I banchieri teutonici pensano a se stessi, non agli Stati

Secondo Weidmann (Bundesbanck), i Paesi indebitati oltre il 90% del loro PIL possono fallire e il sistema bancario fa bene a premunirsi dal rischio di insolvenza rispetto al debito sovrano

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è venuto recentemente a Roma per puntare il dito contro l’Italia e per attaccare Draghi e l’attuale politica della BCE. Un attacco spavaldo in casa altrui. E Draghi ha risposto per le rime: con una intervista rilasciata alla teutonica “Bild”, in cui ha ribadito l’autonomia della Banca centrale europea dagli interessi dei singoli Stati. Sostiene Draghi che “Non c’è davvero nessuno al mondo che sia interessato al fatto che sono italiano, a parte i media tedeschi”. Ed aggiunge che, se al posto suo ci fosse un presidente tedesco, la linea della BCE sarebbe “esattamente la stessa” poiché essa “obbedisce alle norme, non ai politici”.

Già, ma a quali norme?A quelle che i poteri bancari hanno già stabilito e minacciano di perfezionare a detrimento degli interessi degli Stati? E poi noi non siamo così sicuri che, se a guidare la BCE fosse un tedesco, la rotta sarebbe la stessa tracciata da Draghi e non condivisa dai tedeschi. Il Mariotto guardiano dell’eurotorre sta mostrando di avere carattere e non si tira indietro di fronte ad una eventuale richiesta di audizione da parte del parlamento tedesco, anzi si dice pronto ad accettare “con piacere” un tale confronto. Ma se al suo posto ci fosse Weidmann?

Ma quali sono i motivi di tensione? Weidmann non perde occasione di evidenziare la debolezza dell’Italia a causa del suo elevato debito pubblico e rilancia la proposta, cara ai tedeschi, di porre un tetto ai titoli di Stato in pancia alle banche. Il falco teutonico sostiene che occorrerebbe por fine a quello che, a suo avviso (e a parere di Schäuble ), sarebbe un trattamento di favore nei confronti dei titoli del debito pubblico, che sino ad oggi sono considerati a rischio zero (risk-free), tanto che ciò invoglia le banche a detenerne quantità consistenti, senza doverli supportare o garantire con capitale proprio.

Adesso però, poiché il debito pubblico è salito al di sopra del 91% del PIL dell’eurozona (e quello italiano addirittura al 132%), per Weidmann bisogna porre un limite alle esposizioni delle banche verso il debito di ciascun singolo paese, come si fa (?) per qualsiasi altro debito. In altri termini, il numero uno della Bundesbank (nonché membro del Consiglio Direttivo della BCE, che in futuro potrebbe occupare il posto di Draghi) ci sta dicendo che gli Stati indebitati oltre il 90% del loro PIL possono fallire e che il sistema bancario fa bene a premunirsi dal rischio di insolvenza rispetto al debito sovrano. Diciamolo in modo più brutale: per il banchiere teutonico i titoli del debito pubblico posseduti dagli istituti bancari sono da considerare come crediti difficilmente esigibili, cioè come sofferenze bancarie. Per questo le banche dovrebbero alleggerirsene e possederne solo in quantità supportabili con proprio capitale. Come per qualsiasi altro debito (cosa che ci risulta non vera!). In tal modo, in caso di fallimento dello Stato che li ha emessi, le banche ci rimetterebbero solo il loro capitale, senza contagiare il danno ad altre banche collegate.

Non si può fare a meno di obiettare che il sistema bancario, a parere di Weidmann, dovrebbe usare due pesi e due misure nei confronti di privati e di Stati. Infatti non è vero che la banca eroghi credito a privati solo se il prestito risulti supportato da moneta realmente disponibile presso la banca stessa. Anzi, in base al principio della riserva frazionaria, la banca presta abitualmente moneta che non ha, comportandosi come se l’avesse, accreditandola come moneta contabile su un conto corrente, ma esigendo interessi reali. Questo comportamento a rischio (che consente alla banca di possedere realmente solo una frazione della massa monetaria che eroga) non deve essere adottato nei confronti degli Stati, che per Weidmann sono meno affidabili di creditori privati. Pessima notizia, che può innescare pericolose speculazioni e fughe dall’investimento in titoli di Stato. Ma evidentemente al sig. Weidmann della sorte degli Stati non cale un fico secco.

