Per un’isola che conta circa un decimo degli studenti italiani, la nostra è fra le regioni che ha speso meno per gli interventi sull’edilizia. E’ il risultato delle lentezze burocratiche locali, legate anche alla fase di stallo in cui vivono le Province. Dalla regione arrivati a Roma, e finanziati, solo 175 progetti per un totale di 106 milioni
La Civetta di Minerva, 28 ottobre 2016
Esistono le sagre paesane legate ai vari periodi dell’anno: quella della castagna a novembre, poi quella della fragola, dei funghi, del miele eccetera, arrivano puntuali, crisi o non crisi. Analogamente, tra ottobre e novembre, arrivano le manifestazioni studentesche Da studente, docente e preside le ho viste tutte, a volte da protagonista a volte da spettatore. Ci si potrebbe sincronizzare l’orologio.
Nella programmazione scolastica, anche se non ufficialmente, sono previste quasi come una evenienza ineluttabile. C’è chi ne approfitta per sistemarsi le cose di casa (alcuni docenti), chi per dar sfogo alla propria voglia di protagonismo (alcuni studenti) chi per verificare la propria autorità (alcuni dirigenti), chi per cogliere l’occasione per scaricare sul Governo in carica le proprie responsabilità (comuni, ex province, regioni). L’elemento che caratterizza tutti è l’attesa spasmodica del Natale quando, in omaggio al clima del “volemose bene”, si vedranno sopite le manifestazioni e finalmente ciascuno tornerà alle proprie occupazioni come se nulla fosse successo.
Dire che tutto è inutile o banalizzare i contenuti delle proteste sarebbe veramente meschino e ingiusto. “C’è del marcio in Danimarca”, dice Marcello nell’Amleto di Shakespeare. È vero, c’è del marcio anche da noi. Tutti gli attori hanno le loro responsabilità ma, ovviamente, in modo e con peso diverso: il Governo con le difficoltà di bilancio, le regioni (in particolare la nostra) alle prese con la propria inefficienza, gli enti locali alle prese con un meccanismo farraginoso del sistema degli appalti, con la limitata qualificazione del personale e con la assoluta cecità degli assessori al ramo, quasi sempre poco avvezzi alla problematica e frustrati dalla “debolezza” del peso specifico attribuito dalla politica alla loro rubrica; essi, nel migliore dei casi, rincorrono le emergenze e campano alla giornata. Gli studenti che, al di fuori di sparuti gruppetti sinceramente “presi” dalle “sante” ragioni della protesta, si trovano a gestire una massa informe di adepti felici di socializzare fuori dalla scuola con gli amici di sempre e con i nuovi arrivati; i docenti, quasi sempre, solidali con gli alunni, ma incapaci (senza colpa) di vedere oltre ed utilizzare il loro sacro sdegno per canalizzarli verso una cittadinanza attiva, utile e rispettosa dei loro bisogni e delle loro aspirazioni (chi di loro ci tenta è sbeffeggiato da una moltitudine di colleghi la cui principale preoccupazione è quella di firmare e andarsene a fare ciò che è più utile per la famiglia).
I dirigenti, invece, si dividono in tre categorie, chi vuole far vedere i muscoli, chi allarga le braccia e chi (una minoranza) cerca di “governare” i tumulti, inventandosi percorsi di “cogestione” (?), di assemblee permanenti e simili per cercare di stare in palla ed approfittare dell’occasione per avere maggior attenzione dagli EE:LL. di riferimento al fine di strappare qualche attenzione in più. Poi ci siamo i genitori, anche noi divisi in categorie: chi solidarizza, chi è infastidito e preoccupato di come i figli passeranno la mattinata e chi (una minoranza) cerca di aiutare quelle scuole che si “interessano” di ciò che accade a limitare i danni. C’è tanta verità in questa rappresentazione che indignerà molti.
Sulla scuola ci sarebbe da dire tantissimo, ma per non essere dispersivi oggi, a valle di crolli vari e di un’attenzione sul problema della sicurezza, proverò ad accendere un faro sul problema dell’edilizia scolastica partendo dalle parole del premier dette ai sindaci dell’Anci riuniti a Bari: «Tutto ciò che attiene all’edilizia scolastica è finanziabile fuori dai vincoli del Patto di stabilità» con ciò incalzando i presenti ad essere maggiormente operativi; a lui si è affiancata la ministra dell’Istruzione, che, puntualizzando la situazione, ha messo l’accento sui ritardi del Piano “Scuole sicure” (il piano di ristrutturazione e messa in sicurezza, approntato dal governo già dallo scorso anno); lo fa snocciolando i dati pubblicati sull’ultima brochure del ministero. Si parla esplicitamente di 7,4 miliardi stanziati e che,..” fino ad oggi ha riguardato 13 mila scuole su 42 mila. I soldi ci sono e non sono mai stati così tanti negli ultimi vent’ anni.” denuncia. Al ministro fa eco Laura Galimberti, coordinatrice della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi, che precisa i dati: la cifra spendibile per il 2014-2015 era di 2,2 miliardi, ma la cifra spesa è stata pari a 984,6 milioni. Rispetto all’investimento totale sui tre anni (7,4 miliardi, appunto) ha rappresentato solo il 13,3 per cento.
