Renzi e De Vincenti sacrificano la nostra acqua al minotauro globale

Ci si inchina alla turbofinanza speculativa, come ha documentato Luciano Gallino, recentemente scomparso. Nessuno dei cardinaloni della chiesa del dio quattrino invoca o suggerisce nuove regole per i mercati

 

Il fatto: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio De Vincenti (persona molto vicina a Renzi) strumentalizza la vicenda messinese per portare acqua al mulino della privatizzazione. Sostiene infatti che “per il governo la situazione è inaccettabile. E’ ora di cambiare musica sulla gestione del servizio idrico, abbandonando ‘forme arretrate’ che rispondono a una scala troppo limitata. Oggi serve una logica industriale”. Ovviamente la logica industriale sarebbe, a suo avviso, quella che porta alla concessione del servizio idrico alle più grosse società di gestione privata e le “forme arretrate” sarebbero le gestioni pubbliche.

Ma come? Il disastro messinese non è il frutto di una assenza di manutenzione del territorio? Non è dovuto ad un dissesto idrogeologico che, con l’estremizzazione degli eventi metereologici, provoca frane, alluvioni e conseguenti danni alle condutture idriche, alle strade, alle ferrovie… e mette a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la vita di milioni di persone? No. De Vincenti punta il dito contro le gestioni pubbliche, che sarebbero “forme arretrate”. A suo dire, con le gestioni private (che risponderebbero ad una “logica industriale”) sarebbe tutta un’altra musica.

Ma perché De Vincenti trascura di considerare che nel nostro paese vige uno scellerato patto di stabilità interno, che impedisce agli Enti Locali di fare investimenti per mettere in sicurezza il territorio? Forse anche il patto di stabilità (che vieta di utilizzare i fondi anche quando ci sono) è da imputare a colpa delle gestioni pubbliche dei servizi? Le gestioni private in Sicilia si sono rivelate un autentico fallimento: con esse sono diminuiti gli investimenti e sono invece cresciute le bollette. In Sicilia abbiamo assistito ai fallimenti di APS (in provincia di Palermo) e di SAI 8 (in questa nostra provincia di Siracusa). E il fallimento di tali gestori privati ha lasciato debiti stratosferici, disservizi accentuati e lavoratori sul lastrico. Ma noi, dimenticando tutto ciò, dovremmo credere a De Vincenti, che torna a proporci la solita solfa e cerca di mantenere in piedi il dogma dell’efficacia e dell’efficienza delle gestioni private!

I privatizzatori come lui e come Renzi si guardano bene, inoltre, dal considerare il peso parassitario della società Siciliacque, che, a causa del prezzo eccessivo richiesto per l’acqua che essa fornisce a comuni ed ATO, fa impennare vertiginosamente le tariffe. Ciò impingua gli introiti della multinazionale francese Veolia, che detiene il 75% di Siciliacque, senza lasciare granché nelle casse della regione, proprietaria del restante 25% della S.p.A.

Alla luce di ciò e della numerose e drammatiche esperienze subite in Sicilia, ben si giustifica il tentativo della recente legge regionale n. 19/2015 di favorire un ritorno alle gestioni pubbliche nella forma delle aziende speciali (singole o consortili), che garantirebbero il pagamento di tutti i costi in bolletta, evitando in tal modo un ulteriore indebitamento pubblico ma liberandoci contemporaneamente dal subire profitti privati palesi ed occulti (nel caso in cui i gestori facciano ricorso a bilanci truccati o falsi). Purtroppo Renzi ha avuto la tracotanza di spiccare contro tale legge la sua terza impugnativa. Con la pretesa che sia modificata la legge regionale stessa, varata ai sensi di uno Statuto che invece assicura alla Regione competenze legislative esclusive in materia di acque. In tal modo egli ha commesso un crimine contro la nostra autonomia, sancita da uno Statuto che, avendo lo stesso rango costituzionale della Costituzione, si pone al di sopra di qualsiasi legge ordinaria, come sono le recenti leggi renzianissime. Su tale misfatto abbiamo riferito nell’articolo pubblicato sul numero precedente.

Renzi: da novello Tèseo (rottamatore di vecchie sudditanze) a servitorello del minotauro.

Perché tanta perseveranza nel pretendere di imporre le gestioni private da parte di questo ennesimo governo al servizio della troika e degli interessi del dio mercato? La risposta potrà essere trovata attraverso la lettura di alcuni testi, a nostro avviso, illuminanti. Il minotauro globale di Varoufakis aiuta molto a capire la voracità del mostro dei nostri tempi: l’insieme dei mercati borsistici planetari. A somiglianza del minotauro mitologico, anche il mostro attuale richiede sacrifici: bisogna offrirgli in pasto quanti più bocconcini prelibati sia possibile quotare in borsa. I servizi pubblici (che consentono alle aziende private di allungare le mani nelle tasche o nei conti dei cittadini attraverso bollette gonfiabili rispetto ai costi reali del servizio) unitamente alle aziende di stato più appetibili e ad altri asset pubblici (Fincantieri, Fintecna, Finmeccanica, Poste Italiane, ecc.) sono le offerte sacrificali da immolare al nuovo minotauro globale. Con la complicità delle banche. Esse (divenute tutte banche di affari e di investimento, mentre sino agli anni ottanta quelle di credito e di risparmio non potevano invadere il terreno delle prime) e i gestori dei fondi comuni rastrellano risorse dei risparmiatori per puntarle nel grande gioco della roulette speculativa (quella che Luciano Gallino, scomparso pochi giorni or sono, spiega bene nel suo brillante lavoro del 2011: Finanzcapitalismo – La civiltà del denaro in crisi). Al tavolo di tale roulette speculativa, nonostante singoli titoli e imprese periclitino, il valore globale dei titoli azionari cresce nel tempo. Deve crescere! Almeno… nominalmente!

