Lotta al randagismo nel Siracusano in stato di completa illegalità

Il Comune non costruisce il canile sanitario, l’ASP fa spallucce: così i veterinari non possono operare. I Sindaci non rispettano le leggi emanate dallo Stato e dalla Regione per contrastare il fenomeno

 

Leggiamo su Facebook un articolo pubblicato nel giornale La Sicilia del 1997. Una signora di Ortigia sfama dei randagi e viene multata. La signora fa ricorso e il Pretore le dà ragione affermando: “Occuparsi dei randagi è espressione di civiltà”.

Ci meraviglia l’attualità della notizia. Un piccolo tassello che si aggiungeva, nel lontano 1997, al complicato sistema di attribuzione delle responsabilità nella gestione del randagismo e che merita, oggi nel 2015, qualche riflessione. Se la signora non viene multata, allora, di chi è la responsabilità della presenza di così tanti randagi bisognosi di essere sfamati sul territorio? Visto che molti dei randagi sono microchippati a nome del Comune, sorge spontaneo domandarsi: chi deve sfamarli? Chi li deve curare se stanno male o vengono investiti? Dove bisogna portarli per un primo pronto soccorso?

Se, per legge, il proprietario di tutti i randagi (microchippati o no) è il Sindaco, allora il Sindaco che non ottempera ai doveri che la legge prescrive non dovrebbe essere denunciato per maltrattamenti? Se le guardie zoofile entrano in una villetta e trovano un cane maltrattato, non denunciano il proprietario costringendolo a prendersi cura del proprio cane così come la legge prescrive? Piano piano, tutti i nodi stanno venendo al pettine e gli animalisti di Siracusa e provincia hanno capito da tempo (ed è bene che i Comuni e l’ASP ne prendano consapevolezza) che l’odierna, drammatica situazione del randagismo è dovuta alla mancata applicazione da parte dei Sindaci delle leggi emanate dallo Stato e dalla Regione siciliana per contrastare il fenomeno.

In poche parole cosa vogliono queste leggi? Primo, che i Comuni costruiscano dei canili rifugio comunali di modo che i cani non rimangano stallati a vita. E’ interesse dei Comuni che i cani vengano adottati e che altri cani randagi entrino per essere risocializzati ed a loro volta essere adottati. Secondo, che i Comuni, in consorzio tra di loro, costruiscano rifugi sanitari dove i medici veterinari dell’ASP sottopongano i cani randagi ad analisi sanitarie garantendo, di fatto, un reale presidio sanitario, li microchippino e li sterilizzino prima di inserirli nel rifugio comunale per intraprendere il percorso di adozione. Purtroppo queste due strutture non esistono nella nostra provincia e qui emerge, in tutta chiarezza, l’inadempienza dei Sindaci.

Essi non hanno mai costruito canili comunali né tantomeno canili sanitari. Si sono sempre appoggiati in convenzione ai canili privati, pagando quindi il servizio di stallaggio. E’ facile capire che da questi canili privati i cani difficilmente escono e il loro numero aumenta sempre più dal momento che non viene applicata un’efficace strategia di contenimento sul territorio che dovrebbe passare attraverso una capillare azione di anagrafe canina per evitare l’abbandono dei cani, una sterilizzazione massiccia e continua dei cani randagi e una incentivazione alla sterilizzazione dei cani di proprietà per evitare l’abbandono delle cucciolate indesiderate.

E l’inadempienza dell’ASP? Prima di affrontare questo problema, c’è da chiarire che la legge regionale del 2000, forse unica in tutta l’Italia, attribuisce al Sindaco il compito di costruire il canile sanitario e la cattura dei cani, mentre i compiti dell’ASP si limitano ad attività di controllo sanitario dei canili privati, all’assistenza sanitaria e chirurgica dei cani randagi malati o incidentati e alla sterilizzazione. Questa divisione dei compiti ha portato all’immobilismo attuale perché l’ASP si è sempre giustificata affermando che sì è vero che a loro spetta l’assistenza sanitaria, ma se non c’è il canile sanitario che il Comune dovrebbe costruire, dove possono i loro medici veterinari prestare la loro attività? C’è da domandarsi il perché l’ASP, dal lontano 2000, non abbia mai denunciato l’inadempienza dei Comuni e si sia piegata ad una connivenza in cui si è cercato di aggirare la legge con dei sotterfugi che cercavano di dare un’apparenza di legalità ma che in realtà non facevano altro che determinare quello che l’avv. Coppa, Assessore all’Ambiente e Sanità del Comune del Comune di Siracusa, in una recente riunione con Asp e volontari animalisti definì pubblicamente come una situazione di ‘completa illegalità’.

La continua e martellante pressione delle associazioni animaliste, con le loro analisi e proposte sul fenomeno del randagismo, è riuscita a spezzare questa nefasta connivenza riportando le istituzioni ai ruoli che la Legge 2000 ha loro assegnato e la recente sentenza di condanna dell’ex Sindaco di Scicli a 6 anni e 2 mesi di reclusione e al pagamento di 1.400.000 euro rispettivamente per la morte del bambino azzannato dai cani randagi e il rimborso alle parti civili è servita a spazzar via quella presuntuosa ed intollerabile sensazione di impunibilità che circonda i responsabili istituzionali quando non applicano le leggi emanate dallo stato.

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