Le soluzioni ci sarebbero, eccome! Ma tutto sta alle decisioni lì dove si puote ciò che si vuole. Messaggio in bottiglia ai parlamentari e a chi gestisce la cosa pubblica
Un lettore padovano (Gianni S.) ha chiesto spiegazioni su una frase contenuta in un messaggio divulgato dal nostro collaboratore Concetto Rossitto (di SRRS), che invitava tutti ad essere resilienti. Pubblichiamo stralci della risposta, ritenendo che possano contenere ideuzze e proposte condivisibili.
“Ciao, Gianni. Tu mi chiedi quali sarebbero, a mio avviso, le «politiche finalizzate a eliminare o a ridurre drasticamente la disoccupazione», da me auspicate. Preciso che non ho la soluzione in tasca. Sarei stolto se pensassi di possedere conoscenze e capacità ideative tali da consentirmi di offrire suggerimenti esaustivi in tal senso. Posso solo fornire un modesto numero di esempi. E lo faccio volentieri.
Ho letto da qualche parte in relazione alla crisi del ’29 che uno studioso di allora o forse il presidente degli USA avrebbe addirittura ipotizzato (come evidente soluzione paradossale) la mobilitazione di masse per l’escavazione manuale di grandi buche… solo per farle poi riempire. Tale affermazione rende l’idea della necessità di finanziare opere pubbliche quando il lavoro è una necessità, ma io non condivido che si varino opere pubbliche inutili né che si creino posti di lavoro nei servizi solo per attribuire un trattamento economico a qualcuno che si annoi dietro una scrivania. Per questo ho scritto che «non bisogna cedere allatentazione di creare posti di lavoro finto per elargire stipendi veri». Tuttavia credo che sia possibile istituire posti di lavoro vero.
Per esempio (e solo per esempio), si potrebbero dotare le scuole della figura di uno psicologo. Non necessariamente uno in ogni scuola, ma magari uno su tre scuole (con due giorni settimanali di servizio in ciascuna di esse). Da preside, ho fatto salti mortali per ottenere dalle ASL il dislocamento di una parte del servizio di qualche psicologo presso le scuole in cui mi sono trovato. Non sempre ci sono riuscito; qualche volta sì.Ritengo opportuno che una parte del lavoro dei Consultori venga svolta presso le scuole. Sistematicamente e non per gentile concessione a pressanti e motivate richieste dei presidi o dei docenti referenti per la salute. Quanti posti di lavoro verrebbero fuori? Basterà dividere per tre il numero complessivo delle scuole esistenti.
Qualcosa di simile si potrebbe realizzare anche nel privato protetto o iperprotetto: oggi, se non sbaglio, può essere autorizzata una farmacia ogni cinquemila abitanti. Autorizzata! Il concetto confligge con quello di libero mercato (di cui molti si sciacquano la bocca in continuazione). Ma non puntiamo a liberalizzare del tutto il numero delle farmacie: limitiamoci magari solo a modificare il rapporto esistente. Riduciamolo da 1/5000 ad 1/4000. Ciò comporterebbe l’istituzione o l’autorizzazione di una farmacia in più ogni ventimila abitanti. Da quattro farmacie per ventimila abitanti si passerebbe a cinque. Su sessanta milioni di abitanti si creerebbero 3.000 farmacie, ciascuna delle quali consentirebbe di dare lavoro (e reddito) a due o tre operatori almeno. Poi passiamo aglistudi notarili(iperprotetti). Poi ai tassisti(preoccupati da iniziative che stanno aggredendo in altro modo il loro piccolo spazio protetto). Poi si potrebbe stoppare la proliferazione dei grandi centri commerciali a vantaggio dei negozietti di quartiere. E si potrebbe più efficacemente combattere ogni intrusione malavitosa (e, di riflesso, ogni imposizione di un pizzo occulto) nella trafila commerciale.
E se poi si volesse consentire a tutti i medici abilitati di aprire uno studio, concedendo la possibilità di operare per la mutua, quanti ambulatori e quante opportunità di lavoro in più ci sarebbero? Forse bisognerebbe abbattere la protezione in entrata (nel recinto dei medici della mutua) e stabilire un tetto massimo di assistiti più basso rispetto all’attuale. Verrebbero penalizzati i medici massimalisti (con troppi assistiti) e si darebbero opportunità ad altri. Ma i medici affermati sono collettori di voto e la loro lobby si opporrebbe ad una misura di tal genere. Come si opporrebbero i notai, i farmacisti, ecc. Lo so, ma forse bisognerebbe tentare con coraggio di ridurre il terreno di caccia per chi sta bene a vantaggio di chi non ha possibilità di trovare facilmente lavoro a causa delle protezioni che esistono a tutela di chi è arrivato prima. E forse la cosa potrebbe incentivare i medici a lavorare con più cura rivolta ai loro assistiti (per effetto di una accresciuta concorrenza). O forse la concorrenza deve valere solo come principio da sbandierare per abbassare le pretese salariali dei lavoratori dipendenti?
