Lottare per un futuro migliore significa esercitare il segreto potere dei singoli cittadini che non si inginocchiano davanti ad alcun padreterno di cartapesta della politica. Proviamo tutti a farlo. Non è difficile
Gennaio 2016. Auguri, amici. Auguri per un futuro migliore. A cominciare da oggi. Ma la costruzione di un futuro migliore dipende anche da noi, da tutti noi. Cosa possiamo fare? Innanzitutto cominciare a vedere le cose nel modo più giusto o liberarci da vecchie pastoie mentali. A tal fine, se la cosa vi interessa, potrò segnalarvi letture varie ed inviarvi (ovviamente gratis) del materiale documentario.
In sintesi, vi dico subito che dobbiamo cercare di essere «resilienti», cioè capaci di reagire attivamente alla crisi in atto, frutto di un criterio di monetazione sbagliato, di un sistema bancario distorto ed assurdo, di un mercato finanziario senza regole valide, dentro il quale opera, predatoriamente, la speculazione più sfacciata. Di fronte a questi problemi la politica si sta rivelando inetta, succube o in certi casi addirittura complice. Non sono a rischio solo quattro (o quattro più quattro) banche minori: è a rischio di tenuta tutto il sistema bancario. Ed è altresì possibile un nuovo generale «grande crollo» dei mercati borsistici, come nel ‘29.
Auguriamoci che tutto questo non avvenga, ma sollecitiamo una necessaria trasformazione e correzione del sistema. Occorre: ripristinare la distinzione netta tra banche di credito/risparmio e banche di affari/investimento; rendere pubbliche le banche cosiddette nazionali (come la Banca d’Italia) e, di riflesso, la BCE, che è posseduta dalle stesse, in quote varie; restituire agli Stati la funzione della creazione monetaria; promuovere un audit sul debito pubblico, al fine di individuare quella parte di esso che non è realmente dovuta; introdurre regole e procedure che rallentino la velocità delle transazioni finanziarie; trasferire parte della tassazione attuale su tali transazioni finanziarie (Tobin tax o variante proposta da ATTAC); cancellare per incostituzionalità le norme del cosiddetto bail-in, che trasferiscono sui risparmiatori il rischio dei fallimenti delle banche.
Occorre inoltre riconsiderare la politica degli aiuti ai paesi del terzo mondo, tenendo conto delle illuminanti considerazioni critiche espresse dal Premio Nobel Angus Deaton ma senza magari pervenire alle sue stesse conclusioni (forse troppo drastiche). Tutta la politica dell’accoglienza va ripensata alla luce di un progetto complessivo di nuovi rapporti coi paesi destabilizzati, da cui i migranti fuggono.
E, senza indugio, occorre varare una politica per l’occupazione: è fuorviante aspettare che sia il mercato a risolvere un problema che non è tale per il mercato stesso. Per l’imprenditoria a caccia della massimizzazione del profitto, l’esistenza di eserciti di disoccupati in competizione fra loro è una manna dal cielo. Ma per fortuna non esiste solo il mercato: esiste anche lo Stato. E lo sanno bene i grandi manager (super pagati) che, dopo aver spinto al fallimento banche e imprese, non disdegnano interventi salvifici da parte delle istituzioni pubbliche. Sarebbe giusto e doveroso che lo Stato varasse politiche finalizzate a eliminare o a ridurre drasticamente la disoccupazione. Non alla maniera di Renzi: non dissolvendo garanzie dei lavoratori per tentare di renderli più conformi agli interessi degli imprenditori. È possibile e doveroso trovare soluzioni diverse (anche senza ricorrere alla scorciatoia dello Stato-imprenditore). E soprattutto senza cedere alla tentazione della creazione di posti di lavoro finto per elargire stipendi veri. Forse, inoltre, si può ideare qualcosa di meglio anche rispetto alla trovata del reddito di cittadinanza.
