…Operai scaricavano dal gasogeno gli scarti di cenere e catrame

Portati via in vagoncini su piccole rotaie da trainare a mano. Erano anni in cui molti lavoratori percorrevano decine di chilometri a piedi per andare e tornare dalla fabbrica

 

La Civetta di Minerva, 1 aprile 2016

quinta puntata

Questa volta riavvolgiamo il nastro della mia vita e torniamo un po’ indietro. Sarà strano, ma la mia vita è stata sempre strettamente legata all’industria chimica da più generazioni. Infatti, mio nonno viveva in una casa vicino alla raffineria Mobil Oil di Napoli dove peraltro lavorava. Mio padre entrò anch’egli in fabbrica alla Montecatini ed io nacqui in un quartiere vicino a quella zona industriale.

Negli anni ’50 i lavoratori dovevano sottostare a ciò che era deciso dalla direzione di fabbrica, una scelta opposta rappresentava la disoccupazione nera, perché a quell’epoca non erano ancora usuali gli ammortizzatori sociali e nel dopoguerra era difficile “campare”. Fu così che quando a mio padre posero certe condizioni non poté rifiutare. Difatti, dovette andare a Porto Marghera per conoscere un impianto simile a quello che la Montecatini stava costruendo a Priolo nella fabbrica chiamata Augusta Petrolchimica vicino alla nascente e più grande Sincat. Ritornò dopo parecchi mesi per poi scendere a Priolo a prendervi servizio.

Era l’unica possibilità poiché la fabbrica di Napoli chiudeva. Fu questo il motivo, forzato, che portò tutta la famiglia giù. Loro avevano bisogno di tecnici, perciò ricevette un avanzamento di qualifica in un posto sicuro, anche se lontano da Napoli. Ricordo quando giunsi a Siracusa nel 1960, in questa terra tanta sconosciuta e assolata. Ero ancora un ragazzino, a quell’età si fanno tanti bei sogni, ma questi svanirono quando capii che la situazione non era così felice come l’avevo immaginata.

Avevo intravisto nelle mie fantasie una Siracusa come un nuovo mondo, una specie di eldorado. Invece, con le sue responsabilità di capo turno, mio padre non era mai in casa, perché a quell’epoca gli straordinari erano all’ordine del giorno e noi, ancora senza telefono, aspettavamo l’ora di un suo possibile rientro con ansia, però in molti casi si presentava all’uscio un autista dell’azienda per avvertire che per altre otto ore non l’avremmo visto. E ciò avveniva anche per le festività di Natale, Capodanno, Pasqua.

Era una situazione che a me aumentava quella nostalgia struggente tipicamente napoletana. Ciò si acuiva perché, a quei tempi, intervenivano altri ostacoli; ad esempio, la maggioranza della gente parlava in siciliano, lingua che non capivamo. Non avevo amici tranne i compagni di scuola, che vedevo solo nell’orario scolastico, perché mia madre non mi faceva uscire di là dall’andare a scuola. C’erano quei mastodontici cavalli da tiro che circolavano trainando i famosi carretti siciliani e altro ancora che creava un mondo così diverso e distante. M’impressionò vedere tanti portoni e usci di case listati a lutto. Pensavo a un’avvenuta ecatombe. Già alle diciannove l’intera città diventava deserta, quasi nessuna auto circolava.

Tutt’altra cosa rispetto a una città come Napoli. Invece di giorno c’era tanto fermento per i lavori di costruzione di palazzi, che continuarono per anni, lasciando nei quartieri che sorgevano nuove vie senza spazi per i marciapiedi. Così molte di queste strade furono chiamate viali, anche se di alberi non c’era ombra.

Mi è sempre piaciuta la storia, era questo il motivo che mi spingeva a chiedere a mio padre racconti delle situazioni di lavoro specie quelle di anni addietro, sapendo che anche mio nonno vi aveva lavorato. Lui, quando non era troppo stanco, accettava. E mi parlava del lavoro in turno dell’operaio addetto al quadro. Tutt’altra cosa dall’odierno quadrista in un reparto petrolchimico, che in una sala piena di bottoni, luci, ecc. può lavorare anche senza tuta. Invece quell’operaio posto in una stanzetta aveva davanti a sé un contaminuti e due valvole on/off, che funzionavano a pressione d’acqua, poste una a destra l’altra a sinistra. Per tutto l’orario di lavoro egli doveva, ogni tot minuti, agire con forza sulle valvole chiudendone una e aprendone l’altra per far sì che da un gasogeno si potesse ottenere un gas incombusto, l’ossido di carbonio. Se aveva bisogno d’allontanarsi doveva chiedere il permesso e aspettare che un altro operaio occupasse il suo posto.

E quel posto era di qualità superiore rispetto alla maggior parte degli operai i quali svolgevano pesanti lavori di manovalanza. Infatti, avevano il compito di scaricare gli scarti dal gasogeno per portarli via. Questi scarti erano composti di cenere e catrame e venivano svuotati in vagoncini su piccole rotaie da trainare a mano. Alla fine della giornata questi lavoratori si trovavano così pieni di “nerofumo” che non andava via facilmente, ma occorreva lavarsi “energeticamente” più volte.

Oggi si sa che questa sostanza è probabilmente cancerogena e la sua esposizione anche a breve in alte concentrazioni causa disagio al tratto respiratorio. Allora chi badava a ciò? Mio padre continuando nei suoi racconti ricordava: ‟Tutti quei lavoratori ogni mattina dovevano percorrere decine di chilometri a piedi per andare e tornare dal lavoro. E ancora nessuno protestava per la presenza, accanto alla sala quadro, sempre occupata da lavoratori, di un compressore ossigeno con il suo rumore e la sua pericolositàˮ. E mio padre ancora oggi termina: ‟Quante persone che ho conosciuto sono morteˮ!

Ritornando ai miei pensieri da ragazzo di quegli anni ’60, ricordo che allora la direzione manifestava molto paternalismo. Infatti, quando venivano le feste natalizie era lo stesso direttore che invitava le famiglie nella mensa aziendale, apriva un rinfresco, e chiamava personalmente ognuno di noi per darci un regalo. Né posso dimenticare le mie pagelle di fine anno, erano portate da mio padre, con orgoglio, in direzione ed essendo io sempre promosso, ricevevo oltre ai complimenti della direzione un premio in denaro.

In quei primi tempi, era normale riunirsi tutti insieme, tecnici e dirigenti, con le famiglie fuori dalla fabbrica, ci si sentiva ancora troppo estranei all’ambiente in cui si era capitati. Erano gli anni del boom economico e, nonostante i sacrifici e la lontananza da Napoli, tutto sorrideva a tutti specialmente in questa terra che sembrava baciata da un grande miracolo industriale.

 

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