Del processo Oro blu si sta pian piano perdendo il ricordo

Le indagini sembravano dover scardinare il marciume in città, con arresti eccellenti. Uno scandalo che continua a tenere sulla brace chi, forse, ne verrà fuori innocente

 

La Civetta di Minerva, 11 novembre 2016

Ci sono processi che si perdono nella notte dei tempi. Che bisogna andare a ripescare negli archivi, tra gli innumerevoli file che si infittiscono negli anni, tra i ricordi più lontani, per poterli riportare alla luce. Alla luce e all’attenzione. Di tutti.

È il caso del processo Oro blu (connesso per altro alle inchieste di Magma e nostre su magistrati e avvocati siracusani e non solo). E ci si stupisce quando si confronta il silenzio che improvvisamente lo ha avvolto quasi per proteggerlo, o per nasconderlo?, con il chiasso, il frastuono, la rilevanza che ha avuto al suo nascere. Una bagarre che sembrava dover avere chissà quali conseguenze e che invece è rimasto caos, e dolore, solo nella mente di chi lo ha vissuto sulla propria pelle. Su chi, chissà se, e quando, verrà dichiarato incolpevole.

Gli altri, gli spettatori, hanno dimenticato. Lo hanno rimosso.

Uno scandalo quasi impensabile nella sonnacchiosa Siracusa, nella città che è turbine solo nelle sue viscere profonde, e che solo ogni tanto è costretta a scuotersi anche se poi fa in fretta a dimenticare.

Arresti, domiciliari, eccellenti ma presto revocati dal tribunale del riesame: Gino Foti, l’eminenza grigia di sempre, Giuseppe Marotta, amministratore della Sogeas, azienda “cittadina”, e pesanti sospetti di un coinvolgimento diretto per l’allora presidente della provincia, e dell’autorità d’ambito per le acque, Nicola Bono.

La Procura della Repubblica protagonista indiscussa.

Sembrava che si dovesse far piazza pulita di tutto il marciume nascosto, finalmente emerso grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali – “un faldone di quattrocento pagine” – e indagini. Individuato il “puparo” Gino Foti (così il procuratore Ugo Rossi) e i suoi adepti e conniventi, si sarebbe spazzata via la feccia.

A originare tutto due denunce, e forse qui l’anello debole, quello che non tiene. O forse che ha tenuto, ma a dirlo, prima o poi, saranno gli inquirenti. Perché, prima o poi, la parola fine dovrà pur essere scritta.

Le misure cautelari richieste dai pm venivano avallate dal dottor Rossi perché “frutto di oltre un anno di indagini sviluppate nell’ambito della gestione del servizio idrico integrato in  provincia, partite dopo la denuncia presentata nel 2010 dal rappresentante della Saccecav (Giorgi Mirco), società che con Sogeas si è fusa per costituire Sai 8”.

A giudizio degli inquirenti, gli indagati ricorrevano alla minaccia della risoluzione del contratto d’appalto del servizio se non fossero state esaudite alcune loro richieste relative non solo ad assunzioni ma soprattutto alla rinuncia della Saceccav ad eseguire alcuni lavori (un cantiere da 64 milioni di euro: un campo pozzi a Siracusa e il nuovo acquedotto di Augusta) nonché alla riscossione delle bollette insolute da affidare, con impropria esternalizzazione, alla Teleservizi di Caserta, con un aggio fuori mercato del 15%, solo perché indicata da Gino Foti.

Emergevano poi altri illeciti: la fideiussione da 4 milioni di euro con una società fantasma, l’Omnia  spa, non iscritta ad alcun albo (come denunciato dalla stessa Civetta) e pagamenti in favore della Saceccav a danno di altre società (quest’ultima accusa confermata nella successiva dichiarazione di fallimento della SAI8).