Banche, fondi comuni e governi sono complici in questa folle impresa: i soggetti investitori, rastrellando fondi da puntare su titoli azionari; e i governi, sudditi di questa logica (o resi sudditi attraverso la dilatazione proditoria del debito pubblico), svendendo aziende di stato e offrendole in pasto al minotauro o spingendo gli enti locali ad appaltare i servizi, affidandoli alla gestione privata di aziende quotate in borsa. Questa è  un’altra maniera di alimentare, a spese di tutti, la bestia insaziabile. E se tutto questo non basta a favorire la crescita del valore azionario scambiabile, intervengono ignoti furbi a provvedere al bisogno, creando titoli farlocchi (derivati e CDO o Collateralized Debt Obbigations), che magari impacchettano e infiorano debiti o semplici scommesse anziché aziende che producano beni concreti o che offrano servizi effettivi. Il tutto per alimentare l’idrovora della finanza, che fa crescere il valore globale di titoli. Così ogni risparmiatore, vedendo che anche il valore dei suoi titoli cresce, si illude di essere diventato più ricco.

Ma tutto questo forse non potrà continuare all’infinito. E prima o poi molti possessori di patrimoni azionari cominceranno a rendersi conto che stanno puntando sempre più risorse su titoli sopravvalutati e forse cercheranno di disimpegnare i valori monetari investiti. Se lo faranno in molti, senza che si scateni un panico generalizzato, forse l’effetto potrà essere positivo in quanto si libereranno risorse che potranno essere investite nell’economia reale: quella che fa nascere aziende, realizza prodotti, crea servizi e… opportunità o posti di lavoro. Ma se il crollo dovesse generare il panico totale ed avviare una fuga generale dai mercati, ci troveremmo probabilmente di fronte ad una catastrofe. Il valore delle azioni si polverizzerebbe; non ci sarebbe sufficiente liquidità per monetizzarle; gli stessi istituti bancari vedrebbero crollare le loro quotazioni e dovrebbero chiudere gli sportelli. Potrebbe generarsi una crisi molto più grave ed estesa di quella del ’29.

Forse questo scenario da incubo può ancora essere scongiurato. Ma nessuno dei cardinaloni della chiesa del dio quattrino invoca o suggerisce nuove regole per i mercati, misure per individuare e disinnescare i prodotti farlocchi e per disinfestare le borse… E nessun politico osa chiedere la reintroduzione della distinzione di ruoli tra banche di affari e banche di credito (che dovrebbero canalizzare i risparmi verso il finanziamento dell’economia reale, restando alla larga dai rischi delle speculazioni borsistiche). E i giornalisti finanziari continuano a centellinarci i dati spiccioli sugli andamenti borsistici quotidiani, guardandosi bene dal prospettare un quadro globale ed uno scenario tristemente futuribile. Tutti felici, se le borse chiudono col segno positivo! Solo gli studiosi liberi dalle pastoie mentali del pensiero unico mettono in guardia. Inascoltati.

Noi della Civetta siamo dei profani in fatto di economia e ci limitiamo solo a suggerire ai nostri lettori la lettura di autori come YanisVaroufakis e Luciano Gallino. Non sarà male se tutti ci sforzeremo di sapere e di capire di più.

Se oggi un cittadino esprime i suoi timori sugli esiti della situazione attuale, rischia di essere preso per gufo dai saputelli indottrinati che continuano ad aver fiducia nella capacità dei mercati di correggere ogni stortura. E dai politici croupier di questo regime. Essi ci invitano ad affidare i servizi pubblici ad aziende quotate in borsa e i nostri risparmi al mercato globale. Per evitare i rischi di essere buggerati, ci suggeriscono che basta differenziare gli investimenti: «Se il rosso perde, il nero è un’alternativa su cui puntare. Prego, signori, fate il vostro gioco». E il loro suggerimento potrà risultare valido… per qualche altro giro ancora. Poi, forse, si rimarrà inebetiti con quella frase nelle orecchie: rien ne va plus. E la roulette non tornerà più a girare. E le fiches di plastica madreperlata non potranno più essere convertite. E i titoli azionari neppure.

Potrebbe accadere. Lo sussurriamo sommessamente ai manovratori. Affinché non lascino che accada. Non ci liquidino come gufi. Si adoperino, piuttosto, per imporre ai mercati le giuste regole. E non offrano in pasto  ad essi i nostri beni comuni. A partire dall’acqua.

Il distinto signore che appare in foto è il prof. Luciano Gallino, il sociologo (morto pochi giorni or sono) che ha denunciato la degenerazione del capitalismo in  finanzcapitalismo.

Di lui suggeriamo: Finanzcapitalismo – La civiltà del denaro in crisi, Einaudi.

Ed ancora: Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi.

La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di Paola Borgna, Roma-Bari, Laterza.

Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi.

l denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Torino Einaudi.

 

 

 

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