Il depuratore consortile è diventato nel tempo il luogo di un compromesso deteriore tra partners pubblici e privati
La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016
Il dibattito scaturito dalle scelte assunte in sede regionale in ordine agli assetti gestionali dell’IAS può rappresentare una preziosa opportunità per affrontare una volta per tutte il problema degli strumenti più idonei per condurre a buon fine la necessaria opera di bonifica della zona industriale o finire risucchiato miserevolmente tra le pieghe di polemiche di basso profilo politico.
Per evitare di incorrere in questo rischio, occorre operare una disamina approfondita ed obiettiva circa il ruolo che l’IAS ha avuto nel corso di quasi 30 anni di esercizio, della sua concreta incidenza sull’attività di riduzione dell’impatto inquinante dei reflui industriali, dell’efficacia dei suoi interventi e più in generale sui costi – benefici che ne sono derivati per la collettività.
Come è noto, l’entrata in funzione, nel 1984, del depuratore biologico consortile, realizzato dalla Cassa del Mezzogiorno e ceduto poi alla Regione, ha indubbiamente prodotto alcuni vantaggi immediati: ha infatti razionalizzato l’attività di trattamento dei reflui del polo chimico, fornendo un prezioso strumento agli industriali per non rimanere impigliati nelle rigorose indagini condotte dalla Pretura di Augusta.
Anche la scelta originaria della gestione comune pubblico–privata rispondeva ad una comprensibile ragione di politica industriale: coinvolgere nell’attività di risanamento soggetti a vario titolo interessati al problema.
Con il passare del tempo, però, gli impegni formalmente assunti hanno rapidamente ceduto il passo a scelte nettamente in contrasto con le finalità sbandierate e le ragioni istitutive della società di gestione.
L’IAS è diventata il luogo di un compromesso deteriore tra partners pubblici e privati, con il quale ciascuna delle parti rinunciava al corretto esercizio delle proprie prerogative pur di garantire un assetto compatibile con gli interessi clientelari della politica e quelli patrimoniali industriali. Il risultato di questo nefasto intreccio è stato plasticamente rappresentato, sino a pochi anni fa, da un pletorico consiglio di amministrazione, e a tutt’oggi da un organico sovradimensionato, da discutibili scelte tecniche, da decisioni amministrative non convincenti e, conseguentemente e necessariamente, da un impianto ridotto al limite del suo funzionamento.
Occorre avere il coraggio di ammettere che la politica ha fallito, creando l’ennesimo carrozzone pubblico sul quale non a caso periodicamente si scatenano gli appetiti famelici dei politicanti nostrani.
Mancato l’obiettivo di un intervento risolutore sul terreno del disinquinamento, mancato l’obiettivo di realizzare una ottimizzazione del ciclo delle risorse idriche con il riutilizzo delle acque depurate dall’impianto di Siracusa, nulla è stato fatto per consentire il conferimento dei reflui tramite autobotte (dalle piccole e medie imprese) e lo smaltimento del percolato proveniente dalle discariche dei vari comuni, costretti così a sobbarcarsi oneri esosi per conferirli in impianti oltre regione, mai realizzata la copertura delle vasche dell’impianto al fine di minimizzare l’esalazione di sostanze maleodoranti.
La realizzazione del progetto di ottimizzazione delle risorse idriche, scorporo, trattamento e ripristino di acque dolci con il sistema dell’osmosi inversa, avrebbe consentito la separazione delle acque industriali dai reflui urbani provenienti dai comuni di Priolo e Melilli, recuperabili, e il loro riutilizzo nei cicli industriali. In poche parole il trattamento finale ad opera di questa struttura avrebbe prodotto acqua di qualità uguale a quella prelevata dai pozzi trivellati.
Ebbene quelle opere furono realizzate, ultimate nel 2003, collaudate e rimaste inutilizzate.
La stessa procedura adottata per lo smaltimento dei fanghi residuati dal processo di depurazione, sulla spinta e con il pretesto di discutibili indagini giudiziarie, vantata come fosse la “madre di tutte le bonifiche”, è stato il più grande business della storia industriale degli ultimi anni.
Un appalto da 64 milioni di euro alla ricerca di un sito autorizzato in grado di accogliere rifiuti classificati per decenni da vari laboratori ufficiali come non tossici e nocivi, cioè non pericolosi, e improvvisamente ed incomprensibilmente divenuti “cautelativamente pericolosi”! Altre soluzioni, sicuramente con costi di gran lunga assai inferiore, erano possibili, ma forse proprio per questo non furono mai prese in considerazione.
La politica deve, a questo punto, fare necessariamente un passo indietro, lasciare ai privati la responsabilità piena degli oneri gestionali, in cambio di un congruo corrispettivo in favore delle comunità locali e di precisi impegni in materia di interventi di risanamento del territorio.
Il controllo pubblico? Non c’è stato per decenni, come si evince da quanto detto, con la presenza maggioritaria negli organi gestionali di esponenti designati dalla politica, e non si comprende perché dovrebbe essere assicurato in un prossimo futuro.
Bastano gli strumenti previsti dalla legge, a cominciare dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA), all’attività della quale, nella persona di alcuni suoi indimenticabili e insostituibili professionisti (a cominciare dal dr. Angelo Stoli), si deve se la gestione politico – industriale in materia ambientale non ha provocato guasti irreparabili.

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