In Sincat, sorgevano tante colonne, allora simboli “fallici”, divenuti ora simboli “fallaci”

Lavoravamo immersi nei veleni, ma fuori dalla fabbrica c’era la precarietà, paghe più basse e poi la paura di essere tagliati fuori da quel progresso che si diceva inarrestabile e fonte di benessere

 

prima puntata

Nell’entrare dalla portineria sud del sito ex Sincat, poi Montedison, poi Agrimont, poi Enimont, poi Eni, poi chi sa cosa sarà o se chiuderà, ci accoglie un qualcosa di passato, antico. È la visita a un’area d’archeologia industriale posta lì per far pensare a quell’immaginario collettivo di tempi, che sembrano tanto lontani, ma che iniziarono appena negli anni ‘50 continuando a crescere in maniera esponenziale fino alla metà degli anni ‘70 per poi da lì scemare sempre più negli anni e diventare già quasi deserto negli anni 2000.

Una durata abbastanza breve rispetto alle grandi chimere con cui fu presentata questa potenza di rinnovamento industriale, socioeconomica, di vantato benessere. Allora fervevano i segni di questa prosperità. Il territorio era pieno d’impianti industriali, di serbatoi e depositi di varie tipologie e dimensioni. Si stagliavano su tutta la zona alti camini e colonne, simboli fallici allora, ora divenuti fallaci, un tutt’uno che incuteva paura ai nuovi arrivati. Vi erano le grandi officine meccaniche, elettriche, strumentali centralizzate e anche le decentralizzate collocate nei vari reparti, sorgevano palazzine piene di tecnici e ancora grandi magazzini alti come un palazzo di quattro piani, sale di disegnatori, con il relativo grande archivio centrale che si ampliava sempre più di migliaia di disegni in vari formati cartacei e poi quelli in digitale.

In altre palazzine vi erano il laboratorio chimico, i sistemi informativi con il loro mainframe in moto 24 ore su 24. Continuando c’erano gli spaziosi edifici che ospitavano gli spogliatoi e le docce. Tutta questa maestosità dava il senso di organizzazione e d’efficienza, dove agivano incasellati nei loro posti di lavoro migliaia di lavoratori in un formicaio che, con l’andar della notte, s’illuminava a pieno giorno rendendo il territorio costantemente visibile in quella “città di lavoro”. Dagli impianti sempre in marcia si sentivano i consueti rumori di macchine, motori, fischi di aria compressa, vapore. Era un tutt’uno che creava una musica speciale.

Una volta mio padre, avevo dieci anni, mi portò a visitare la fabbrica. Erano programmate dall’azienda delle giornate di domenica chiamate fabbrica aperta, in cui il lavoratore poteva portare la famiglia a visitare gli stabilimenti. Camminando sul marciapiede di una strada passammo davanti a un impianto e sentimmo che, a intervalli regolari di pochi minuti, da un punto vicino a una colonna dell’impianto fuoriusciva un potente rumore, che aumentava d’intensità, quasi fosse una cascata per poi andare progressivamente a diminuire. Allora chiesi a mio padre cosa fosse, mi rispose con un leggero sorriso: ‟è il rumore dei soldiˮ. Devo ammettere che rimasi affascinato per tanto tempo da quella spiegazione.

Squarci di vita intensa piena di numerosi e diversi episodi, oramai cronache passate stanno racchiusi in questi luoghi e non saranno più rivelati.

In quel periodo esisteva un ambiente rigido, da caserma e con possibili sanzioni. Io fui scoperto dal capo, mentre mangiavo un panino davanti al mio tornio nella grande officina centrale e non era un orario di pausa, mi ordinò di gettarlo, immediatamente, nel cestino e di riprendere il mio lavoro alla macchina. Negli anni che seguirono, con le battaglie in fabbrica, si uscì da questi atteggiamenti da parte dei capi e pensai che dopo quelle conquiste sarebbe stato impensabile ritornare indietro. Ma oggi non ne sono più sicuro per quello che vedo da ex lavoratore.

Per anni la maggioranza dei lavoratori non fu tenuta a conoscenza delle numerose sostanze pericolose che loro maneggiavano e dei troppi rischi per la salute. C’era da considerare che tante persone provenivano dalla campagna senza nessuna conoscenza di cosa fossero e come manovrare strumenti, apparecchiature tanto numerose, quanto varie.

Si volle vedere fra noi tecnici fino a quanto poteva durare uno scherzo che metteva alla prova l’intelligenza di un lavoratore che faceva il semplice contadino ed era entrato in fabbrica da poco proveniente dalla profonda campagna siciliana. Per lui tutto era una grande, immensa novità. Non riusciva a esprimersi in italiano per cui bastava dirgli una parola italiana leggermente fuori dal suo ristretto vocabolario per metterlo in difficoltà e ricamarci su prendendolo in giro. Un giorno decidemmo di mettere alla prova la sua mente e fu così che gli chiedemmo, con fare risoluto e in maniera piuttosto seria, di prendere un secchio e di andare al magazzino centrale per farselo riempire di corrente elettrica. Il lavoratore non fiatò e partì per il suo incarico. Dopo parecchie ore ritornò avvilito dicendoci che aveva girato tutti i magazzini, ma nessuno gli aveva potuto riempire il secchio, perché, gli rispondevano, la corrente elettrica sfusa era finita. Quasi ci pentimmo del pesante scherzo fattogli, ma non ci sentimmo di spiegargli la verità, ci sarebbe voluto troppo tempo per superare la sua ignoranza.

La forma, l’estensione e l’abitudine al lavoro salariato furono l’esito pedagogico di un’azione didattica pressante e violenta, esercitata dai capi ai vari livelli. Si doveva imparare a lavorare con il ritmo e la disciplina dell’industria, diverso dall’alternanza stagionale dei lavori agricoli e da quelli irregolari dell’artigianato. A quanti il giorno prima avevano lasciato i campi, la bottega, un altro lavoro precario, la pesca (a Siracusa erano circa 15.000 gli addetti alla pesca con la presenza della tonnara a Terrauzza e S. Panagia), persone inserite nella propria cultura di una provincia rurale, semianalfabeta, era richiesto un cambiamento radicale che passava attraverso l’approccio con colonne, macchine, strutture, organizzazione. Sarebbe poi venuto il tempo in cui avrebbero conosciuto scioperi, lotte e l’inquinamento da consumismo.

L’azione didattica iniziava dalla sirena della fabbrica, dal marcare il cartellino, al presentarsi in anticipo nei cambi turni per ricevere le consegne dal turno smontante, dall’accettare in qualsiasi momento ore di straordinario, al comportarsi con rispetto verso i superiori, al divieto di fumare tranne nei posti fumo appositamente segnalati. In questo modo s’iniziava a pensare in modo diverso. Poi lo stimolo del denaro faceva grande leva nel suscitare questi cambiamenti e ottenere questa nuova sensibilità.

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