Si tratta di compiti difficili, e sappiamo bene tutti che le soluzioni non sono facilmente identificabili. Né facilmente realizzabili, una volta individuate. Ma questo non è un buon motivo per scrollare le spalle o per cacciare la testa sotto la sabbia. Essere «resilienti» significa non arrendersi di fronte alle difficoltà. Significa affrontare i problemi, discuterli in tutti i circoli, i gruppi, i cenacoli, i pensatoi, i luoghi di dibattito possibili. Significa proporre ai politici le ipotesi che potranno essere ritenute più sensate. Significa costringere gli economisti mainstream a uscire dalle loro gabbie mentali. Significa documentarsi e osare controbattere le tesi trite e ritrite dei seguaci del pensiero unico. Significa rompere le scatole (garbatamente!) a quanti hanno troppo da fare e non vogliono interessarsi di nulla, ma trovano comodo lamentarsi e sfogare il loro disappunto col rifiuto di votare. Significa costringere ad una presa di coscienza quanti si limitano a esprimere lamentele e mugugni sterili ma poi continuano a votare come hanno sempre fatto o per gli stessi partiti, oggi miseramente equivalenti o intercambiabili o amalgamabili in grosse coalizioni senza idee e senza programmi.
Essere resilienti significa reagire a questo andazzo; cercare di resistere a questo degrado della cultura in chiacchiericcio e della politica in pettegolezzo da talk show. Significa tentare di contare per le idee che si sostengono e per i principi che si vogliono testimoniare, senza arruolarsi in alcun partito, senza ambire a ricevere alcun mandato. Significa esercitare il segreto potere dei singoli cittadini che non si inginocchiano davanti ad alcun padreterno di cartapesta della politica. Proviamo tutti a farlo. Non è difficile. E c’è anche un certo gusto!
Non otterremo tutto, ma qualche risultato forse sì. E forse non per merito nostro, ma per aver solo saputo mettere in luce il tallone d’Achille del furbacchione di turno (si chiami SAI8 o comitato del sì, schierato contro alcuni referendum…). Le vittorie che contano sono solo quelle conseguite dalla società che sa difendere i beni comuni. Noi, da cittadini resilienti, possiamo solo fare qualche piccolo sforzo per assecondarle, per contribuire a renderle possibili. Null’altro. Facciamolo!
Discutiamo dei problemi che ci riguardano, anche di quelli che a prima vista ci sembrano troppo grandi per le nostre capacità. Dobbiamo solo cercare di comprendere i trucchi di chi ci imbroglia. E svelarli a tutti. Dobbiamo avere il semplice coraggio di gridare che «il re è nudo», se ci rendiamo conto che è così. Dire che la privatizzazione del servizio idrico è una turlupinatura è la stessa cosa. Sostenere che il sistema bancario è congegnato male ed è a rischio… è la stessa cosa. Volere che le banche a cui affidiamo i nostri risparmi non si avventurino in rischi borsistici… è la stessa cosa. Rivelare il colossale conflitto di interessi che si annida nel sistema bancario è un fatto doveroso, se ci rendiamo conto che è così. Perché dovremmo tacere?
Precisando che a nessun risparmiatore privato va negato il diritto di riavere il valore di suoi BOT, è possibile e doveroso rivelare che non tutto il debito pubblico è vero debito. Spiegare come una parte di esso possa essere cancellata (senza danni per nessuno!) è giusto e doveroso. Mettere in guardia gli amici che hanno titoli azionari, confidando ciò che si è capito del rischio di un nuovo grande crollo è altrettanto doveroso. Poi ciascuno faccia come crede. E accada quel che dovrà accadere…
Forse si riuscirà a risolvere solo una minima parte dei problemi che ci sovrastano e non sarà per merito di uno o di pochi singoli uomini di buona volontà… Nessuno si appunterà una medaglia sul petto. Ma sarà bello poter pensare che si sarà fatto qualcosa per contribuire ad un successo comune contro una stortura non palese.
Ecco, io mi auguro di riuscire ad essere in qualche modo resiliente contro certe storture non palesi. Contribuendo a farle conoscere, a chiarirle, a denunciarle all’opinione pubblica, alle coscienze dei singoli. Anche col passa-parola, se non sarà possibile altrimenti. Ma vorrei che ci provassimo insieme.
Auguri, amici. Spero che il futuro sia migliore del periodo di crisi attuale. Io posso far pochissimo per realizzare questo desiderio. Voi pure. Ci proviamo insieme? Io ci sto.

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