In secondo luogo, Weidmann dimostra di non tenere in alcuna considerazione il fatto che sia stato dimostrato frutto di errore l’assunto di Reinhart e Rogoff, secondo i quali il debito pubblico non dovrebbe superare il 90% del PIL. A nulla è valso il fatto che il ventottenne ricercatore Thomas Herndon abbia dimostrato che tale soglia di sostenibilità sia derivata da un errore materiale di imputazione dei dati. Le teste d’uovo europee non tengono conto dell’errore rivelato e per il loro fondamentalismo il dogma dell’austerità non ammette deroghe né eresie. A noi pare che Weidmann ne deduca anche il rischio concreto di fallimento per quegli stati che abbiano superato la soglia critica.

I banchieri del Nord-Europa (e in prima linea i teutonici) vogliono consolidare le banche sotto l’ombrello di una Unione Bancaria e, per far questo, intendono mollare al loro destino e al rischio di fallimento gli Stati. Siamo arrivati a un momento critico: mirano a salvare e a rafforzare l’Unione Bancaria, non curandosi di fallimenti statali che comporterebbero il naufragio dell’U. E.

Jeroen Dijsselbloem, ministro olandese e presidente dell’Eurogruppo, ha dichiarato esplicitamente: «Se vogliamo un sistema unico di garanzia dei depositi, prima devono essere ridotti i rischi bancari. Tra questi uno dei maggiori è l’alta concentrazione di debito sovrano nei bilanci di molte banche». E in effetti le grandi manovre delle banche rispetto ai titoli di Stato sono già in corso, a dimostrazione che c’è una strategia in atto, anche se non totalmente condivisa: le banche hanno utilizzato buona parte della moneta di cui vengono inondate grazie al Quantitative Easing per comprare titoli del debito pubblico e soprattutto per speculare in investimenti finanziari (piuttosto che per dare ossigeno all’economia reale). Ora vengono sollecitate a ridurre la quantità di titoli di debito pubblico che hanno in pancia, soprattutto quella relativa al debito dello Stato di appartenenza. E in effetti le banche italiane stanno riducendo l’esposizione verso i titoli di Stato domestici ed aumentando quella verso bond esteri, proprio in vista di nuove regolamentazioni che sembrano imminenti e che vengono sollecitate dalla Germania e da altri Paesi del Nord Europa: la manovra sui bond sovrani è diventata ormai una precondizione per gli ulteriori passi in direzione di una più stretta Unione Bancaria.

Schaeuble è stato esplicito: «Prima di procedere a nuove fasi di mutualizzazione, occorre ridurre i rischi bancari». Il governo tedesco e la Bundesbank sono convinti che sia necessario ridurre ulteriormente il legame tra Stati e istituti di credito. E vogliono imporre un limite all’esposizione verso un singolo Stato (pari al 25% del capitale di ciascuna banca) e il possesso di requisiti di capitale proprio a garanzia di poter sopportare (senza rischi di contagio per il sistema) un eventuale default pubblico. Che, a quanto pare, rappresenta una prospettiva realistica. Non un rischio da scongiurare: solo un danno altrui, da non far pesare sul sistema bancario! Da ambienti in cui alligna un tal modo di pensare provengono molti dei governanti che, attraverso porte girevoli, passano alla gestione della cosa pubblica. Che fiducia possiamo nutrire in essi? Nessuna!

Quanto al rischio di fallimento degli Stati, alla riduzione del debito indebito e alla necessità di contenere lo strapotere di coloro che li indebitano, prestando loro ad interesse la moneta che ha valore solo grazie alla legge degli Stati, occorre trovare presto delle contromisure. Drastiche! Ma il governo etrusco di Renzi &company appare inadeguato. E non si vede all’orizzonte alcun esercito della salvezza.

 

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