perdurante dualismo urbano tra Centro-Nord e Mezzogiorno é una questione di ordine nazionale, a cui si tenterà di dare risposta anche con la sfida delle nuove Città metropolitane che dal 1° gennaio 2015 hanno accorpato le funzioni degli enti provinciali a nuove funzioni di pianificazione e programmazione. Inoltre rimane insoluto il nodo infrastrutturale: il Mezzogiorno è nelle condizioni di svolgere un ruolo preminente nel sistema economico delle relazioni euro–mediterranee, da cui passa una notevole quota degli scambi mondiali, facendo soprattutto leva su un forte asset portuale che ha bisogno di essere rigenerato e rilanciato. La concorrenza é spietata: alla competitività in termini di capacità logistiche dei porti del Nord Europa si affianca la forte concorrenza delle nuove strutture del Mediterraneo orientale e del Nord Africa in seguito a un forte potenziamento della dotazione infrastrutturale. 

Domanda di fondo a cui non si trova una risposta,  e si ha la sensazione che il Governo non la stia cercando – non in questi termini, almeno – è se il riposizionamento italiano possa beneficiare di questa crescita del Sud, o se la prospettiva sia solo quella di inseguire, e per qualche illusorio momento agganciare, una poco consistente ripresa internazionale. 

Gli interventi sembrano tutti motivati; qualcuno sará anche efficace. Ma quanti di essi si inseriscono in una politica di sviluppo integrata che abbia anche una direzione e una coerenza interna? 

L’attenzione sembra più orientata alla manutenzione dell’esistente che a un reale piano di sviluppo del paese visto come sistema, più che come somma di addendi. 

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