Camminavamo in poltiglie di mercaptani. Immerso nel lezzo dei veleni della fabbrica mi affacciai a una finestra. Ma il caposquadra: “Torna al tuo posto – mi disse – devi respirare l’aria che c’è qui”
seconda puntata
Alle informazioni sui prodotti e sulla loro nocività il comportamento della maggioranza era di tacere. Si capiva e si percepiva sempre più il problema dell’inquinamento. C’era quello dell’aria a volte irrespirabile, delle acque, che scorrevano nei grandi canali di scolo cambiando colore, portando a volte schiuma esalante cattivi odori e a volte la visione di pesci morti che galleggiavano nelle vicine acque marine. C’era l’inquinamento del terreno che visibilmente in certi punti cambiava colore e dove se, malauguratamente, si pestava una zolla di terra ritirandoci la scarpa appiccicosa e puzzolente si intendeva di essere capitato in una zona di bitume o di mercaptani (derivati della lavorazione del petrolio dall’intenso odore sgradevole).
Ma non finiva lì, perché quell’intenso odore ti rimaneva attaccato alle suole delle scarpe. Non restava che buttarle! Nonostante tutto, questa situazione si poneva in contrasto con la forte esigenza di mantenere quel posto di lavoro, un posto di tutto rispetto che rientrava nella cosiddetta “aristocrazia operaia”. Si sapeva che fuori c’era la precarietà, c’erano altri possibili lavori, ma con paghe più basse e, cosa davvero importante, non si rimaneva in prima fila legati a quel progresso, che si dichiarava inarrestabile, fonte di tanto benessere cui bisognava tendere.
Mi accadde una notte: ero al mio posto di lavoro nel turno notturno (dalle 22 alle 6 del mattino seguente) e avevo, come tante altre volte, quella cappa di polvere, odori, che permeava tutto e tutti. Quella notte era particolare, questo peso me lo sentivo insopportabile. Io non riuscivo a respirare per tutta quella polvere e fra i gas sentivo, molto forte, l’odore penetrante e pungente dell’ammoniaca, che rendeva l’ambiente invivibile. Ero nell’impianto CX6, chiuso in un’enorme struttura. Era chiamato la fossa dei leoni, poiché quell’ambiente era bestiale: si conviveva con una circolazione continua di acidi inorganici come il nitrico, il solforico, il fosforico e tracce di fluoridrico, oltre a zaffate d’ammoniaca, e nell’aria aleggiavano fibre d’amianto che era usato su valvolame e altre apparecchiature (non era ancora stato dichiarato fuori legge).
Inoltre, nella principale materia prima, la fosforite, vi erano tracce d’uranio impoverito. E a fine circuito di lavorazione il fertilizzante, quale prodotto finito, per non ottenere il suo impaccarsi (era altamente igroscopico), passando su un nastro trasportatore era ricoperto da una sottile polvere di antimpaccante che – si seppe poi – era cancerogena.
Non resistetti più e mi avvicinai al muro della costruzione, che conteneva l’intero impianto, c’erano delle vetrate divise in tanti vetri piccoli, alcuni dei quali erano rotti, volevo respirare un altro tipo d’aria, che proveniva dal mare lì vicino. E sentii quanto era stupenda, pulita e fresca quell’aria, che mi entrava nei polmoni con un po’ di luna che intravvedevo da quello spazio ristretto. Ma fra i frastuoni dell’impianto riuscivo a percepire la risacca del mare. Il respirare a pieni polmoni un’altra aria mi rendeva più contento. Ma, pochi minuti dopo, udii dei passi, erano quelli del capo turno che con voce dura mi chiese cosa facessi lì e, senza aspettare risposta, mi ordinò di ritornare al lavoro dicendomi che il mio posto era dove era stato fissato e dovevo abituarmi a respirare l’aria del mio posto di lavoro.
Le istituzioni educative, assistenziali, partitiche, i mass media, contribuivano a sostenere quella posizione industriale. Il processo di proletarizzazione si compì rapidamente, definitivamente e irreversibilmente al momento della nascita delle organizzazioni sindacali che conclusero il processo avviato dall’industrialismo calato dall’alto. Esso aveva preparato un terreno alla nuova ed emergente cultura apparsa dalle macerie di quella contadina. Ma il proletariato si alimentava essenzialmente con elementi apportati e creati dalla borghesia e dall’industria nascente come il materialismo e l’anticlericalismo. Con ciò si segnava profondamente il distacco politico, culturale e sociale fra la classe operaia “civilizzata” e il contadiname.
Non era raro individuare un cambio d’atteggiamento dei nuovi lavoratori verso la chiesa. Se la domenica prima il nuovo operaio marito aveva accompagnato la moglie a messa, ora tutto questo gli sembrava un fare antico, retrogrado e ricalcando il modo di fare dei tecnici, visti come superiori non solo per competenze tecniche specifiche ma anche per le loro vedute più vaste, non provinciali, loro si liberi nei loro atteggiamenti nel professare apertamente l’anticlericalismo. E da quel momento il forgiato nuovo lavoratore si rifiutava di assecondare una pratica di culto oramai senza alcun senso, perché oramai era un’altra la nuova religione che bisognava seguire e praticare.
A riguardo era avvenuto anche un episodio da tanti ancora ricordato.
Accadde che all’inizio della costruzione della Sincat furono espropriate grandi parti di territorio rispetto alla costruzione degli impianti programmati per l’insediamento. Ciò era dovuto non solo a una possibile successiva espansione, ma perché l’esproprio era conveniente per i bassi costi. E arrivò l’occasione dell’esproprio perfino di un’azienda agricola gestita dall’imprenditore Liggieri. L’azienda era stata pure premiata dal Ministero dell’Agricoltura. Mentre avveniva il lavoro di spianamento, la moglie del Liggieri si pose davanti alle ruspe. Questo comportamento fu da tutti visto come quello di chi voleva impedire il “nuovo progresso”. Molti pensarono al ritorno delle “streghe”. Si pensò che quella donna, perché di origini nobili, era legata ai suoi vecchi schemi e voleva che il tempo rimanesse fermo, non capiva la bellezza, la grandiosità del nuovo “benessere” che andava sorgendo, ma lei urlava che non si sarebbe mossa da lì per fermare quello scempio. Dovettero forzatamente prenderla e portarla via, perché oramai quel “Progresso” era inarrestabile e quel territorio non avrebbe più visto piante premiate.

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