Opere pubbliche: la rete ferroviaria va potenziata (anche al Sud). Non serve velocizzare il collegamento tra Messina e Villa San Giovanni in un tratto di soli 3 Km con un ponte faraonico e rischioso, se poi per arrivare da Palermo o da Agrigento o da Trapani o da Ragusa a Messina si impiegano tempi biblici, perché si lascia senza doppio binario e senza manutenzione la ferrovia vecchia di un secolo. Purtroppo si pensa solo all’inutile traforo in Val di Susa o al ponte, chimera e promessa elettorale. Non si pensa a rendere più veloce e sicura l’intera rete.
Territorio: occorrerebbero una miriade di piccoli interventi di manutenzione e di cura per elevare la sicurezza rispetto al rischio idrogeologico. Ciò coinvolgerebbe tante piccole imprese e darebbe lavoro. Lavoro vero, non inutile come quello dell’escavazione di fossati da fare poi riempire.
Sicurezza pubblica: quanti poliziotti in più occorrono? Quanti vigili urbani da sguinzagliare in giro per le città e non da collocare dietro scrivanie? Quante guardie di finanza? Quanti carabinieri? Quanti magistrati? Quanti cancellieri? Che si aspetta a colmare i posti in organico o a ridefinire gli organici? Non per gonfiare l’esercito di pubblici dipendenti, ma per rendere più effettivo il controllo della società e per accrescere la sicurezza dei cittadini e più efficiente ed equo il prelievo fiscale (snidando gli evasori con tutte le risorse umane necessarie).
Illudersi che basti abbassare le tasse per indurre tutti a pagare è una sciocchezza. Una sciocchezza che i furbi vorrebbero far bere a noi, che le tasse le paghiamo alla fonte. Non mi spiace se abbassiamo le tasse, costringendo a pagarle chi le evade. Né mi spiace se il gettito aggiuntivo (da stroncata evasione) si traduce in lavoro per altri cittadini. Machi predica che basterà abbassare le tasse per indurre tutti a pagare mi pare poco credibile. Le tasse si potranno abbassare snidando gli evasori ed anche trasferendo una parte della tassazione sulle transazioni finanziarie (Tobin tax e proposta di ATTAC). Ma in Italia si fa poco per contrastare l’evasione e la corruzione e nulla per sostenere la Tobin tax. In America degli agenti in borghese snidano i corrotti con adescamenti. In Italia questo non lo si fa. Perché?
Mattarella ha citato il dato di fonte confindustriale sulla evasione, ma forse tale dato (122 miliardi) è sottostimato. C’è chi pensa che l’evasione sia ben più consistente. Una più efficace lotta all’evasione renderebbe produttive le nuove assunzioni (collegate a nuove strategie di contrasto dell’evasione stessa e della corruzione). E se riduciamo i costi dell’evasione e della corruzione a vantaggio di uno Stato più efficiente e più giusto non è forse meglio per tutti? Credo che sia difficile negarlo, ma probabilmente le forze politiche non hanno molta intenzione di agire in questa direzione, perché non vogliono rinunciare ai voti che perderebbero. Tra corruttori ed evasori ci sono persone che hanno molto potere e che movimentano pacchetti di voti.
Per contrastare il fenomeno della delocalizzazione (che sposta altrove la produzione e sottrae lavoro agli italiani) si potrebbe ideare un modo per spostare la tassazione dal prodotto (realizzato sottocosto altrove) agli utili delle aziende che abbiano delocalizzato la produzione. E bisognerebbe colpire drasticamente l’esterovestizionedelle aziende che tendono a versare le tasse lì dove si paga di meno, magari con la complicità di qualche Junker di turno.
Non auspico uno Stato gendarme, ma uno Stato efficiente. Voglio che i vigili urbani siano in servizio effettivo sulle strade. Perché i Comuni devono appaltare a privati la gestione degli spazi di parcheggio delimitati da strisce blu? Perché si devono tollerare feudi di tal genere? Perché dei privati devono poter lucrare su spazi pubblici e sul servizio che affidano ai cosiddetti “vigilini”? Le multe devono essere fatte da vigili urbani veri, che operino per conto dei Comuni, e devono essere riscosse direttamente dai Comuni. Occorrono sindaci ed amministrazioni che sappiano gestire. Forse qualche norma di legge potrebbe spingere o sollecitare i sindaci a rendere attivo il servizio di vigilanza urbana. Ed esso non sarebbe più un costo ma una risorsa. I vigili più anziani o quelli più bravi dovrebbero essere promossi (anche stipendiariamente) al ruolo di vigili di quartiere. Non collocati a riposo dietro una scrivania! Rendo l’idea di ciò che intendo dire?