Subito la segretaria generale della Cisl scuola, ha chiosato: «Non basta stanziare risorse, bisogna utilizzarle al meglio. Cosa che evidentemente non sta accadendo. La macchina burocratica si dimostra sempre più vulnerabile e inefficiente». Già, chissà perché? Dovremmo, forse, chiederci senza ipocrisie e difese corporative del perché nel nostro paese la palude ci avvolge e a volte ci sommerge, forse sarebbe il caso di aprire una seria autocritica esaminando quanto le garanzie individuali, a volte esasperate, a volte carenti, frustrano le garanzie collettive, da sempre marginalizzate. Ma questo è un altro discorso.
Quindi, i soldi ci sono ma si spendono poco. Perché? questa è la vera domanda; così si scopre che questo nostro bel Paese è pasticcione; oltre ai ladri, ci sono gli inefficienti, gli incompetenti, i distratti e i chiacchieroni (cioè quelli che dicono peste e corna di tutti salvo poi scoprire che proprio gran parte di loro sono tra gli attori assenti in questo film dell’orrore in cui i protagonisti, si pensa, siano sempre gli altri). Perché si sa, parlare è lo sport nazionale e siamo tutti sportivi, mentre il fare (nel proprio posto di lavoro) quanto dovuto è una categoria poco praticata dai “giocatori”.
Ma anche questo è un altro discorso e torniamo a vedere cosa accade in Sicilia.
Delle potenziali disponibilità sono stati spesi poco più di un quarantesimo dei fondi. Per un’isola che conta circa un decimo degli studenti italiani, la nostra è fra le regioni che ha speso meno per gli interventi sull’edilizia scolastica già finanziati dal governo Renzi: quindi, non effetto di una disattenzione romana ma risultato delle lentezze burocratiche locali. Lentezze legate anche alla fase di stallo in cui da tre anni vivono le Province, non ancora approdate ai Liberi consorzi. Dalla Sicilia (intesa come insieme di province e comuni) sono arrivati a Roma, e sono stati finanziati, solo 175 progetti per un totale di 106 milioni: peggio di noi fanno solo le regioni molto meno popolose, mentre ad esempio la Calabria (non certo una regione virtuosa), che nel 2015 aveva un terzo degli studenti siciliani, ha presentato 339 progetti e ha ottenuto 209 milioni.
L’origine dell’intoppo sta, appunto, nelle Province e nei Comuni che sono quelli che hanno gran parte delle competenze sull’edilizia scolastica. Così, di fatto, si è arrivati alla stasi: a parte il Messinese (50 progetti), il Palermitano (40) e l’Agrigentino (24), tutte le altre Province hanno presentato meno di 20 progetti ciascuno. Per avere un termine di paragone, basti pensare che solo Cagliari e i suoi dintorni hanno avviato 258 cantieri; più di tutta la Sicilia .A Siracusa, a testimonianza della nostra “efficienza”, si è avuto il clamoroso caso dell’istituto per geometri Juvara, dove per bypassare la burocrazia, dopo il cedimento di marzo, i lavori sono stati finanziati da un ex allievo. La Sicilia si conferma terra di paradossi e di singolarità.
Il paradosso di tutta la storia è rappresentato dal fatto che ultimamente la Regione prova a darsi una smossa. Accade che la stessa politica che non è riuscita a sbloccare le Province ha finanziato con fondi propri l’edilizia scolastica, l’anno scorso, con 80 milioni per 129 interventi, che saranno altri 130 quest’anno, e ha già previsto ulteriori 70 milioni di investimenti per il 2017, a cui si aggiungeranno altri 170 di provenienza comunitaria. Il paradosso si accresce se consideriamo che nel 2016 sono stati finanziati 55 progetti rimasti fuori l’anno prima e per il 2017 sono già in lista d’attesa altre 75 scuole. Nonostante il totale degli interventi finanziati dall’assessorato regionale alla pubblica istruzione guidato dal siracusano Bruno Marziano sia di tutto rispetto: 450 milioni in tre anni, molto di più dei fondi arrivati dal governo Renzi, restiamo indietro. Eppure, il governo nazionale per la voce edilizia scolastica, a partire dal 2015, ha già sbloccato in totale quasi 3,7 miliardi, soldi che la Sicilia della grande paralisi riesce a stento ad attirare nell’Isola per mera assenza di progetti (i grandi assenti sono proprio i comuni e le ex province).
In questo contesto Augusta dà il suo piccolo contributo per assenza di progetti. Eppure le necessità sono evidenti: l’Aula Magna della cittadella resta al palo, come pure la palestra e gli scheletri abbandonati dietro l’istituto Costa arrostiscono al sole in attesa di un crollo e le necessità dell’Orso Mario Corbino, dilaniato in più plessi, stanno li ad aspettare progetti, proposte e soprattutto interventi.

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