Quando gli operai facevano il “cavallitto” per guadagnare di più

Sognando, un giorno, di diventare impiegati svolgevano turni massacranti. Tantissimi erano entrati in fabbrica per raccomandazione, spesso senza titoli di studio, gelosi del privilegio di operare nell’industria e timorosi di essere soppiantati

 

quarta puntata

La classe operaia negli anni Sessanta risultò disgregata, aveva molta difficoltà a unirsi tranne che per motivi salarialistici e durante i rinnovi contrattuali nazionali.

Fra quei lavoratori era normale sentire questi discorsi: ‟Mia moglie mi chiede spesso di fare il possibile per non rimanere fermo nella mia qualificaˮ. C’era il desiderio di salire di grado e portare così più soldi a casa, ma soprattutto ci si voleva vantare di avere il marito non più semplice operaio della Sincat, ma “impiegato”. ‟È una parola che m’inorgoglisce – mi diceva un dipendente – perché ho solo la 5° elementare presa di malavogliaˮ.

Per questo motivo molti non si tiravano indietro davanti a qualsiasi richiesta, affrontando sia turni che straordinari impossibili. C’era il “cavallitto” chiamato così perché al termine del turno di notte con uscita alle 6 si doveva riprendere il turno alle 14 saltando ore di riposo non pagato. C’era il raddoppio del turno, partendo da quello notturno (dalle 22 fino alle 14 del giorno seguente). Tutto questo faceva sì che si arrivasse esausti a casa, ma gli occupati si dicevano: “Se non ora, che si è ancora giovani, quando farloˮ?

Nessuno potrà capire quanto è stressante questo ritmo innaturale di vita se non si vive concretamente. Le loro motivazioni erano sempre riposte sulla famiglia: ‟Faccio così perché mia moglie e i miei figli possano permettersi d’avere tanto senza limitarsi. Loro non dovranno condividere i miei sacrifici. E in molti c’era l’idea del futuro riscatto attraverso i figli: ‟Vedo già mio figlio ingegnere, che entra in fabbrica con la sua auto senza timbrare cartelliniˮ. Quanto si sbagliavano!

Non va dimenticato che buona parte dei lavoratori aveva ricevuto il posto per via clientelare, per cui si trovava legata facilmente a interessi particolari e a questi tendeva a rivolgersi per problemi interni (trasferimenti, premi, qualifiche, ecc.). Ciononostante, la vita di fabbrica aveva creato anche gruppi coscienti sempre più numerosi, specie nei tempi in cui queste posizioni privilegiate furono toccate, ferite e umiliate da marginalità prima e con espulsioni dopo.

L’azienda, nel corso degli anni, cambiò nome, divenne Montedison con la fusione fra la Montecatini e la Edison proprietaria della Sincat. E avvenne con più evidenza lo scontro generazionale fra i vecchi lavoratori Sincat e la nuova generazione di tecnici. Molti dei primi avevano i figli ancora piccoli e vivevano l’entrata dei giovani diplomati con irritazione. In certi vecchi impianti dove tutto (persone, mentalità, modo di lavorare) era rimasto fermo per tanto tempo, c’erano ripicche, gelosie, ci si guardava con sospetto.

Io ero entrato, con entusiasmo, da poco, giovane perito chimico industriale. L’azienda ci poneva per un periodo di pochi mesi in formazione con una squadra in turno per poi assegnarci dei posti di comando. In quel periodo, parliamo della fine degli anni Settanta, l’azienda era sguarnita di periti industriali e ne aveva assunto una cinquantina per rimediare alla scarsa sicurezza e alla migliore conduzione negli impianti e nei servizi.

Dapprima non lo capii, ma intorno a me nella squadra si erano formati due fronti. Non essendo nessuno dei capiturno diplomati, essi avevano un po’ di timore nel parlarmi e mi davano del lei. Uno di loro mi propose: ‟Perché lei non si licenzia e lascia il posto a un altro giovane ma sposatoˮ? Un altro: ‟Dicono che lei già si vanta di conoscere l’impianto criticando noi praticoniˮ. C’era anche il gruppo che prendeva le mie difese schernendoli per la loro paura e incompetenza riconosciuta.

La mia intrusione nella squadra aveva rotto un equilibrio, perché non ero un semplice lavoratore, ma un tecnico che li poteva mettere in ridicolo. Notai che molti lavoravano da anni compiendo operazioni senza capire cosa fossero.

Feci una scoperta impressionante: persino il capo reparto custodiva in un quaderno gelosamente conservato nella sua scrivania le varie operazioni da fare in caso di fermata, avvio o altro nell’impianto. Erano guai se l’avesse perso o fatto vedere ad altri. Armatosi di coraggio e lontano da altri un lavoratore addetto al quadro strumenti, mi chiese spiegazioni sul perché di alcune manovre che eseguiva e cosa avveniva chimicamente. Capii che andava avanti a occhi chiusi nel suo lavoro al quadro e, quando scattavano allarmi, si muoveva da marionetta tremante.

Infine mi misero in situazioni ai limiti della sicurezza. Fu quando una sera giunto per il turno di notte mi diedero in consegna i compressori ossigeno. Mi trovai davanti a una situazione inaccettabile. Quali manovre fare, valvole da azionare, ecc. specialmente in caso d’emergenza su macchine che sapevo potenzialmente pericolose e in un turno di notte? Protestai con quel praticone di capo turno dicendogli che potevo solo andare a controllare le temperature dei vari stadi delle grandi macchine ogni due ore come da programma, ma non sarei rimasto lì. Si difese dicendomi che obbediva a ordini ricevuti.

Qualche settimana dopo, a impianto fermo per manutenzione programmata, mi trovai nuovamente in un turno di notte. A guidare la squadra era un praticone, appena fatto capo, che con boria mi chiese di andare a chiudere delle grandi valvole. Ero, oramai, esasperato del trattamento continuo che ricevevo. Gli risposi, che per lui, avrei compiuto solo due operazioni in tutto il turno. Non capì il mio risentimento. Cosi quando venne per la terza richiesta, rimasi fermo. Mi minacciò e mi fece rapporto. Quando la squadra fu di 1° turno ed era presente il capo reparto, assistetti alla scena del praticone che andava dietro al capo reparto per sapere del suo rapporto e cosa avesse deciso, ma l’altro più furbo, conoscendo le situazioni di non sicurezza e non consone alla mia formazione in cui ero stato posto e con me che osservavo la scena, già pensava alle conseguenze da parte della direzione. Per questo gli disse in tono fermo: ‟Mi stai seccando, ho tanto da lavorare e non posso guardare i tuoi rapporti. È meglio che tu torni al lavoroˮ.

Il neo capo oltre a essere un praticone era anche di difficile comprendonio. Infatti, ritornò alla squadra sconfortato dicendo che non capiva il perché non si desse importanza ai suoi rapporti. Ancora rimaneva convinto che c’era stata una grave e pericolosa insubordinazione, anche se avvenuta a impianto fermo.

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