“Non abbiamo nemmeno i soldi per il panino a scuola”

Nel Bronx di Siracusa, via Italia 103. “Lo so cosa vuol dire non poter mandare i bambini a studiare. Siamo così poveri che se mi dicono di portare la roba, l’unica cosa che chiedo è a chi debbo consegnare il pacchetto”

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Mao Mao, Bronx, ed altre poco simpatiche denominazioni per uno dei quartieri più a rischio della città.

Una cittadina provinciale, Siracusa, che assume per certi aspetti un carattere metropolitano. Il disagio sociale e civile di quartieri popolari come appunto quello di Via Italia, 103. Una concentrazione di disoccupazione tra le percentuali più alte della provincia, evasione scolastica e lavoro minorile. Il dato più eclatante è lo spaccio di droga.

Incontriamo una famiglia disposta a raccontarci le proprie vicissitudini. Per ovvi motivi li chiameremo Marco e Chiara. Hanno tre bambini, dieci otto e tre anni. Marco ha un vissuto difficile. Comunità alloggio per minori e poi il carcere. Lei nei due anni in cui lui è rimasto senza lavoro, tra la detenzione in carcere e gli arresti domiciliari, ha fatto lavoretti qua e là come domestica. Poiché non abbiamo vissuto i loro drammi, ci limitiamo a riportare le loro dichiarazioni sul concetto di giustizia ed onestà.

Chiara: ‟Lei sa cosa vuol dire non poter mandare i bambini a scuola perché non abbiamo i soldi per il panino? Tutti i giorni fanno la merenda in classe e io non posso dare un panino ad ogni bambino.

Cosi devo tenerli in casa. Con i due euro del panino riesco a comprare tre chili di pasta. Lei sa cosa si prova a sentire lamentare un bambino perché ha fame e non avere un solo centesimo per dargli un tozzo di pane?” A questo punto si porta l’indice alla tempia, “ Si diventa pazzi!”, aggiunge.

“Più volte faccio il giro delle chiese, i parroci spesso mi allargano le braccia; siete in tanti, non riusciamo ad aiutarvi tutti!”

“Se mi dicono di portare qualche mezzo chilo di quella roba, l’unica cosa che chiedo è semplicemente a chi devo consegnare il pacchetto. Non mi interessa altro”, continua mentre io ad occhi bassi l’ascolto senza riuscire a guardarla negli occhi. ‟Sono andata più volte all’assessorato che c’è dietro casa mia. Le solite risposte alla nostra disperazione. Il comune non ha i soldi per i contributi alle famiglie povere. Dopo il carcere mio marito non è riuscito a trovare un solo lavoro. I nostri genitori sono più poveri di noi. Ma come si può vivere in questo modo?”

Intanto affacciati alla finestra vediamo il via vai di gente su e giù per i tanti portoni che affacciano sull’immenso spazio cui prospettano tutte le palazzine. Democraticamente lo spaccio è ben distribuito. In ogni palazzina un solo spacciatore. Tra i tanti “clienti”, molti di colore. Segno dei tempi globalizzati.

Non vogliamo fare sociologia di bassa lega, ma un’amministrazione attenta ai bisogni della povera gente potrebbe trasferire i fondi sciupati nei premi a pioggia ai propri impiegati in capitoli di spesa dedicati alle famiglie. 

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