Per contro i forestali in esubero devono essere destinati a lavori realmente utili. Non si può regalare un reddito a beneficiari di una politica clientelare, lasciando altri a stecchetto e senza lavoro.
Io non credo che sia impossibile creare posti di lavoro (nel pubblico come nel privato) e mi riferisco a posti di lavoro produttivo: di servizi, di sicurezza, di efficienza, di cura alle persone, di salvaguardia del territorio, ecc. ecc. E non credo che sia impossibile distribuire meglio la “torta” esistente: se notai e farmacisti e medici massimalisti guadagneranno un po’ di meno per lasciare che un po’ della loro torta attuale tocchi ad altri, forse se ne avvantaggerà tutta la società. Sbaglio?
Reddito di cittadinanza: l’idea non è malvagia di per se stessa. Anzi, tale reddito esiste in altre nazioni e la proposta di istituirlo da noi non va scartata a priori. Ma io temo che in Italia si rischierebbe di spingere molti giovani ad adagiarsi sulla prospettiva di percepire un reddito minimo per sopravvivere (ed a cui associare qualche altra piccola entrata in nero). Bisognerebbe invece mobilitarli, scuoterli, spronarli a realizzarsi mediante un lavoro, sollecitare il loro orgoglio, incoraggiarli a crearsi una attività… o quanto meno proporre loro qualche servizio socialmente utile. Non mi pare che sia la soluzione migliore quella di limitarsi ad offrire loro un reddito minimo.
Però questo mio timore non vale certo a motivare un respingimento della proposta.
Bisognerebbe (come necessaria integrazione di tale proposta) rivedere il funzionamento delle agenzie per l’occupazione (o uffici del lavoro). Altrove il disoccupato viene posto di fronte ad una alternativa: “Abbiamo trovato per te una occupazione da curatore degli spazi verdi (giardini pubblici, aiuole, ecc.). Se accetti, bene. Se preferisci startene in panciolle, ti toglieremo il reddito da disoccupato o il reddito di cittadinanza”. Sto usando un linguaggio molto colloquiale, da conversazione al bar, ma credo di rendere l’idea. Voglio dire che il reddito di cittadinanza (domani) o il sussidio di disoccupazione (già oggi) dovrebbero essere affiancati a offerte di servizi utili alla società e che la disponibilità a svolgere tali servizi dovrebbe essere una condizione imprescindibile per l’erogazione di un reddito di mantenimento.Un mero reddito (sganciato da ogni possibile contraccambio in termini di prestazione di servizi utili) sarebbe, a mio avviso, da riservare solo agli anziani ed a soggetti incapaci di lavorare (disabili), fermo restando il dovere di promuovere anche i disabili parziali attraverso attività lavorative compatibili con il loro grado di disabilità.
Mi rendo conto che le ideuzze sopra espresse non saranno tutte condivisibili, che solleveranno molte obiezioni, ecc. Né mi illudo che bastino. E, dunque, ben vengano le critiche, i suggerimenti correttivi e, soprattutto, gli spunti aggiuntivi. Stilarne una sintesi, da proporre all’attenzione dei legislatori, non sarà difficile.
Il problema più complicato sarà poi quello di fare in modo che le ideuzze dei semplici cittadini siano prese in considerazione«lì dove si puote ciò che si vuole». Tuttavia, proviamo a farci sentire, a proporre, a suggerire, a condizionare il potere politico di turno. Cerchiamo di essere resilienti, reattivi all’immobilismo, al degrado, all’inerzia… Il risultato non dipenderà da noi. Ma cerchiamo di fare la nostra parte. Piccolissima. Con resilienza e con un minimo di speranza. Tutto il resto non conta. O forse conta, ma non potrà essere imputato alla nostra ignavia. Se il nostro impegno civico di semplici cittadini sarà sconfitto, nessuno ci potrà deridere o colpevolizzare. Se riusciremo a realizzare qualcosa, il vantaggio sarà per tutti e soprattutto per i nostri figli. Siamo in debito con loro. Stiamo lasciando sulle loro spalle una società ricchissima di possibilità ma orientata verso un degrado della democrazia, della giustizia, del benessere… Fare qualcosa per invertire la rotta verso gli scogli è doveroso”.

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