Critiche all’adozione delle misure cautelari venivano espresse da Roberto Centaro, ex presidente della commissione nazionale antimafia, del parere che non ci potesse essere più alcun rischio di inquinamento delle prove dal momento che i fatti risalivano al 2010 e nessuno degli indagati appariva nelle condizioni di poter ancora intervenire sui fatti (“Foti non ricopre alcuna carica  istituzionale, Marotta è stato estromesso da ruoli dirigenziali sia da Sai 8 che da Sogeas, Bono ha correttamente denunciato l’inadempimento palese e fuori discussione di Sai 8 in merito al contratto stipulato”) e comunque il gip non convalidava la richiesta di divieto di dimora (!) per Bono mentre il reato di concussione contestato a Foti e Marotta veniva derubricato a tentata estorsione.

Ciò che si evidenziava dall’indagine era un deja vu che non stupiva nessuno perché tipico dell’italico costume: la “prepotente ingerenza di esponenti di varie aree politiche nel lucroso settore degli appalti di pubblici servizi e la ‘cattiva politica’ che si infiltra insidiosamente nei più svariati settori del tessuto imprenditoriale” ma senza alcuna prevaricazione o pressione dell’uno sull’altro. Dalle intercettazioni (così negli atti del riesame) emergeva che “i protagonisti discutono su un piano di parità di progetti e aspettative complementari”, si parla apertamente “di spartizione di affari in settori redditizi” in cui le “continue richieste di assunzioni di persone delle quali la società non aveva realmente bisogno” appaiono quasi uno scotto da dover pagare.

Il 3 luglio 2013 la SAI8 si costituisce parte civile nel processo che vede ormai quali indagati solo Foti e Marotta perché, nel frattempo, Bono, “indagato per la legalità” (sua dichiarazione), ha dimostrato la propria totale estraneità da quanto addebitatogli inizialmente dalla Procura.

Nicola Bono, nella conferenza stampa del 5 gennaio 2013 in cui annunciava che il gip dott. Consiglio aveva accolto la richiesta di archiviazione del procedimento a suo carico presentata dai sostituti Bisogni e Boschetto, affermava: “Nonostante sin dal 9/01/2012 il gip, dott. Panebianco, avesse dichiarato, dopo avere rilevato non cristallinamente credibili” le dichiarazioni dei querelanti che “In nessuna delle numerose conversazioni intercettate tra Bono Nicola ed i suoi collaboratori della Provincia egli fa mai qualcosa di diverso dal dare l’ordine preciso e perentorio di perseguire inesorabilmente la finalità della risoluzione del contratto con SAI 8, il che, come già notato, si pone in contraddizione logica con la ipotesi che egli perseguisse soltanto strumentalmente detta strada, con l’intento preciso di fare marcia indietro se SAI 8 avesse aderito alle sue richieste”, in data 2/02/2011 l’allora Procuratore Ugo Rossi, in pubblica conferenza stampa dichiarava “in tutta questa storia ballano affari per 64 milioni di euro. E Bono, sempre per la Procura, è coinvolto in toto. Il Gip, al riguardo, la pensa diversamente. Per questo ha rigettato la nostra richiesta. Ma noi andremo avanti per dimostrare come stanno realmente le cose. E cioè che questi politici a Siracusa non erano al servizio della collettività, bensì brigavano soltanto per fare i propri interessi”. Un preconcetto teorema, destituito totalmente da qualsiasi veridicità, oltre che da ogni fondamento probatorio, che già allora era stato rinnegato dal gip e che oggi finalmente una libera e rinnovata Procura ha smentito totalmente, ma che per anni mi ha ingiustamente perseguitato consentendo ad altri, nel frattempo, di trarre lucrosi ed indebiti vantaggi”.

Ma da allora sembra che tutto si sia cristallizzato e di quei fatti, in cui i nomi eccellenti erano tanti, si sta piano piano perdendo il ricordo.

Da leggere

Aretusacque. Una partenza “confusa” ma di certo ci sono i compensi per gli organi statutari

Acque ferme in Aretusacque, ma chissà qual è il ribollio profondo. Al momento i cittadini, …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti